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Patrizia Guarnieri

Editore: Olschki
Anno edizione: 1991
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788822238856

recensione di Jervis, G., L'Indice 1992, n. 6

La rigidità delle etichette accademiche e la cattiva distribuzione dei piccoli editori rischiano di lasciare a margine e quindi di non far cogliere ai più, il senso di questo libretto di Patrizia Guarnieri dove sotto l'apparenza di una esercitazione erudita si nasconde un giudizio equilibrato su un tema che è stato molto dibattutto nella cultura italiana.
La forma e quella di un'indagine storiografica. L'autrice ha raccolto la bibliografia relativa agli studi di storia di psichiatria nel nostro paese (821 voci in tutto), e ce la presenta corredata di indici e di un'ampia introduzione. Se la parte documentaria interessa soprattutto gli addetti ai lavori, e cioè essenzialmente gli storici, il saggio introduttivo merita di essere letto da un pubblico più vasto. Qui l'ancoraggio analitico alla ricerca (chiamiamola pure cultura accademica, per una volta non in senso deprecatorio) non puo che esser percepito come un tipo di approccio, e di cautela, e se si vuole anche di necessario distacco, che contribuisce a conferire agli aspetti di sintesi, e cioè di giudizio, espressi dalla Guarnieri, una ponderatezza non abituale in questo campo.
È possibile dire che se ne sentiva il bisogno? Ma - vien subito fatto di osservare, un po' reattivamente - questo presume che la psichiatria interessi ancora a qualcuno. Il confronto con un passato ancora recente è stridente. Fra la fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta i temi umani, sociali, politici relativi ai problemi dell'assistenza psichiatrica e dei manicomi sono stati alla ribalta nel dibattito nazionale, legandosi a mobilitazioni appassionate.
Ci si può chiedere che cosa ne rimane oggi. Che in primo luogo ne resti qualcosa di positivo, non vi è dubbio. Non si può dubitare che, nel corso di due decenni, gli intricati e vari percorsi di una crescita storica del senso di responsabilità collettiva in un paese, come il nostro, così pesantemente ostacolato da mentalità familistiche e da egoismi particolaristici, abbiano attraversato, oltre che i termini dell'impegno politico puro e semplice, anche altre forme di solidarismo, come quelle che derivano dalla sensibilizzazione al problema dell'uguaglianza nella scuola, dei reclusi asilari, degli handicappati. L'Italia civile, che oggi si contrappone alla delinquenza e al razzismo, è maturata anche attraverso quelle idee e quelle lotte: non è certo negli idealismi di ieri che stanno le radici dei suoi guai attuali.
Eppure è possibile cogliere, purtroppo, nei disincanti attuali, anche una volonta di distanziamento o di rifiuto, se non talora una sorta di deluso rancore: è possibile cogliere la tendenza a ritenere, retrospettivamente, che ogni forma di mobilitazione progressista sia stata, in quegli anni sessanta e settanta, nel caso migliore una pura perdita di tempo, nel caso peggiore un errore, se non addirittura - anche quando non lo era affatto - un indiretto compromesso con i peggiori eccessi dell'ultrasinistra faziosa. Alla constatazione del fallimento storico della prospettiva socialista nel mondo si accomuna, in un'unica condanna, il ricordo di una serie di impegni civili, che non furono sempre di cattiva qualità.
Le tendenze attuali al disinteresse per i temi sociali della psichiatria, lungi dal rappresentare un superamento evolutivo nei confronti degli aspetti di ingenuità che pure furono presenti, ne costituiscono la conferma, il modo di perpetuarne le componenti più immature. Ancora una volta, sembra difficile uscire da quella logica priva di sfumature, fatta di assoluzioni e condanne in blocco, di "o sei con noi o contro di noi", che caratterizzò l'aspetto peggiore di quegli anni: con la differenza che ora si condanna un universo di idee e di lotte in cui è pur vero che a quell'epoca ognuno assolveva con troppa facilità se stesso e i suoi compagni.
Per uscire da queste esemplificazioni non servono nuove formule, nŠ tanto meno nuovi attivismi: ciò che serve è conoscere e capire l'articolazione delle idee e delle vicende. Si tratta, del resto, di provare ancora a emendare una vecchia carenza. Infatti, fin dall'inizio degli anni settanta era evidente che ciò che difettava non era la generosità, ma la chiarezza di idee: non la determinazione ad agire ma la cultura. Di fronte alla tendenza a negare le complessità e le contraddizioni della psichiatria per rifugiarsi in ideologie antipsichiatriche semplificative, e di fronte alla tendenza a voler squalificare gli avversari sul piano personale invece che sul piano delle idee, fu necessario avere il coraggio di provare a rimettere in mano ai giovani libri di studio, e cioè manuali di psichiatria e strumenti di pensiero non dogmatici, portatori di sfumature, rispettosi di complessità di temi. Visti i risultati, occorre dire che quel tentativo non fu sufficiente: e anzi, l'invito a riflettere e studiare fu sconfitto, negli anni settanta, dallo schieramento che proponeva come unici slogan la lotta al manicomio e la messa fra parentesi del problema terapeutico della follia. Ma questo compito non ha cessato di riproporsi, e anzi oggi con una responsabilità in più: quella di capire meglio non solo una materia complessa ma anche una storia recente assai contraddittoria, di cui la situazione attuale è figlia.
Qui il taglio del libro della Guarnieri è prezioso proprio per il suo carattere metodologicamente settoriale. Infatti l'oggetto della sua indagine non è esattamente la psichiatria , ma il modo come gli psichiatri stessi hanno considerato, attraverso gli anni, se stessi e la loro tradizione. Questo taglio si rivela prezioso per esaminare l'intersecarsi e il riproporsi delle ideologie. Proprio la prospettiva storica, e anzi più precisamente la prospettiva di ricerca storiografica, è ciò che permette all'autrice di far emergere - con discrezione - insieme alla sua opzione di simpatia per le posizioni del progressismo psichiatrico, anche un ammonimento a evitare, oggi come ieri, semplificazioni settarie e anti-intellettuali in un campo così complesso.