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Curatore: F. Della Peruta
Editore: Einaudi
Collana: Grandi opere
Anno edizione: 1984
Pagine: XX-1293 p. , ill.
  • EAN: 9788806568047

recensione di Bignami, G., L'Indice 1984, n. 1

Ventiquattro capitoli in milletrecento pagine potrebbero sembrare troppi per un primo giro d'informazione e di analisi su "Malattia e medicina" dal '700 a oggi: ma giunti al termine del volume si deve ammettere che sono pochi, anzi pochissimi di fronte alla folla di questioni importanti sinora sepolte sotto la polvere dell'italica incuria.
Molti capitoli si occupano della storia medica, politico-economica e socio-culturale delle epidemie ed endemie che hanno marcato a fuoco le tappe del nostro sviluppo: dal vaiolo (Ugo Tucci), al colera (Anna Lucia Forti Messina), alla malaria (Paola Corti), alla pellegra (Alberto De Bernardi), al tifo (Luigi Faccini), alle malattie veneree (Giorgio Gattei), alla tubercolosi (tre capitoli per i successivi periodi storici, di Chiara Borro Saporiti, Tommaso Detti e Domenico Preti), alla vita quotidiana in tempo di epidemia (Paolo Sorcinelli), a malattia e demografia (Ercole Sori). Ne emerge una ricapitolazione scientificamente rigorosa di una vicenda spesso feroce di sfruttamento e miseria, di prevaricazioni e interessate astuzie dei vari poteri, di abbagli, imbrogli e proposte volta per volta ingenue o strumentali dei loro delegati in ambito medico e scientifico (ma si veda oltre).
Né sfugge alla analisi il corollario delle virtù proposte per il popolo più o meno fedele e rassegnato: la prudenza nel giudizio sulle cause dei mali, da attribuire a legge di natura o a proprie colpe ed errori; la giustizia nel riconoscere a Cesare quel che è di Cesare, subordinando le proprie esigenze a quelle delle classi agiate, dello sviluppo, della guerra; la forza nella sopportazione e nella rimozione, essenziali non solo all'ordine costituito, ma anche alla stessa medicina, per i suoi scopi scientifici e didattici; infine - ovviamente - la temperanza nel mangiare, nel bere, nel vestire, nell'abitare, come conviene a essere inferiori più prossimi all'animale, o all'antenato selvaggio, che non all'uomo civile.
Con una tale storia dietro le spalle, l'utopia igienista che si svilupperà nello Stato unitario non potrà che bordeggiare ambiguamente nel mare delle troppe contraddizioni (Claudio Pogliano). Più tardi, la medicina tardo-positivistica, pur segnata da un forte impegno culturale e sociale, ma travagliata da una profonda crisi di ruolo, non potrà efficacemente contrastare offensive pur resistibili come quella di un Agostino Gemelli, e tanto meno opporsi alle accorte commistioni proposte in regime fascista. Così l'ultimo capitolo di Giorgio Cosmacini si ferma sul fraterno e interessato abbraccio tra idealisti, positivisti e neoscolastici; o se si preferisce, tra gerarchi, clinici e preti.
Ma quest'opera, appare tanto più importante se la si guarda come un punto di partenza, anziché di arrivo, dato il molto che resta da fare per ricostruire i nessi tra storia interna e storia esterna. Alcuni casi sono abbastanza chiari, come ad esempio quello del colera: qui infatti doveva passare inosservata la scoperta dell'agente infettivo da parte di Filippo Pacini (1854), per poter attendere sino al 1882 - l'anno della Triplice - il responso della vera scienza, quella di Guglielmo e di Bismarsk, vittoriosa nella corsa coi francesi. ( Un minimo appunto: le conclusioni di Robert Koch non si fondarono sulle indagini condotte in Egitto, le quali da sole non bastavano dato il declino dell'epidemia di Alessandria (p 433). Da qui la mossa della spedizione governativa ufficiale, punteggiata di veri e propri bollettini di guerra, fino a Calcutta, dove fu infine isolato il vibrione in cultura pura).
Assai meno chiari restano invece altri casi, come quello della malaria, dove il rendiconto veridico e completo sugli anni caldi delle scoperte scientifiche rischia di non essere mai scritto. Troppi documenti infatti risultano ora dispersi, o nascosti chissà dove, la tradizione orale è oramai quasi svanita; infine il carrierismo o la paranoia di alcuni dei protagonisti - italiani e non - hanno celato, o riscritto, o fatto riscrivere a proprio uso e consumo molte delle vicende in cui si intrecciavano interessi scientifici, accademici, economici e politici. Del resto gli stessi inglesi a mezza bocca lo ammettono per alcuni aspetti del ruolo sostenuto da Ross.
