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Boris Pasternak

Curatore: D. Di Simplicio
Editore: Feltrinelli
Collana: Le comete
Anno edizione: 2001
Pagine: 232 p.
  • EAN: 9788807530029

" Amleto è la tragedia della volontà (...) il dramma del dovere e dell'oblio di se stesso": nel giudizio di Pasternak sulla tragedia shakespeariana è racchiuso il senso della decennale e tormentata vicenda matrimoniale tra il poeta russo e la pittrice Evgenija Lur'è. Nel 1922, intraprendendo l'avventura matrimoniale, Pasternak intendeva inverare, insieme a Zenja (suo "pesciolino d'oro"), "il regno della buona volontà, ampia e trasparente", fondandolo sulla "tenerezza", su "una sollecitudine grata" e sulla "capacità di condividere i sentimenti altrui". Ben presto, però, questo regno venne usurpato dal disamore e dall'oblio di sé e dell'amata: il poeta scoprì di non avere "doti sufficienti" per vivere un matrimonio che aveva iniziato in "maniera delittuosa", trascinandolo nell'ambiguità sentimentale fino all'inevitabile divorzio.

La pubblicazione della corrispondenza intima tra Pasternak e Evgenija Lur'é (edita parzialmente in russo nel 1996 dalla rivista "Znamja" a cura del loro figlio Evgenij B. Pasternak) permette di ricostruire i passaggi fondamentali di un romanzo sentimentale che si caratterizza come la storia di una paralisi amorosa provocata da una infermitas della "buona volontà". Le lettere, per Pasternak, sono un'ideale prolungamento dell'attività poetica, una forma di confessione lirica che consente di esperire l'intima autenticità dell'esistenza: lo stesso Dottor Zivago è, per definizione del suo autore, "una lunga lettera in due volumi" inviata alle persone che lo avevano amato e verso le quali si sentiva in "debito". La lettera d'amore (e/o del disamore), quale forma di intima ascesi mistica a due, è un flusso di coscienza non cristallizzato, capace di conservare integro lo "slancio vitale" poetico, il "soffio della vita" vivente. Lo "slancio della volontà", infatti, aveva spinto Pasternak a chiedere in sposa Evgenija, ma tale slancio era destinato a naufragare nell'impetuoso "torrente delle contraddizioni quotidiane": questo naufragio rendeva vano ogni sforzo per "camminare all'unisono". Pasternak visse con Evgenija Lur'è una "vicinanza" senza "contiguità", attraversata a tratti da un profondo senso di estraneità non dissimile da quello che egli provava per la "lontananza del socialismo" e per il "geometrico vuoto" della Russia sovietica. Tale estraneità era radicata nella dimenticanza di sé, nell'assurda capacità del poeta di cadere e di "sprofondare nella spazzatura del quotidiano, squallida, misera, desolata, quando dimentico tutto e il cuore mi si ferma. Allora non ricordo nulla. Divento il nemico di me stesso e di tutte le mie cose".

Negli anni venti Pasternak (pur pubblicando i suoi capolavori Mia sorella la vita e Temi e variazioni) era costretto a dire addio al lirismo che, quale tratto distintivo della sua poesia, era la più alta espressione di una raffinata vitalità che riusciva a dare una vivida forma a una realtà trasfigurata. I critici militanti accusavano il poeta di soggiacere all'infame "soggettivismo", per cui Pasternak si era imposto di lavorare utilmente per il bene della causa e di tenere il passo rivoluzionario della proletkul't (la cultura proletaria) che egli, però, definiva, in una lettera a Zenja, il disgustoso "condimento" ideologico propinato da un'accolita "mediocre" e "inetta" che aspirava inultimente all'arte. Il poeta lirico, ridotto a una "esistenza vegetativa", tentò di trasformarsi in poeta epico e sociale (con i poemi L'anno Novecentocinque del 1925 e Il luogotenente Schmitt del 1927): tale metamorfosi (che Marina Ivanovna Cvetaeva, lirica "sorella" con la quale il poeta aveva intrecciato una nietzschiana "amicizia stellare", considerava inverosimile e inaffidabile) indusse il poeta ad aderire, nel 1923, al movimento avanguardista Lef (Fronte di sinistra delle arti) fondato da Majakovskij (anche se il Lef lo rattristava e lo disgustava con la sua "soverchia sovieticità, cioè col servilismo opprimente").

