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Isaiah Berlin

Curatore: H. Hardy
Editore: Adelphi
Anno edizione: 1999
Pagine: 426 p. , Brossura
  • EAN: 9788845914294

recensioni di Givone, S. L'Indice del 1999, n. 07

Che cosa accade quando riteniamo di poter attribuire un quadro a un autore sulla base di considerazioni puramente stilistiche? Oppure collochiamo un oggetto o un testo in un determinato periodo storico semplicemente "riconoscendoli", anche se non li abbiamo mai incontrati prima? Accade quel che accade quando intuiamo lo stato d'animo di uno sconosciuto senza sapere come, oppure ritroviamo l'antico sorriso in un volto invecchiato tanto da essere quasi irriconoscibile, e così via. A ricordarcelo è Isaiah Berlin, il grande storico delle idee scomparso nel 1997, il quale giunge ad affermare che il "non so che", l'inoggettivabile apparire delle cose, non solo è oggetto di conoscenza, ma ne rappresenta una delle chiavi insostituibili.

Naturalmente di questo fenomeno ben noto a chiunque si può dare spiegazione senza ricorrere a capacità misteriose e tantomeno a poteri occulti. Ciò che a noi pare un tutt'uno, dotato di caratteristiche peculiari e irriducibili, a uno sguardo analitico si mostra composto da un'infinità di tratti. Donde la possibilità di una comparazione. Fino a delineare strutture comuni di appartenenza riguardanti le epoche non meno delle persone, che perciò si lasciano "riconoscere". Il che è indubbiamente vero. Ma è vero anche il contrario. Difficile infatti negare che epoche e persone noi le riconosciamo solo nel momento in cui ne cogliamo la specificità, anzi l'unicità. Vale a dire: se determinate proprietà, più o meno sfuggenti, più o meno afferrabili, non si componessero in una forma vivente, mai e poi mai potrebbe aver luogo l'anamnesi. Organo della quale è la percezione, l'intuizione, non la ragione discorsiva.

Dunque, si tratta anzitutto di prendere atto di una fondamentale ambiguità, se non di una vera e propria contraddizione. Analisi e sintesi implicano non soltanto procedure diverse, ma atteggiamenti antitetici. Ed esclusivi l'uno dell'altra. Come dimostra l'impossibilità di armonizzarli, comporne la tensione. Perché ci sia analisi, bisogna mettere a tacere la pretesa d'un sapere immediato e capace di afferrare in un colpo solo l'essenziale. Viceversa, perché ci sia sintesi, occorre diffidare della possibilità di scomporre il vivente, sezionarlo, frammentarlo. Contraddizione, questa, che la conoscenza storica fatica a rimuovere e anzi deve sopportare.

Secondo Berlin (ed ecco la tesi da lui sostenuta nel primo dei saggi postumi qui raccolti, Il senso della realtà, che dà il titolo al volume) noi veniamo da una doppia tradizione. Essa mette capo, da una parte, all'affermazione che la storia vuole fatti e soltanto fatti, fatti da accertare, da esaminare separatamente e soprattutto da fissare nel contesto indipendentemente dalle strutture interpretative che pretendono di piegarli a un più alto ordine di senso. E perviene dall'altra alla constatazione che la storia esige di essere compresa intuitivamente, ossia in forza di una sensibilità e di un acume che ci permettano di scorgere nei processi di trasformazione e nello scorrere delle differenze qualcosa di unico e non ripetibile. Incapaci come siamo di trovare un punto di equilibrio, che del resto non esiste, oscilliamo incessantemente fra le due prospettive. Sicché, contro la figura dello storico che pretende di ricostruire un intero mondo nella sua verità e nei suoi significati riposti, come se gli fosse dato di penetrare in esso, scende in campo il ricercatore che si attiene ai documenti, li cataloga e li archivia, tacciando chi faccia altro d'essere un visionario o un giornalista, a sua volta però esponendosi al rimprovero d'ignorare che la storia è storia di vicende umane, è racconto, se non romanzo...

Ma c'è dell'altro. Ed è il paradosso per cui la concezione "analitica" della storia rivela una sua malcelata vocazione per la metafisica, da cui comunque deriva, allo stesso modo in cui la concezione "sintetica" fatica a nascondere una sua equivoca complicità con l'estetica. Nel primo caso l'esigenza di accertare come stanno effettivamente le cose ha comportato l'adozione di metodi che adombrano quelli delle scienze della natura. Donde la tendenza a mettere i fatti in rapporto fra loro e a inscriverli in orizzonti dominati da costanti e leggi generali. Ma per questa via la storia incontra la filosofia. La filosofia della storia: il cui presupposto è la metafisica. Appunto nel segno della scienza (e qui non importa se scienza della natura o scienza dello spirito), l'idealismo prima e il positivismo poi innalzano la storia alla metafisica, dopo aver precipitato la metafisica nella storia. Il risultato, come tutti sanno, sono le ideologie che l'Ottocento ha consegnato al Novecento quasi fossero copioni da mettere in scena. Il che è puntualmente avvenuto. E se su quelle tragedie o, meglio, su quelle tragiche farse è ormai calato il sipario (ma lo è davvero?), non per questo la sobrietà di un sapere disincantato, fattuale e scientifico, preserva dalle allucinazioni della filosofia della storia. Proprio lì, invece, si annida la presunzione di controllare la realtà attraverso la conoscenza esatta delle dinamiche che l'hanno prodotta.

