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Ora che, dopo più di mezzo secolo, con il crollo del Muro e lo spegnersi di un guerra fredda residuale ma vischiosa, si è infine concluso il secondo dopoguerra, risulta sempre più evidente che stiamo vivendo un lungo e necessariamente torbido processo di transizione, nel quale si vanno ridefinendo i rapporti fra gli antichi stati-nazione europei e la nuova Unione Europea, fra un'Europa ancora poco salda sulle proprie gambe e l'impero statunitense declinante, fra l'Occidente e il mondo.
Nell'introduzione (Intenti e presupposti) a Storie d'amore e d'Europa, Luisa Passerini espone con la consueta lucidità i termini della sua ultima sfida: fornire attrezzi specifici per una critica ai limiti della "Unione Europea" come organismo deputato all'amministrazione dell'esistente, in vista di una fuoruscita dalle convenzionali direttrici economico-pragmatiche e di un diverso ri-collegamento (rivoluzionario? utopico? realistico?) tra sfera pubblica e sfera privata.
Dunque, da un lato, come funziona l'Europa? Ma anche: che cosa non funziona in essa? E, dall'altro, che idea dell'amore ha (avuto) l'Europa? Chi abbia scarsa familiarità con le problematiche relative al nesso fra attività cosiddette pubbliche e sentimenti cosiddetti privati, sollevate dal pensiero femminile già dagli anni settanta e coltivate con maestria dalla stessa Passerini (fra l'altro in L'Europa e l'amore, 1999, e Il mito d'Europa, 2002),ha un'ottima occasione per aggiornarsi. L'autrice sottolinea infatti come la cultura italiana sia stata lungamente restia a occuparsi congiuntamente delle due problematiche, laddove, per esempio, in Francia vediamo articolarsi nitidamente la classica antitesi storica novecentesca: da un lato Breton e Bataille, secondo i quali il sovvertimento radicale dei rapporti personali avrebbe condotto alla rivoluzione sociale, e dall'altro la Terza internazionale, che capovolge i termini della questione.
Nel momento in cui decide di affrontare il problema cruciale della sopravvivenza delle individualità nazionali nell'ambito di una nuova e più ampia "europeità", peraltro tutta da ridefinire, Passerini vi affianca dunque, pur senza determinismi, la casistica del rapporto amoroso di coppia, sempre oscillante tra sinergia (sana) di due individualità che restano tali eppure si rafforzano nel rapporto e desiderio (patologico) di fusionalità, che porterebbe all'"estinzione di uno o di entrambi i soggetti amorosi", per concludere che dovrebbe prevalere "il messaggio di unione non di fusione". Se vogliamo discutere dei "limiti dell'europeità", dovremo perciò parlare anche "dell'amore stesso nelle sue forme storiche". Lungo questo doppio asse si dispone la ricca e affascinante esemplificazione, largamente basata sulle esperienze e sulle teorizzazioni di alcuni personaggi, talvolta minori, del Novecento italiano, uomini e donne, le cui vicende amorose, intellettuali e politiche li portano fuori dell'Italia fascista, attraverso e oltre l'Europa, facendoli riflettere sul destino dell'Europa stessa.
La prima parte della ricerca (Ritratti maschili) è dedicata ai profili, dettagliati e complessi, di due intellettuali che, pur maschi, non si sottraggono a una problematizzazione dei rapporti fra i due sessi nell'ambito di una prospettiva politica. Due maschi femministi, li potremmo chiamare, entro certi limiti e con parecchie contraddizioni. Passerini scava dapprima nelle vicende, nelle opere e nelle carte di Giorgio Quartara, che nel 1930 pubblica Gli Stati Uniti d'Europa e del mondo, attaccato sia dal Vaticano sia dalla censura fascista ma subito tradotto in francese. Su e giù per le colline genovesi, gli amanti illuminati Ada e Leo dialogano sulla possibile costruzione di una federazione europea, ma anche sul libero amore, sviluppando spunti innovativi che Quartara lascerà purtroppo cadere più tardi nella sua carriera, attratto dal nazismo e dal fascismo.
