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Mauro Canali

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2004
Pagine: 863 p. , Rilegato
  • EAN: 9788815098016

Canali ha compresso in Le spie del regime un decennio di studio dei fondi archivistici del ministero dell'Interno e ha edificato sulle carte di polizia un'opera imponente, con l'organigramma delle strutture spionistiche mussoliniane, le diramazioni investigative in patria e all'estero, i ruoli del personale in servizio permanente effettivo e dei "volontari" che prestarono la loro opera saltuariamente. Il quadro d'insieme è impressionante per la quantità di informatori presenti in ogni formazione politica, ufficiale o clandestina: dal Pnf al Pcd'I, passando attraverso anarchici e socialisti. L'Italia littoria era uno stato di polizia nel quale si ha la sensazione che una metà dei cittadini spiasse l'altra metà. Durante lo scavo documentario l'autore si è costruito "suoi" elenchi di spie, tramite il raffronto tra le rubriche redatte negli anni trenta dagli uomini di Bocchini e nel 1944-46 dall'Alto commissariato per la punizione dei crimini fascisti. Le liste allestite da Canali non sono la somma degli inventari esistenti, ma li integrano. È così possibile dare un nome a informatori passati indenni attraverso le indagini dell'Alto commissariato.

Il volume comprende l'elenco dei fiduciari del ministero dell'Interno, dei componenti delle cordate di subfiduciari, dei collaboratori dell'Ovra e degli Uffici politici delle questure. Chiunque abbia un qualche interesse per lo spionaggio in epoca fascista troverà pane per i suoi denti. Ciò precisato, l'impostazione lascia perplessi. L'approccio è simile a quello dell'entomologo specializzatosi nella catalogazione di una tipologia di insetti, dominato dalla volontà di aggiungere nuovi esemplari al novero delle specie conosciute. Un cedimento, una delazione estemporanea, un momento di smarrimento bastano a far precipitare il reo nella categoria delle spie del regime, talvolta in assenza di riscontri certi e di elementi di misurazione dell'entità della collaborazione prestata a un regime che - come il volume documenta abbondantemente - non praticava sconti agli avversari e usava contro di loro i metodi più odiosi.

L'impostazione pervicacemente colpevolista, l'ossessione di dimostrare che "così fan tutti" tolgono serenità e distacco allo narrazione. Lo storico appare un inquisitore impietoso. Non si capiscono i motivi dell'inclusione nel libro di Giulio Einaudi e di Indro Montanelli. Solo saltuariamente l'autore chiarisce l'effettiva statura della spia e il rilievo delle informazioni trasmesse. Quasi mai ci informa sulle conseguenze delle spiate, sul peso specifico delle delazioni, sulla vita del personaggio al di là della collaborazione prestata ai servizi. Sottovalutata è poi la dimensione del doppio gioco, per sua natura elusiva; resta spesso nell'ombra la natura del rapporto - di volta in volta mercenario, ricattatorio, volontario - allacciato tra i funzionari della polizia politica e i loro più o meno spontanei collaboratori. Dal problema metodologico discendono conseguenze rilevanti, come si è di recente notato relativamente alle carte Mitrokhin, che mescolano spie in servizio permanente effettivo con esponenti del mondo politico e giornalistico italiano estranei allo spionaggio, ma "coltivati" da un informatore a loro vicino.

Se i lettori a digiuno dell'apparato investigativo e repressivo fascista resteranno probabilmente frastornati e forse annoiati dalla caterva di nominativi (malamente indicizzati, con errori e frequenti lacune, pigiati in 550 pagine di non facile lettura, considerato che nell'immersione archivistica la prosa di Canali ha inevitabilmente assimilato terminologie e giri di frase dei rapporti di polizia), gli studiosi della società italiana tra le due guerre troveranno invece di indubbia utilità il testo, supporto valido per riscontri specifici e punto di partenza insostituibile per ricerche mirate, di cui sono indicate meticolosamente le fonti, in oltre duemila note. L'autore avrebbe forse fatto meglio ad articolare il lavoro in due pubblicazioni distinte e complementari: una monografia attenta agli aspetti fondamentali dello spionaggio (maggiormente sviluppata sul versante interpretativo) e una guida alle fonti della polizia fascista conservate all'Acs.

