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C’è un filo invisibile, sottile come seta ma resistente come il destino, che lega l’Inghilterra vittoriana di William, l’Ohio ferito di George e la Cina distopica di Tao. Maja Lunde mentre scrive un romanzo ambientale, tesse una saga familiare dove l’ape è lo specchio delle fragilità umane. Un’opera "gentile" ma implacabile, capace di trasformare un ronzio di sottofondo nel grido di battaglia di un'intera specie. Avendo conosciuto l’autrice attraverso il terzo volume della saga (Gli ultimi della steppa), ho affrontato questa lettura con una consapevolezza diversa, notando come la narrazione proceda a ritmi alterni, riflettendo la pazienza del ricercatore. La lentezza, che non è noia, è il tempo necessario affinché i semi piantati nel 1852 possano germogliare nel futuro spaventoso e privo di colori di un cupo 2098. Lunde ci scaraventa tra il passato polveroso di un biologo dell'Ottocento, il presente di un apicoltore che vede il suo mondo crollare e un futuro in cui l'impollinazione è diventata un lavoro manuale forzato. Le tre linee temporali non sono compartimenti stagni, quelle storie convergono attorno a un "rivoluzionario modello di alveare", un testimone che passa di mano in mano simboleggiando la capacità umana di creare, ma anche di distruggere. Il monito ambientalista è rafforzato dall'indagine sui legami familiari, vero motore della narrazione. È un libro che parla di genitori e figli, di quanto siamo disposti a rischiare per chi amiamo e dei fallimenti che ereditiamo. Non c'è nulla di stucchevole o 'mieloso' in queste pagine, solo la convinzione che la memoria collettiva sia la nostra vera via di scampo. Questo viaggio nell'aridità mi ha cambiato lo sguardo: ogni ronzio ora ha un peso diverso. Proseguirò il cammino con La storia dell'acqua, consapevole che la Lunde sta scrivendo l'elegia di ciò che stiamo perdendo per ricordarci chi potremmo ancora essere.
Storia complessa forse pure ben costurita, ma narrazione da rivedere. Non coinvolge, salti temporali e personaggi senza senso. Non ci siamo, poi si può apprezzare lo sforzo, ma decisamente si legge di meglio.
Il modo di raccontare non mi ha particolarmente coinvolta, l'ho trovato statico e noioso. Certo è che la sopravvivenza dell'uomo passa anche attraverso la salvaguardia di un idoneo habitat per le api e gli altri impollinatori.
Recensioni
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