Parlando poi di crisi della medicina positivistica, altre significative storie restano ancora da raccontare: per esempio, quella del declino della scuola romana, che ancora ai tempi della prima guerra costituiva uno dei principali caposaldi della rete medico-scientifica europea. Come un segnale di arrembaggio, alla metà degli anni dieci lo scontro sulla successione alla clinica medica dava il via a una medicina fatta di schemi fumosi e pseudoscientifici, soprattutto aperta a tutti i possibilismi terapeutici, perciò cara ai nascenti interessi farmaceutici e non. Ne testimoniano sui giornali e giornaletti dell'epoca gli attacchi violenti e scorretti di Achille Sclavo, fondatore dell'omonima ditta, contro uno studioso eminente come Ettore Marchiafava, i cui contributi in diversi settori della patologia - dalla malaria alle affezioni neurologiche di più difficile caratterizzazione - erano universalmente conclamati. Tale "nuova medicina", ben presto rotta a molte infamie nel ventennio, e poi nel secondo dopoguerra, poco a poco si approprierà di buona parte delle strutture scientifiche e didattiche, con i risultati che sappiamo. Ma all'apparenza non è ancora chiara la percezione delle origini di questa svolta. Per esempio, un medico esperto come Cosmacini riesce a trovare degli aspetti scientifici positivi persino nell'opera di Nicola Pende, limitandosi a condannarlo per i successivi sviluppi, per l'adesione al regime, per il manifesto della razza. (Più tardi, coerentemente, Pende affermerà di avere incontrato il padreterno in persona e contribuirà di fatto alle crociate dei comitati civici e della peggiore Dc negli anni della guerra fredda, facendo leva su immagini come l'orco sovietico e le madonne lacrimanti).
Una recensione a parte meriterebbero i capitoli che riguardano gli infortuni sul lavoro (Roberto Romano), gli sviluppi pratici e teorici del controllo psichiatrico (Francesco De Peri), la criminologia medica (Renzo Villa), l'antropometria e l'antropologia nelle varie applicazioni, in particolare il problema nord-sud (Bernardino Farolfi). Questi scritti chiariscono le articolazioni dello sviluppo medico a fronte di una gamma sempre più ampia di esigenze, fornendo una solida base per gli ulteriori approfondimenti in materia. Anche qui, infatti, molti aspetti restano poco noti: per esempio, con l'eccezione da poli di sviluppo a nord meglio studiati, poco sappiamo di una serie di importanti conflitti interni alla scienza ufficiale, chiamata a pronunciarsi ora sulla nuova patologia da lavoro, ora sulle violenze della medicina e psichiatria carceraria. Ne testimoniano i casi giudiziari relativi agli Alti Forni e Acciaierie di Terni; o la polemica pubblicazione, da parte di alcuni tra i periti, dei materiali del caso D'Angelo (un povero disgraziato tra tanti crepato il 5 maggio 1903 in letto di contenzione a Regina Coeli: "Rivista Sperimentale di Freniatria", 30, 1904).
Altri casi ancora consentirebbero una visione meno uniformemente negativa di questo sviluppo, come ad esempio le ricerche sulla patologia del lavoro in galleria: quelle di Angelo Mosso, svolte dietro incarico dei lavori pubblici durante lo scavo dei Giovi, ("La respirazione nelle gallerie e l'azione dell'ossido di carbonio",1900); o quelle dell''équipe torinese di Perroncito, che dopo la strage del San Gottardo consentirono di scavare il Sempione senza una sola vittima del micidiale Ancylostoma. Ma un discorso a parte meriterebbe soprattutto la neuropsichiatria in era fascista, saltata a piè pari nel volume; e non tanto per gli epifenomeni sin troppo noti (l'elettroshock di Cerletti e Bini), ma soprattutto per i retroscena dello sviluppo. Ciò vale ad esempio per la discussione presto soffocata, sull'accorpamento delle cattedre di neurologia e di psichiatria, con cui il regime demandava alla componente medico-organicistica la definizione e il controllo della devianza. Anche qui lo stile di lavoro fascista medierà abilmente tra sostenitori come il Mingazzini e oppositori come il De Sanctis, che perdeva la cattedra di psicologia. Ne testimonierà la successiva opera dello stesso De Sanctis, prima trombato, poi promosso a più alti destinati, che col suo prestigio sosterrà attivamente il regime e il suo duce sulla scena scientifica internazionale.
Un discorso a sé spetterebbe ai capitoli che si occupano dei luoghi di cura, dei curanti e dei curati: quelli cioè di Aurora Scotti, Paolo Frascani e Domenico Preti, su diversi aspetti e periodi dello sviluppo ospedaliero; quello di Maria Luisa Betri, sulla collocazione e sul ruolo del medico in una difficile fase transitoria (dalla restaurazione all'unità); quello di Ada Lonni, sui confronti della medicina coi magistrati, da un lato, con i ciarlatani, dall'altro. Qui, chiaramente, accanto alle vicende della gestione dei luoghi di cura, che sono esaminate a fondo, restano aperte altre questioni importanti, come quella dei rapporti tra medicina e religione dall'unità agli anni '20. Infatti il tono becero di molte polemiche, il taglio granghignolesco di certi scontri, come quello sul caso Murri, non impediscono graduali e significativi avvicinamenti. Il già citato Marchiafava, per esempio, in epoca pre-concordataria poteva essere senatore del Regno e allo stesso tempo medico ufficiale di Benedetto XV. A un suo collega laico della facoltà romana poteva essere affidata dalla Chiesa una materia delicata come quella delle stimmate di tale Francesco Forgione, in arte Padre Pio da Pietralcina, nel tentativo di guadagnare un credito di oggettività che i più tardivi epigoni di ambo le parti giudicheranno superfluo (si vedono più sopra i cenni al caso Pende).