È in questa temperie politico-culturale che si consumò la difficile quotidianità (vissuta "nei corridoi in comune, priva di segreti e di appartenenza a se stessi" e nell'endemica mancanza di denaro) e il matrimonio celibatario tra Pasternak e Evgenija Lur'è, quale intricato intreccio di lontananze e di distacchi: la loro corrispondenza, infatti, è spesso a "una voce sola", una sorta di "monologo" tra anime celibi.

Pasternak aveva conosciuto Zenja nell'estate del 1921 alla festa di compleanno del comune amico Sura Stich: la pittrice si era da poco trasferita da Pietrogrado a Mosca, fermamente decisa a realizzare la propria vocazione artistica. L'impetuosa Lur'è offriva "spensierata i suoi progetti", mentre Pasternak rimaneva fedele alla sua filosofia di testimone passivo che non agisce per non guastare il disegno superiore della vita: il poeta, come un minerale lirico, è un patior che subisce l'influsso dell'amata. Per Pasternak, infatti, l'amore è "agitazione immobile", uno stato d'animo consacrato alla divina presenza/assenza dell'amata che permette di vivere una storia "incredibile" e "meravigliosa". Il breve idillio bohémien sfociò nel matrimonio che venne registrato a Pietrogrado il 24 gennaio 1922; i coniugi si stabilirono a Mosca, in una casa sulla Volchovka dove ogni giovedì ricevevano gli amici (Majakovskij, Bobrok, Aseev). Con la nascita del figlio Evgenij si consumò il primo distacco; esaurita dalle assidue cure che il bambino, gracile di salute, richiedeva, nella primavera del 1924 Evgenija partì per Pietrogrado e la vicina Tajcy, dove affittò una dacia per l'estate, al fine di rimettersi in forze. La vivida immagine di questa partenza venne immortalata dal poeta in una lettera: vedeva la moglie e il figlio come dei "modelli", raffigurazioni uniche della bellezza assoluta, che gli imponevano di diventare, a sua volta, un "padre modello". Aspirava a una "consacrazione della vita" che rispondesse al mandato imposto da un "inconsapevole sentimento religioso" dell'esistenza: l'"atteggiamento idealista nei confronti della donna" era il presupposto indispensabile della vita consacrata.

Tuttavia, al di là delle idealizzazioni, il poeta confessava una sorta di estraneità e di "sordida doppiezza" nei confronti della moglie, alimentate dall'aperta ostilità di lei e da "rivendicazioni bellicose": Evgenija Lur'è desiderava che il marito le riconoscesse una sorta di parità artistica e che non la relegasse nel ruolo di musa e di custode della felicità domestica del poeta. Sul matrimonio pesava "l'ombra scura della non incarnabilità" della vita consacrata, anche se Pasternak sperava che il suo amore e la sua poesia avrebbero salvato Zenja dal demone di quell'inconsulta agitazione estenuante che minacciava l'agitazione immobile dell'amore lirico: credeva che il poeta fosse il rendentore del "destino della donna", ma si trovò di fronte a un "destino abortito" e a una "passione mutilata". Da una parte Pasternak rimproverava alla moglie di pretendere una supina sottomissione, al fine di assecondare la "china catastrofica del suo carattere" imperioso, irascibile, gelosamente sospettoso e intollerante. Dal canto suo, Evgenija Lur'è accusava il marito di essere eccessivamente "remissivo" (e in ciò consisteva la sua forza) ed era disgustata dal suo egoismo "ignaro delle proprie dimensioni".

