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recensione di Angioni, G., L'Indice 1991, n. 7

"Porca bagascia che vita fottuta la mia! Quanti sfottò sberleffi ingiurie congiure prese per il collo e per il culo..." (p. 192). Questa è stata la vita del certo non del tutto immaginato io narrante di "Una sorta di violenza" di Stefano Vilardo: un siciliano molto brutto, povero in canna, figlio della scalogna, eterno disoccupato o sottoccupato, emigrante per lavoro e infine pensionato di invalidità, socialcomunista militante puntualmente ogni volta deluso nelle sue speranze e nei suoi tentativi di riscatto. La citazione iniziale è anche un esempio dello stile colloquiale, scurrile ma sempre verosimile, con sui Stefano Vilardo lo fa monologare, in un "sicitaliano" mai sentito prima, credo, di sicuro effetto realistico ed espressivo. Ci si fa presto l'orecchio e l'abitudine.
Si tratta della "storia di vita" di un poveraccio che dagli anni venti a tutt'oggi non sa difendersi dalla vita, senza agi e senza affetti, anzi senza pane e senza fica se non prezzolata ("ché nessuna donna, lo ripeto, ha mai partecipato al mio piacere"), e che ce la spiattella con un atteggiamento in un certo senso opposto a quello di Cellini o di Casanova, ma opposto o per lo meno sostanzialmente diverso anche dall'atteggiamento scanzonato di Lazarillo de Tormes o da quello burbanzoso di Gavino Ledda - a cui assomiglia per connotati sociali -, e diverso pure dai personaggi di Ruzante perché il Lorenzo Cutrano del libro di Vilardo è più modernamente cosciente della sua abiezione e spera e organizza il suo riscatto.
Così, Vilardo fa autoraccontare il suo Lorenzo senza compiacimenti, addobbi, vanterie, anzi mettendo bene in evidenza le mille fregature e fallimenti, senza risparmiarsi il ricordo delle sconfitte elettorali che ogni volta vive come castrazioni; e lo fa raccontare con rabbia, con popolana e scurrile violenza verbale, perché, gli fa dire, "al solo ricordo m'incazzo": contro tutti e contro tutto, salvo poi a contraddirsi con ovvia noncuranza nel giudizio su chi è causa delle sue disgrazie, a cominciare dal padre e dalla madre, poveri contadini della Sicilia interna, ora compatiti, ora accusati furiosamente come genitori anche delle sue disgrazie, che comunque, non diversamente dal cieco dello spagnolo Lazarillo e dal siciliano Rosso Malpelo, lo tirano su con la pedagogia del fregarlo perché impari a sue spese a non farsi fregare.
Eppure anche il misero Lorenzo ha un orgoglio alla Lazarillo, quello di essere una buona testa: "il pensiero mi è stato sempre d'aiuto nei momenti neri della vita" (p. 93). E allora ecco il linguaggio violento e blasfemo addolcirsi al mormorio di una poesia o di una filastrocca paesana; ecco l'invettiva scanzonare al racconto di una beffa ben riuscita ai danni di "cretini, prepotenti e capataz del casso"; ecco il ritmo distendersi e allargarsi quando dice delle sedute infantili di racconto ("Minchia, che uomo quell'Ariosto!"), della scoperta di Gramsci ("Maria Santissima del Rosario, che uomo!"), della gioia della liberazione ("In quei giorni ero come un puledro scapestrato"), dell'arguta morte del padre (pauroso di padroni, di mafia e di fascismo, ma di "lingua pungente e pronta"), della sua amicizia con Leonardo Sciascia, che in verità qui sembra cosa più dell'autore che del suo personaggio, in un momento di minore tenuta dell'intreccio tra autobiografia immaginaria del personaggio e vita "vera" del suo autore. Ed è il suo orgoglio di testa pensante e cosciente che lo fa ancora convinto che "la politica è una cosa seria, se fatta da persone serie", che è un "bellissimo tempio delle speranze umane", anche se da troppi "fatto spelonca di ladri".
E poi Lorenzo ha una sua poetica, strettamente funzionalistica: se Lorenzo racconta, è perché gli conviene, è terapia, sfogo necessario, come andare "dal confessore o se preferisci, da uno psicanalista", dato che "non devi tenerti niente nella trippa, se no... sei bello e fottuto" (p. 193). Anche questo conto torna, senza illusioni.
Non è poi senza traccia e senza importanza, in questo libro, il fatto che Stefano Vilardo è, oltre che scrittore e poeta, anche etnologo non accademico. Non conosco il suo "Il paese del giudizio" del 1977, ricordo "Tutti dicono Germania Germania" del 1975, dove sperimenta una sorta di poesia sociologica o di etnografia poetica dell'emigrazione italiana di quegli anni. Non è certo detto, e forse mi sbaglio, ma credo che la fittizia "autobiografia" di Lorenzo Cutrano debba qualcosa, per esempio, alla tradizione documentaria socioantropologica (e ora anche storiografica della cosiddetta storia orale) che raccoglie e valorizza come documento significativo la testimonianza diretta dell'uomo comune, il contributo delle normali storie di vita.
E non era un tema ricorrente in Ernesto de Martino quello del cattivo passato con cui bisogna fare i conti, come singoli e come cittadini, insieme col tema dell'irruzione nella storia dei subalterni e dei diseredati, abitanti delle "Indias de por acà?".
C'è comunque qualcosa che qui mi pare si deve più propriamente alla sensibilità di chi è etnograficamente abituato all'acribia documentaria di usi e costumi, e che però da narratore non si ferma alla semplice documentazione. Infatti non è frutto di una volontà di reviviscenza di vernacoli, neorealistici o veristici, l'inserimento qui massiccio del siciliano in una prosa italiana, così come certe puntuali ricostruzioni delle opere e dei giorni nella Sicilia agropastorale tradizionale: usi costumi e atteggiamenti verso il mondo e la vita ormai infranti e sostituiti, nostri fino a ieri, così recenti e già così remoti. E allora la storia di Lorenzo Cutrano vuole anche essere storia civile, pubblica, non solo dimensione privata, invettiva e lamento del singolo. Però tanto più vera, opportuna e plausibile, questa storia, in quanto lontana da rimpianti e nostalgie, e senza neppure rimpianti per una felicità che Lorenzo sa negata a uno come lui, brutto anatroccolo che mai ritroverà i suoi cigni e "bestia" che mai incontrerà la sua bella, perché la sa negata in fondo anche a tutti i precari come lui, e perché ha il maligno sospetto, anzi la certezza, che la felicità, compresa quella di essere amati, che lui non ha avuto, sia negata, mica tanto più in fondo, anche a tutti "i cappelli, ricconi, potenti d'ogni risma", secondo una convinzione della morale popolare, prima che evangelica e socialistica, che la felicità di qualcuno non può alimentarsi dell'infelicità altrui.
Ma la bruttezza, anche quella maschile (mi sbaglio, o non c'è una letteratura al femminile sul problema più cospicuo della donna brutta?), ci ripete Lorenzo in tutti i toni, dal lamentoso all'ironico, dal furioso al rassegnato al filosofico, è davvero una cosa irrimediabile. Tanto è vero, viene da considerare, che non se ne sono occupati n‚ i Cristo n‚ i Marx, e che solo nell'arte, in particolare nella letteratura, a parte lo stereotipo della bruttezza-cattiveria di ogni letteratura "popolare" dalla strega di Biancaneve a Tersite, appaiono, ma anche lì raramente, come problema disperato, i Quasimodo e i Cyrano, e i Lorenzo Cutrano.