Nel secondo caso il bisogno di comprendere la storia per così dire dal di dentro, come cosa vissuta, e non soltanto come cosa archeologica e documentaria, produce rovesciamenti non meno paradossali. Quanto più si pretende di scendere nel cuore della realtà, afferrandone il senso e restituendo al passato ciò che gli è proprio, tanto più si resta sulla superficie, dove non s'incontrano che ipotesi arbitrarie, simulazioni intellettuali, giochi della mente. È l'immaginazione che convoca l'invisibile. Ma così facendo trasgredisce l'imperativo che obbliga ad attenersi a ciò che è certo. Ne deriva un'estetizzazione dell'impresa conoscitiva che non arretra di fronte a conseguenze che sconcertano e che tuttavia appaiono inevitabili. Il romanziere e non lo storico, si dice non senza qualche buona ragione, ha il senso della storia, cioè il senso della realtà. Se il passato è trasmissione di forme e stili di vita, dovremo cercarne il riflesso più veritiero nelle grandi opere letterarie e nelle opere d'arte in genere. Lì si trova il sapore e il profumo delle cose... Comunque la realtà non è mai quella che era. Perciò non lo storico, bensì il politico di genio, sa interpretare gli eventi e il loro irrompere agendo di conseguenza. Così si dice. Ed è il trionfo del Romanticismo.

Già, il Romanticismo. Per Berlin una rivoluzione dalla portata incalcolabile. E ancora disconosciuta. I Romantici, egli scrive, "hanno reciso la più profonda di tutte le radici dell'orizzonte classico" e della tradizione sopravvissuta e giunta fino al neo-classicismo settecentesco, e lo hanno fatto contestando l'idea che i valori e i criteri delle scelte fossero inscritti in un ordine immutabile il cui disvelamento fosse la via alla felicità. Per i Romantici, eredi di Fichte, la coscienza è coscienza dell'autonomia del soggetto e della sua capacità di dettare a se stesso le regole dell'azione. Né si dà autentica esperienza morale se non là dove il soggetto pone lo scopo liberamente e gli è fedele non perché gli è imposto o l'ha riconosciuto come doveroso ma perché è stato lui a sceglierlo, addirittura a cercarlo. All'etica della felicità subentra l'etica della libertà.

Perciò gli obiettivi dell'agire, i valori, essendo governati dalla volontà e dal desiderio piuttosto che dalla ragione, si contrappongono gli uni agli altri ed entrano in conflitto fra di loro senza via d'uscita. Ma invece che elaborare strategie di mediazione e di compromesso, i Romantici tengono ferma la contraddizione e aprono nella direzione del tragico - il tragico propriamente moderno che va introducendo le sue nuove figure. All'insegna della "libertà di contro alla felicità", l'etica del ribelle e dell'eroe sofferente è opposta a quella del filisteo, così come la morale dell'abnegazione e dell'autoaffermazione si scontra con quella, realistica, della prudenza e del calcolo.

Lo scenario che in tal modo si apre è venato d'irrazionalismo, e lo è terribilmente, come del resto avrebbero confermato le peggiori filiazioni del movimento. Eppure l'esigenza fatta valere dal Romanticismo (questa l'indicazione che ci sembra di poter ricavare dal libro di Berlin), l'esigenza sempre aggirata di una autentica filosofia della libertà, resta valida. Dov'è, oggi, irrazionalismo, dove oscurantismo? Non è forse nell'idea che il predominio della tecnica rende l'uomo impotente e lo annichilisce? E non è quest'idea la versione attuale della concezione per cui la storia sarebbe retta da leggi inesorabili e destinali? Contro ogni metafisica della necessità la Romantik afferma che anche del suo destino l'uomo è responsabile, se non altro perché lo ha voluto e continua a volerlo.

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    Fausto Intilla (Inventore-divulgatore scientifico)

    28/07/2006 17.10.46

    La celebre osservazione di Nabokov secondo la quale dovremmo ormai usare la parola realtà solo fra virgolette è il più efficace avvio a questa raccolta di saggi di Isaiah Berlin, che si apre con una lucida dimostrazione di come la verità sia un atteggiamento, una tensione, un incessante movimento di spinte e controspinte che disegnano un imprevedibile chiaroscuro conoscitivo. Berlin parte da una critica al pericolo riduzionistico insito in ogni applicazione indiscriminata dei metodi e delle conquiste delle scienze naturali al proteiforme oggetto della storia: ma quando abbiamo colto i limiti di questo appiattimento generalizzante ecco che egli ci addita le insufficienze e le aporie della speculazione antimoderna. La realtà è insomma lì, nella sua tenebra neutra, inafferrabile dal concetto hegeliano, dalla panacea evoluzionistica e dall’intuito vitalistico-mitopoietico dei romantici: tutti ne conoscono una faccia o uno strato, nessuno può catturarla nella rete di un sistema. Questo esercizio di navigazione negli arcipelaghi del pensiero si ritrova, di saggio in saggio, in molteplici forme, offrendosi ogni volta come antidoto alle pompose certezze degli «utopisti laici» e dei «bigotti teocratici». Come in nessun altro autore del nostro tempo sentiamo qui vibrare una variazione della metafora di Musil: pretendere di fissare la «realtà», di capirla una volta per tutte, è come pretendere di piantare un chiodo nello zampillo di una fontana.

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