Categorie

Curatore: R. Comba
Editore: Einaudi
Collana: Grandi opere
Anno edizione: 1997
Pagine: 822 p. , ill.
  • EAN: 9788806144562

recensione di Vallerani, M., L'Indice 1998, n. 6

Questo secondo volume della storia di Torino si apre su un periodo difficile e incerto della città: una lunga notte, successiva all'età comunale, durante la quale Torino stenta a decollare, rifiutandosi di assumere le responsabilità di una capitale. Una crisi che dura almeno fino al 1418, anno di ricongiunzione del principato di Acaia al ducato di Savoia: da questo momento incomincia, irresistibile, un processo di rinascita e di affermazione di Torino prima in Piemonte e poi nell'intero ducato, fino alla "catastrofe" della dominazione francese del 1536. Il volume riflette questa scansione, dividendosi in due parti distinte (prima e dopo il 1418), come due fasi biologiche di un organismo urbanistico-politico unico, segnato inevitabilmente dall'essere diventato, a un certo punto, capitale di uno Stato. Una composizione sensibilmente diversa dal primo volume ("Dalla preistoria al comune medievale", a cura di Giuseppe Sergi), che presenta un mosaico di storia altomedievale torinese, da capire e da inquadrare con una logica compositiva tutto sommato libera dall'assillo di "Torino capitale". Una volta reciso (e da tempo) il nesso tra i destini della città e la storia della dinastia, il lavoro poteva procedere per vie sperimentali, con ricerche mirate a comprendere la realtà locale in un contesto regionale complesso, dove si sovrappongono progetti diversi che danno a Torino "centralità" di volta in volta differenti (dalla contessa Adelaide al vescovo). Ma il primo volume pareva chiudersi con un auspicio non buono: la debole struttura comunale lasciava a Torino un'autonomia limitata, divenuta ancora più incerta in seguito alla facile resa ai Savoia nel 1280.
Da qui riparte il secondo volume. La gravità della crisi che sembra avvolgere Torino per almeno due secoli impone scelte più rigide dal punto di vista redazionale. Non è più tempo di sperimentare letture parallele, mentre più urgente è il bisogno di affrontare con studi "strutturali" (economia, società, politica, cultura) le cause di questo lungo buco nero della storia di Torino. Una città piccola, forse neanche una città, di cui Rinaldo Comba nel capitolo iniziale ricostruisce minutamente, e con una certa severità di toni, la limitata dimensione urbanistica, la debole struttura demografica, il lento sviluppo economico, indice di un processo quasi volontario di sottodimensionamento. Tutto a Torino sembra piccolo: la città, il mercato, l'artigianato, l'agricoltura, il commercio, il potere, il ceto dirigente, la vita religiosa; piccolo rispetto ai compiti che potevano spettargli dopo la conquista dei Savoia nel 1280.
In questa lunga fase di decadenza stagnante, gli equilibri sociopolitici non potevano essere che ambigui, con una commistione quasi consociativa tra la vecchia nobiltà e la nuova élite popolare composta di speculatori accorti, sopravvissuti alla tremenda crisi economica di fine Trecento, grazie a oculati investimenti sulla terra. Sono loro che ora si alleano con la residua nobiltà e fondono le due élite in un'unica "oligarchia" al potere (Alessandro Barbero, "Gruppi e rapporti sociali"). Il consiglio comunale tende a chiudersi e il ceto politico si autoriproduce attraverso un sistema di cooptazione familiare dei membri della Credenza.
