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Simonde de Sismondi

Collana: Pantheon
Anno edizione: 1996
Pagine: XCVI-410 p.
  • EAN: 9788833909998

recensione di Occhipinti, E., L'Indice 1997, n. 4

Nel 1832, all'indomani dei moti del Trenta che chiudevano un decennio di mobilitazione borghese contro l'ordine restaurato a Vienna, usciva contemporaneamente in lingua inglese e francese un libro esemplare del clima politico-intellettuale del primo Ottocento, la "Storia delle repubbliche italiane" di J.-C.-L. Simonde de Sismondi, tradotta l'anno successivo in italiano sotto il titolo "Storia del Risorgimento, de' progressi, del decadimento e della rovina della libertà in Italia". Ora, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla prima edizione, l'opera viene riproposta nell'elegante veste tipografica della serie "Pantheon" della Bollati Boringhieri, per la traduzione di Alfredo Salsano, preceduta da una dotta presentazione di Pierangelo Schiera, che ricostruisce il fitto tessuto di rapporti culturali in cui si muoveva Sismondi nell'Europa attraversata da fermenti diversi tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento.
Insieme alle suggestioni romantiche e liberali di cui è pervasa, l'opera restituisce immediatamente alla lettura, sotto la veste storiografica, la carica ideologica di cui era portatrice, e che costituisce il suo vero motivo di interesse; una carica ideologica dichiarata nell'introduzione dove Sismondi sottolinea che "la storia ha veramente importanza soltanto nella misura in cui contiene una lezione morale", mettendo allo scoperto l'intenzione di individuare, nella vicenda delle autonomie cittadine, esempi in positivo per quella ricerca e tutela delle libertà cui aspiravano le borghesie europee ottocentesche. Ma l'ideologia si delinea netta nello svolgimento dell'intero discorso, a cominciare dall'angolo visuale da cui si guarda la storia dei secoli passati, ovvero la storia delle repubbliche italiane. Come sarà - poco meno di trent'anni dopo - per Carlo Cattaneo (con uno svolgimento, tuttavia, più compatto e rigoroso), l'accento posto sulla storia delle città - accomunate, al di là delle singole vicende contingenti, da un medesimo sviluppo costituzionale - legittimava l'idea di una storia unitaria dell'Italia prima dell'unità, in cui gli stati preunitari cessavano di essere singoli "pezzi" giustapposti per diventare parte di una vicenda nazionale.
Da questo punto di vista è indicativo il taglio periodizzante scelto da Sismondi, che, pur dedicando la gran parte della sua opera al medioevo, non presenta formalmente una storia dell'Italia medievale, bensì una storia delle repubbliche italiane. Il "terminus a quo" è collocato, in linea con la tradizione, nel V secolo, con lo scatenarsi delle invasioni e la fine dell'impero. Il "terminus ad quem" non è formalizzato, in quanto Sismondi ricostruisce le vicende italiane fino al suo tempo, senza indicare cesure nel lungo periodo dal V al XIX secolo: neppure l'eco dell'età nuova inaugurata dalle scoperte, appena sfiorato l'assetto dell'Europa moderna (già da alcuni decenni analizzato da William Robertson).Il tema delle repubbliche si impone come contenuto immediato, senza preoccupazione di una più avvertita visione storiografica.
Dopo il rapido schizzo dell'Italia al tempo delle invasioni, nel giro di qualche pagina vengono "bruciate" vicen-
de di secoli, per arrivare alla ripresa cittadina e al delinearsi delle prime libertà delle sedi costiere, Venezia Gaeta Napoli Amalfi. Esplode allora, nell'economia dello scritto sismondiano, il tema medievale (si noti tuttavia che i termini "medioevo" e "medievale" non sono usati con un senso specifico) per il suo oggettivo interesse in quanto epoca dello splendido fiorire delle repubbliche cittadine e delle loro libertà conquistate al prezzo di un'epica lotta contro gli imperatori tiranni, spesso narrata con gusto aneddotico. È in tale contesto il riferimento allo strenuo impegno della Compagnia della morte a Legnano, che ha indotto Ernst Voltmer a collocare Sismondi ai primi posti nell'elenco dei "propagandisti 'scientifici' del carroccio" nel saggio dedicato all'oggetto-simbolo della guerra medievale (cfr. Ernst Voltmer, "Il Carroccio", Einaudi, Torino 1994, pp. 171-72; cfr. "L'Indice", 1995, n. 3).