Il medaglione successivo è dedicato a Leo Ferrero, nipote per via materna di Cesare Lombroso, cresciuto nell'ambiente culturale europeizzante fra Torino e Firenze al giro del secolo XIX. In seguito, Ferrero viaggerà in tutto il mondo, morendo prematuramente negli Stati Uniti (1933) a causa di un incidente automobilistico. Anche attraverso le amare riflessioni della madre, Gina Lombroso, Leo è indotto a meditare sul ruolo della donna nella società e sul nesso fra amore e Europa. Sia nella vita sia nei testi teatrali e negli altri suoi scritti, Leo Ferrero, come Quartara, sperimenta e delinea prospettive inconsuete e liberatorie che chiamano in causa il ruolo del maschilismo (o, nelle parole dell'autrice, la possibilità di impostare un discorso sulla "pluralizzazione della categoria del maschile") e il rapporto fra esperienze private e vita pubblica.
Al centro del volume di Passerini sta la parte dedicata alle "radici amorose dell'Europa", con l'analisi di un best sellerfrancese degli anni trenta, L'amour et l'Occident di Denis de Rougemont, più volte riveduto fino al 1972, ma scritto nel 1939, dunque in un momento particolarmente drammatico della storia europea, quando sembra all'autore che le passioni amorose individuali si siano nefastamente riversate in una pulsione bellica collettiva dagli effetti disastrosi e castranti. In quell'opera Rougemont analizza infatti le crisi parallele dell'istituzione matrimoniale e di quelle politiche in Europa. Coglie la valenza perversamente religiosa con cui il regime hitleriano esalta "la passione sfrenata", contrapponendovi da parte sua l'agape matrimoniale intesa come "federazione a due", ovvero come "conciliazione degli opposti e 'messa in tensione' dei poli contrari". La lunga collaborazione di Rougemont con i "Cahiers du Sud", rivista che dava voce ad aree eccentriche rispetto a Parigi (Marsiglia, la Provenza, la Svizzera francofona), gli fa agevolmente ravvisare nella cultura provenzale "le origini della coscienza europea in un ambito mediterraneo che vede condividere Cristianesimo e Islam". Non dunque il Mediterraneo imperialistico del "mare nostrum", ma un luogo di incontri e di commistioni. Proprio in quella cultura l'amore era rappresentato come "una forza unitiva tra pubblico e privato", e su questo tipo di amore torna infine l'ultimo capitolo del libro, dedicato alle esemplari vicende amorose, intellettuali e politiche di Giorgina Levi e di Heinz Arian, dagli anni trenta in avanti, che conclude la ricchissima parte su Ebraismo ed europeità nella dimensione amorosa. In essa Passerini intende integrare pienamente nel discorso sull'Europa le elaborazioni prodotte dalla cultura ebraica, che il nazifascismo aveva definito come "corpo estraneo" per tentare poi di eliminarlo una volta per tutte, e che ora i cattolici fondamentalisti, sostenitori delle "radici cristiane dell'Europa", vorrebbero daccapo rimuovere. Vi si parla delle varie vicende del Dibuk di An-Ski, emblematica storia di un amore contrastato, "una sorta di versione ebraica di Tristano e Isotta", memorabilmente messa in scena di Gaston Baty a Parigi nel 1928 e poi rappresentata alla Scala nell'elaborazione operistica di Ludovico Rocca (1934).
Una malinconica domanda sorge spontanea richiudendo le pagine di un libro così intelligente, sottile, dotto, appassionato e civile. In quali mani (non) finirà un lavoro di questo genere, oltre che in quelle delle persone colte e civili? Quale mai politico nostrano odierno, magari maschio, magari di sinistra, per non parlare di quelli più affaccendati a strombazzare politiche identitarie rozze ed evidentemente prive di una base culturale sostenibile, sarà mai indotto a ritenerlo una lettura utile a fini operativi, politici, nonché conoscitivi? Mario Corona
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