Tuttavia questo schema oligarchico-elitario elaborato da Barbero come inquadramento delle vicende politiche torinesi dal XIV al XVI secolo (si vedano dello stesso, "Torino sabauda", "La classe dirigente "e, nella seconda parte, "La vita e le strutture politiche") rischia di semplificare i fatti; crea un'immaginaria fissità della vita politica, senza conflitti, senza rotture, con un'oligarchia che tutto assorbe e risolve. Ma gli eventi, che lo stesso Barbero ricostruisce con grande dovizia di particolari, si prendono una rivincita e fanno fatica a entrare in uno schema di perenne predominio oligarchico. È un "evento" da approfondire la fondazione della società popolare di San Giovanni nel 1335, che riunisce il Popolo, ma risponde anche a una strategia del duca di accentuare le divergenze interne; come eventi non preordinati sono la sua soppressione nel 1360 e poi la rinascita improvvisa nel 1389; ed eventi da spiegare (non solo in termini di lotta faziosa), sono la sconfitta della parte ghibellina filo-astese dopo la congiura del 1334 e il radicamento di questa nel capitolo cattedrale come centro di potere alternativo.
La seconda parte del volume comincia a ridare aria al lettore. Con l'inserimento del principato di Acaia nel ducato di Savoia si apre uno spazio regionale più ampio dell'angusta Torino trecentesca, circondata da vicine temibili che le contendono il ruolo di capitale possibile: Savigliano, Chieri, Pinerolo, Moncalieri sono più popolate (circa un migliaio di fuochi, di contro ai 6-700 della Torino trecentesca), più ricche e più produttive, ma nessuna di queste ottiene una preminenza assoluta sulle altre, perché è la stessa dominazione sabauda a restare incerta per lungo tempo, senza riuscire a individuare con precisione una "capitale". Dopo il 1418 il problema si pone in maniera diversa. Barbero, autore di un capitolo centrale in tutti i sensi ("Il mutamento dei rapporti fra Torino e le altre comunità del Piemonte") esclude che l'espansione di Torino sia la causa della sua scelta come capitale, semmai ne fu la conseguenza. Le cause vere vanno allora ricercate nella "nuova centralità" che assume Torino rispetto ai disegni del principato, intenzionato a espandersi verso la Padania. Torino diventa così "centrale" non solo per il Piemonte, ma per l'intero ducato. Da allora il suo destino sembra segnato, anche se il cammino non fu semplice: dalla fondazione dello Studio nel 1404 (evento cruciale, per il quale si legga il bel contributo di Diego Quaglioni), al trasferimento del consiglio cismontano in città nel 1431 (anch'esso a lungo conteso), al privilegio del 1436 che li assegnava entrambi perennemente a Torino, si avviò una competizione serrata con Moncalieri, Pinerolo e Chieri che continuò a lungo, con una serie di attacchi e risposte, secondo un'estenuante logica da" war game". Torino alla fine vinse, sia per ragioni strategiche, sia anche per scelte politiche della città che decise di accettare sacrifici anche grandi pur di conservare i privilegi di sede amministrativa.
Nel corso della seconda metà del Quattrocento la struttura politica si sviluppò, ma soprattutto ne uscì profondamente modificata la struttura sociale (ricostruita distesamente da Stefano Benedetto e Rinaldo Comba). Torino passò, in un processo di crescita continua, dai tremila abitanti del 1415 (punto più basso della storia) a circa ottomilaquattrocento del 1510. Una trasformazione radicale che coinvolse la struttura della popolazione, quasi totalmente rinnovata nelle fasce medio-basse, anche in virtù di forti correnti immigratorie; il paesaggio agrario, rivoluzionato dalla diffusione dell'alteno (vite associata a sostegno vivo); i rapporti di produzione, con l'espansione dell'unità produttiva poderale, e quindi le forme di insediamento, con l'aumento repentino dell'habitat intercalare tra il 1480 e il 1500. Tutto questo dinamismo non trova riscontro nella vita politica, bloccata ancora una volta dall'oligarchia al governo che perpetua un dominio familiare non scalfito dalle pur incisive riforme di Amedeo VIII del 1433. Ancora una volta, tuttavia, questo schema oligarchico non rende conto della complessità dei livelli di interferenza creati dalla dominazione sabauda. Invece di ridursi, il gioco politico sembra ampliarsi e qui, forse, opportune analisi incrociate sui dati offerti dai singoli contributi avrebbero potuto inquadrare meglio le basi sociali e i motivi politici dell'accoglienza entusiastica tributata da Torino all'invasore francese nel 1536. Ne leggeremo gli sviluppi nel prossimo volume.