Sicuramente epoca di rigoglio e sviluppo, la fase comunale è tuttavia un'epoca di luci e ombre, in cui lo scatenarsi delle violenze nobiliari mette in crisi l'ordine civile e apre la via all'instaurarsi del potere di uno solo, che spegne le virtù repubblicane. Tuttavia nel quadro buio dell'Europa trecentesca l'Italia spicca ancora con la sua vocazione alla libertà.L'ascesa delle oligarchie, le lotte di fazione (attraverso cui si imponeva "il patriottismo riferito ai partiti e non alla cosa pubblica"), il successo dei tiranni, ebbero effetti rovinosi; la ricchezza di libertà e di virtù delle repubbliche originarie venne dissipata con il progresso dei secoli: "Essa diminuì precisamente nella stessa proporzione in cui gli stati liberi diminuirono di numero".
Interessato soprattutto agli aspetti economico-sociali dello sviluppo storico, Sismondi non è sensibile alle evoluzioni istituzionali, che segnano la vicenda dei comuni italiani (se si sofferma sul caso fiorentino, è appunto per mettere in evidenza il movimento delle lotte sociali).La sua attenzione si focalizza allora sulla dinamica degli eventi che portano l'Italia, maestra di libertà in Europa, a soccombere alla potenza delle grandi nazioni e sulle vicende della penisola lungo il conflitto franco-asburgico.
La parte conclusiva del saggio condensa in poche pagine "l'oppressione dell'Italia durante i tre ultimi secoli", orientando lo sguardo soprattutto sulle repubbliche superstiti.Il punto di vista "patriottico", che emerge chiaro nell'enfasi con cui si sottolineano alcuni episodi (la "ispanizzazione" dell'aristocrazia genovese, la cessione della Corsica alla Francia, l'insurrezione antiaustriaca a Genova), porta per altro verso a dissimulare il fatto che nel generale clima riformistico settecentesco proprio le repubbliche italiane sopravvissute - Genova, Venezia, Lucca - fossero rimaste estranee al moto rinnovatore. La chiusa sul presente è profondamente segnata dall'azione napoleonica, che, se in un primo tempo appare corresponsabile della fine dell'indipendenza di Venezia, si presenta poi come l'artefice di "una rigenerazione che restituì alla nazione italiana più libertà di quanta ne avesse perduta".Una sorta di destino compensatorio aveva fatto sì "che l'invasione dei francesi, alla fine del secolo XVIII restitu[isse] all'Italia tutti i vantaggi che la loro invasione, alla fine del secolo XV, le aveva fatto perdere". Libertà, di nuovo persa dopo Napoleone, da riconquistare. Il cerchio del discorso ideologico di Sismondi si chiude alla ricerca della libertà perduta, quella libertà che costituisce l'autentico filo conduttore dell'analisi. In questo ideale, non nell'ingenua ricostruzione storiografica, sta l'interesse del saggio, che appunto come testimonianza sulla formazione degli ideali nazionali italiani nel primo Ottocento può avere ancora un senso per il lettore.
Ritorniamo allora alla presentazione di Schiera, alle molteplici suggestioni che offre per una lettura, variamente tonalizzata, della "Storia" sismondiana. C'è innanzitutto la via propedeutica del confronto con "Corinne", il romanzo di ambientazione italiana di Madame de Staël, quale accesso al terreno del romanticismo storico da cui trasse ispirazione il nostro autore: un terreno su cui si incrociano i grandi pensatori del liberalismo francese e inglese e in cui Sismondi si muove in maniera originale, cercando di dare concretezza, attraverso la ricerca storica, alle pure leggi dell'economia. C'è la via della dimensione biografica, dispiegata tra Inghilterra, Francia, Germania, Italia e Svizzera, che è anche sintesi di esperienze unificabili sotto il segno di un liberalismo etico, dove si ripropongono sia il problema del movimento dialettico della storia attraverso anarchia-tirannide-libertà, sia il problema del rapporto individuo-storia-conquista della libertà (centrale nel Risorgimento italiano).O la via della rievocazione, attraverso la fortuna di Sismondi e del suo storicismo pedagogico, di alcune linee di fondo della storiografia risorgimentale, dalla cerchia di Balbo a Pagnoncelli, a Morbio, Gioberti, Manzoni, Troya, fino a De Sanctis. O la via della genesi, intorno all'interesse per il medioevo di cui Sismondi fu un antesignano, della scienza sociale italiana, nel suo arrovellarsi sui temi dell'incivilimento, da Romagnosi a Ferrari, Cattaneo, Carducci.
Dall'oggi in cui sembra "incombente la fine del modello-Stato, nell'accezione accentrata e nazionale che ha regolato la sorte politica degli uomini europei nei quasi due secoli che ci separano da Sismondi", Schiera avanza l'invito a ripensare i possibili modi di ritessere i fili di una politica, sfilacciatasi sul telaio delle macrodimensioni, ripartendo sismondianamente dalle città. Aggiungerei l'invito a ripercorrere il testo sismondiano come parte di quella grande macchina produttrice di miti che fu il medioevo dei romantici: miti grandi e piccoli, che camminano oggi per la loro strada, come il carroccio.