Infine quasi una recensione a parte meritano i due primi capitoli, che affrontano i principali nodi dello sviluppo medico nel 1700 (Elena Brambilla) e nella prima metà dell'Ottocento (Giorgio Cosmacini). Leggendo quest'ultimo si capisce come i vuoti dei tempi di transizione siano sin troppo agevolmente occupati da una "fantasia" di proposte e di modelli, fondati soprattutto sulle capacità teatrali e manageriali dei protagonisti. Qui il lettore meno accorto va messo sull'avviso: il Cosmacini infatti, come ogni storico di rispetto, ha sviscerato così a fondo i suoi personaggi da innamorarsene perdutamente (ciò vale per Rasori, e ancor più per Tommasini); quindi, viene a mancare una illustrazione piena dei condizionamenti e ritardi derivanti dal loro successo che sono stati pagati con l'arbitrarietà e la genericità di alcuni modelli medici, fino ai nostri giorni. Inoltre, l'analisi interna dello sviluppo dei modelli medici si ferma praticamente a questo punto, a parte i cenni già citati a proposito dell'ultimo capitolo: resta il buco dei primi cinquant'anni dello stato unitario. Qui la scena italiana si complica per l'intreccio di filoni indigeni e importati, in particolare per le tensioni tra i paradigmi della patologia cellulare virchowiana, le versioni ammodernate dei vecchi modelli umorali, sostenute dai primi sviluppi della biochimica, infine quegli schemi più ampi che accolgono elementi socio-antropologici ma spesso decadono nel generico.
D'altra parte la materia affidata a Elena Brambilla appare oramai sistemata. Finalmente si comprende come dopo molti secoli di medicina nominalistica, personalistica e corporativa, rapidamente emergano le coordinate di un operare e di un teorizzare moderno: nella professione, nella ricerca, nella didattica, nell' intervento pubblico. Leggete per ultima questa analisi esemplare. Il tour de force che ne risulta appare quasi incredibile, sino a offuscare la fama dei grandi numi di un ideale empireo storico-medico mondiale.
La riflessione sui problemi di oggi attraverso il filtro di questa Storia, e di quella ancora da scrivere, è un esercizio necessario e utile, anche se spesso penoso e difficile. Sin troppo breve appare ancora la distanza tra il medicinam cum lacte bibamus dei secoli andati e il ferreo nepotismo delle corporazioni attuali; dagli schemi eclettici di un Tommasini all'odierno possibilistico avallo di ogni prassi di non provata efficacia; dalle dure offensive di controriforma nell'Ottocento (per esempio, dopo la modifica dell'allucinante regolamento cavouriano sulla prostituzione e sul controllo delle malattie veneree) ai modi con cui si è sabotata e poi attaccata la legge 180. Chi legge i grovigli e pateracchi assistenziali creati durante la prima guerra, e soprattutto durante il fascismo, capirà meglio il nostro stile di lavoro: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite, e al diavolo chi ha bisogno e diritti. Al limite del folklore, i pressanti telegrammi dei professori-imprenditori al senatore Marchiafava, per fargli sperimentare nuovi miracolosi rimedi sul papa agonizzante (siamo al 1922), scoprono le origini delle nostre simonie, come quella di un antico ateneo che oggi svende il nome e l'immagine di Morgagni alla pubblicità farmaceutica. Molti oggi, a leggere queste pagine, dovrebbero tremare, nel vedere per analogia smascherate le proprie mistificazioni.
Ma in "Malattia e medicina" malgrado tutto, non vi è n‚ pessimismo n‚ sconforto. A più riprese si delineano anche positivi sviluppi, emergono figure di provata solidità culturale e scientista, di limpide credenziali etiche, di generoso impegno politico, e si analizzano motivi e modi delle loro sconfitte. Come hanno scritto di recente Delia Frigessi Castelnuovo e Michele Risso ("A mezza parete", Torino, 1982): "Il progresso della medicina è lento e difficile (...).
Il problema della ingiustizia della miseria, della violenza, percorre la storia". Agli artefici di "Malattia e medicina" siamo debitori non solo di un'opera scientifica e letteraria solidamente costruita, ben scritta, minuziosamente curata ma anche per la restituzione di cospicua parte di una memoria storica, essenziale ad affrontare i problemi di oggi.