Le spie del regime, che pure dedica una quantità di spazio a personaggi poco o nulla significativi, trascura vicende decisive nel rapporto polizia - vita politica, quali l'uso strumentale delle indagini sull'attentato di Milano del 12 aprile 1928 (una quindicina di morti) per colpire di volta in volta i repubblicani, gli anarchici, i comunisti, anche mediante il dispiegamento di una caterva di spie e di agenti provocatori. La parte più deludente riguarda il capitolo potenzialmente più ghiotto: I casi eccellenti, ovvero la triade Vasco Pratolini, Ignazio Silone e Max Salvadori. Soppesata la documentazione scarsa e poco significativa recuperata su Pratolini, sostanzialmente già nota, sfuggono le ragioni dell'accanimento contro il romanziere, reo di avere ricevuto denaro dal ministero dell'Interno; alla stessa stregua, si potrebbero inserire tra le spie del regime centinaia di intellettuali che, dalle carte del ministero della Cultura popolare (conservate in un apposito fondo presso l'Archivio centrale dello Stato) sappiamo essere stati iscritti sul libro paga della polizia, per una disposizione mussoliniana tendente per l'appunto a porre scrittori e giornalisti in condizioni di debolezza e di ricattabilità. Di quali spiate si macchiò Pratolini? Non ne veniamo ragguagliati.

Dopo un decennio di tambureggiamento massmediatico sul "caso Silone" ci si attendeva di apprendere finalmente motivazioni, estensione e conseguenze del rapporto da questi intrattenuto con un dirigente della questura romana. Nulla di tutto ciò. Veniamo solamente a conoscere lo scarno testo di una cartolina e di un biglietto: poche righe, dalle quali - mediante un'interpretazione estensiva, utile in campo giuridico ma pericolosa se utilizzato dallo storico per emettere sentenze categoriche - si ricava una serie di illazioni che comprovano il detto di Voltaire sulla facilità di impiccare una persona a una frase. Eppure, muovendosi dentro le medesime acquisizioni di Canali, si ritrovano elementi significativi di riflessione, a partire dalla considerazione che dal 1927 il bastione dell'attività poliziesca anticomunista fosse l'Ovra, struttura con la quale Silone non ebbe mai a che fare (se non per esserne spiato in modo ravvicinato), fatto quantomeno singolare per chi è dipinto come l'uomo della polizia ai vertici del Partito comunista.

"Il caso di Max Salvadori", per usare il titolo del paragrafo a lui dedicato, sciorina documenti del 1939-40 attestanti contatti riservati, dei quali però Canali ammette di conoscere poco, anche se ne ricava giudizi imprudenti: "Non sappiamo molto su quali sviluppi ebbero tali rapporti. È tuttavia accertato che i toni della corrispondenza tra Salvadori e la Polpol, che continuò almeno fino al giugno 1941, lasciano trapelare una completa sintonia d'intenti". Difficile valutare il peso specifico della documentazione assemblata contro Salvadori, tanto più che l'episodio non è inserito nell'arco della lunga biografia del personaggio, delle sue vicende familiari, delle motivazioni politiche che lo condussero all'impegno clandestino in GL, dell'atteggiamento tenuto dopo l'arresto nell'estate 1932, della vita nell'emigrazione e - non da ultimo - dei rapporti intrattenuti con i servizi segreti alleati.

Il capitolo conclusivo costituisce la parte più valida del libro, attenta ai meccanismi che permisero ai dirigenti dell'Ovra di proseguire la carriera nella polizia dello stato democratico; Canali spiega il funzionamento delle commissioni per l'accertamento delle responsabilità di confidenti e funzionari dell'Ovra, documenta l'assoluta inadeguatezza degli inquirenti. Dietro tanta inefficienza stavano, evidentemente, ragioni di natura politica che suggerirono di chiudere alla chetichella i conti con la punta di diamante dell'apparato repressivo del defunto regime.

Anni addietro Canali suscitò polemiche a non finire per la denunzia dei rapporti intercorsi tra Silone e il commissario Bellone, urtando la sensibilità della vedova e di vari estimatori dello scrittore. Le spie del regime forniva al suo autore l'occasione per dimostrare deontologia professionale, ovvero l'uso dello stesso metro di giudizio per tutti gli informatori della polizia politica fascista. Così, d'altronde, annunziavano le anticipazioni alla stampa. L'intervista uscita sulla "Repubblica" il 23 ottobre 2004 è introdotta da una frase programmatica: "Anche questa volta lo storico non s'è fermato di fronte alle verità sgradevoli: neppure di fronte alla delazione d'uno zio partigiano, morto nei campi di Mauthausen". Si tratta di Alfredo Canali, tipografo romano informatore organico della polizia ai danni dei giellisti. Contrariamente alle dichiarazioni giornalistiche, il testo ignora questo personaggio. La cosa risulterebbe irrilevante se non fosse intrecciata alle motivazioni che spinsero Canali allo studio dell'apparato repressivo del regime. Effettuato appunto per ricostruire le traversie del congiunto (cui il nipote dedicò nel 1991 la biografia di Cesare Rossi). Si scopre però ora che l'infido oppositore clandestino - cui è dovuta, come a centinaia di altri, tutta la nostra pietas - è ignorato. Gli esiti della ricerca non dovrebbero però dipendere dai fatti di famiglia.