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Curatore: F. Borgogno
Anno edizione: 2011
Tipo: Libro universitario
Pagine: 332 p. , Brossura
  • EAN: 9788833958149
Un flusso di voci su cui spicca talvolta roboante e talaltra più lieve quella del solista. Ecco la prima impressione che mi ha suscitato la lettura dell'ultimo lavoro di Franco Borgogno. Il libro si costruisce come una polifonia che si sviluppa da un nucleo che l'autore ci indica già nel titolo. Il caso di M, "la signorina che faceva hara-kiri", si dilata percorrendo tutto il libro come un'originale sinfonia alla vita che, quand'anche soffocata, mortificata, deformata dal sopruso del forte sul debole e bisognoso, può rinascere quando trova qualcuno davvero disposto a prestare soccorso "rimboccandosi le maniche" (come dice Borgogno) senza perdere la speranza di potercela fare. E, in questo rimboccarsi le maniche, c'è il dialogo che Borgogno intreccia fittamente con i tanti compagni di viaggio che lo accompagnano nella sua avventura: i tanti analisti di ieri e di oggi con cui continuamente si confronta andando sempre al di là dei paludamenti gergali delle teorie, ma cercando la sostanza, il succo del loro sapere.
Il libro è composto di tre parti: una clinica e una teorica a cui si aggiunge a guisa di finale un'intervista nella quale l'autore ha l'occasione di parlare a tutto campo del suo modo di intendere la psicoanalisi e di sé come analista.
La prima parte inizia con Diventare una persona: l'importanza della risposta affettiva dell'analista a una paziente schizoide deprivata e ai suoi sogni. Si tratta della dettagliata presentazione del caso di M, un caso topico nella riflessione di Borgogno, una "paziente speciale", per dirla con le sue parole. Speciale per ragioni diverse e certamente non tutte comprensibili (alcune, infatti, rimangono chiuse nel suo cuore); il second e afterthought di un caso già discusso per ottenere le funzioni di training nella Società psicoanalitica italiana lo rende paradigmatico delle qualità e delle capacità che sono necessarie all'analista per poter offrire aiuto a chi chiede, seppure silenziosamente, di poter finalmente nascere alla vita.
Attraverso la dettagliata esposizione di materiale clinico, viene messo in luce il tipo di processo elaborativo richiesto all'analista poiché si possa stabilire un graduale contatto emotivo e recuperare così quote di sviluppo e di emancipazione. Con M, Borgogno affronta il difficile cimento di essere, nel transfert, sia l'oggetto che minaccia la sopravvivenza della paziente, sia – a causa del rovesciamento di ruoli (importante contributo clinico-teorico di Borgogno) – il bambino che l'oggetto materno mortifero vuole morto. L'uscita da questo stallo è l'esito di un atto di libertà interpretativa che l'analista ha preconsciamente compiuto: qualcosa di simile all'élan vitale di bergsoniana memoria.
Il reale trauma sofferto dai pazienti come M si impone nella coppia analitica che dovrà, per il tramite dell'analista, accettare di riviverlo e riattualizzarlo, prima, per poi avviarlo verso una possibile significazione. L'analista che accetta questa condizione non potrà che incarnare e personificare, nella lunga onda della riverberazione traumatica, i personaggi del dramma del paziente per potergli infine offrire un ambiente evolutivo nuovo nel quale poter divenire se stesso. Questo toccante lavoro clinico viene, nei capitoli successivi, commentato dagli autori che Borgogno chiama a raccolta per discuterne a partire dalle diverse angolature che la sensibilità clinica e teorica di ognuno di loro esprime. È proprio questo confronto fra diverse e autorevoli voci che amplifica i temi clinici, approfondendone le prospettive e offrendo alla complessa trama del caso sfumature e colori inediti. Nei successivi capitoli vengono raccolti i commenti di Alina Schellekes, Neil Altman, Theodore Jacobs, Carlos Nemirovsky, Jonathan Slavin, Dina Vallino, Jonathan Sklar e Giovanna Goretti Regazzoni.
La seconda parte del volume, più teorica, raccoglie contributi intorno ai temi focali della riflessione di Borgogno: un percorso che parte dal suo incontro con il paziente e a esso ritorna, un movimento a spirali progressive che testimonia della creativa introiezione di autori che, nel corso del tempo, Borgogno ha appassionatamente interrogato, a partire da Freud e Ferenczi per arrivare a Klein, a Winnicott e gli Indipendenti britannici, a Bion e a tanti altri, aggiungendo, nel suo interrogarli, una speciale qualità di visione intima e, al tempo stesso, capace di farsi teoria: così egli, da tempo ormai, ci ha abituato ad avvicinare i grandi della psicoanalisi guardando dentro alle teorie che essi hanno prodotto per cercarne la persona.
C'è in tutte le righe di questo libro la consapevolezza acuta di quanto la spinta vitale possa facilmente esitare, a causa della "banalità del male", nel suo opposto, producendo individui mortificati e agonici, chiusi in esistenze solo apparentemente vive. Il suo sforzo si spinge in quell'area desertificata dell'esistenza in cui è necessario, prima di tutto, costruire condizioni minime di possibilità di vita per il paziente e per noi (se siamo capaci di raggiungerlo là dove egli si trova), adoperandoci con tutte le nostre risorse: fare, accettando i rischi dell'impresa, quel che si può con quel che si è. Ci vuole coraggio e "olio di gomito" (per dirla sempre come Borgogno) per fare tutto ciò, e questo libro, così denso e allo stesso tempo semplice, lo testimonia.
Carlo Brosio