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Traduttore: R. Held
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1988
Pagine: V-93 p.
  • EAN: 9788806599706

scheda di Favetto, G.L., L'Indice 1988, n. 7

Due uomini che hanno vissuto, ciascuno a suo modo da congiurati, soltanto per ritrovarsi alla fine insieme in una dacia a trentadue chilometri da Mosca, tra l'ultimo squarcio del 1952 e l'inizio del 1953: Josif Stalin, istrione e potente della terra, e Icik Sager, attore professionista appena prelevato dal Teatro degli Artisti con indosso ancora il costume di scena, stan qui, nei cinque atti che il quarantasettenne cileno Gaston Salvatore ha scritto in tedesco tre anni or sono, come fossero in una seduta di autocoscienza. Parlano uno contro l'altro, attaccano e si difendono. Lo zar rosso è il carnefice, ma non solo; il disorientato ebreo è la vittima designata, ma non del tutto. Attraverso le battute del "Lear" di Shakespeare; si scandagliano a vicenda. Giocano di paura e di orrore, come stessero tirando di spada e di pistola. Il riassuntino-sommario? È presto fatto. Leggiamo a pagina 24, Stalin: "Due vecchi recitano Lear, perché uno di loro non riesce a dormire la notte. Che c'è di male? Lei diceva che ogni attore al termine della carriera vuole recitare "Lear" almeno una volta. Se lei è Lear, perché non posso esserlo io?". La Morte aleggia palpabile sin dall'inizio, arriva alla fine e colpisce indirettamente Sager. La Paura è sovrana e tiranneggia anche Stalin. Sembra che i due si siano ritirati nelle pagine di Salvatore perché quello è il luogo in cui più piace loro aver paura.