Per Zenja, l'amore era una "cospirazione" tra due persone unite contro tutto il mondo: nel 1926, invece, Pasternak cedette all'incantesimo lirico di Marina Cvetaeva, che allora viveva un nomade esilio in Europa e con la quale intratteneva un intenso scambio poetico-epistolare. Zenja, furiosamente gelosa, intimò al marito di interrompere la relazione epistolare con la Cvetaeva, perché la poetessa, nel suo altrettanto esigente e parossistico esclusivismo, pretendeva che Pasternak le consegnasse l'anima e considerava un "intralcio" la "complicità" tra i due coniugi. La gelosia nei confronti della Cvetaeva provocò una profonda frattura: nel 1926 Zenja partì per la Germania per realizzare i suoi sogni di artista e da Berlino inviò un telegramma al marito nel quale manifestava la propria intenzione di chiudersi in un riottoso silenzio. Pasternak tentò reiteratamente di infrangere questo muro di silenzio con alcune lettere che sono sia una crudele indagine introspettiva sulle origini del disamore, sia il riepilogo di una "vita mostruosa" spesa accanto al "sosia deformato" di sua moglie: Zenja era diventata "impetuosa, nervosa, viziata" e il poeta cercava disperatamente di ritrovrarla nelle sue "sembianze autentiche". Nonostante le separazioni e le minacce di divorzio, sentiva ancora un "dovere" verso di lei.

In queste lettere senza risposta l'amletico monologo del poeta sull'essere o non essere del suo matrimonio diventava sempre più intenso e inconcludente: Zenja era sempre più decisa a realizzare la sua vis artistica nella "vita libera e disinvolta" dell'Europa e non voleva più vivere con un "despota" che l'aveva stretta nella "morsa del matrimonio borghese e della maternità". Anche se resteranno insieme fino al 1931, già nel 1926 i coniugi esaurirono definitivamente quello "slancio della volontà" che aveva reso possibile il loro matrimonio; contemporaneamente si incrinava anche l'"amicizia stellare" con Marina Cvetaeva, la meravigliosa "sorella" mandata "direttamente dal cielo". Nell'estate del 1930 Pasternak e Zenja furono invitati dal pianista Genrich Nejgauz e dalla moglie Zinaida a passare le vacanze a Irpen', in una dacia spaziosa, una "autentica reggia", nei pressi di Kiev. Pasternak si innamorò della padrona di casa: come in una folgorazione, vide in Zinaida la sua Maria Maddalena, "una moglie meravigliosa immeritatamente naturale e congenitamente (a lui) predestinata".

Dopo il divorzio, nell'estate del 1931 il poeta si sposò con la moglie "predestinata"; in Zinaida Pasternak apprezzava la "qualità domestica" capace di assicurare un nido, mentre le fughe e le gelosie artistiche e sentimentali di Zenja erano una delle cause del "prolungato insuccesso della vita familare". La relazione con Zenja era stata "suicida" e si era basata sulla disarmonia, sul reciproco dispotismo e sull'esclusivismo amoroso; per Pasternak, invece, l'inveramento della donna ideale si appalesava nella capacità di creare un'armonica felicità domestica che affrancasse il poeta dai lacci fatali di una vita senza "volontà" e senza "dovere". Nella sua amletica inquietudine immobile, Pasternak continuò a scrivere a Zenja: dopo il divorzio, la ex moglie era tornata in Germania e, versando in uno stato di estrema prostrazione, venne ricoverata in un sanatorio nella Foresta Nera dove fu sottoposta a una cura neurologica. Pasternak-Amleto attribuiva alla "moglie divorziata" la stessa "amara bellezza" e lo stesso disordine mentale di Ofelia. In una lettera dalla Germania, Zenja rimproverava al marito divorziato di non aver difeso strenuamente la loro vita insieme e di aver permesso che altre persone se ne impossessasero. Pur chiedendo perdono per la brusca svolta impressa alle loro vite, Pasternak, invece, affermava recisamente che la fine del loro matrimonio non era stata causata dall'indebita intromissione di Zinaida: il poeta aveva scelto una seconda vita per uscire definitivamente dalla paralisi amorosa ed esistenziale, perché "per vivere, era diventato necessario agire".

Con l'ultimo addio era definitivamente troncato il "reciproco inganno" e con esso svaniva il "sosia deformato" di Evgenja Lur'è, complice di una "delittuosa" vicenda matrimoniale, e ricompariva, avvolta dall'aura di una fine malinconica, la bella sembianza amata. Nella postfazione all'autobiografia poetica (Il salvacondotto, 1931) Pasternak evoca il volto di Zenja, simile ai "ritratti femminili del Ghirlandaio", un volto nel quale veniva la voglia di immergersi e che aveva sempre bisogno dell'"illuminazione" della felicità per essere bello. Ma questa luce non sempre si accendeva, soprattutto in "tempi brutti e colpevoli" che impedivano perfino di "augurarsi la felicità".