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Enrico Remmert

Editore: Marsilio
Anno edizione: 2010
Pagine: 221 p. , Rilegato
  • EAN: 9788831706841
Ciò che tutti i veri viaggiatori felicemente condividono è, in sostanza, un'ingente ipoteca sulla loro stessa identità. È questo lo stesso peso che trattiene i sedentari puri, da Petrarca fino a Vittorio, viaggiatore malgré soi lungo questo sfrenato road trip fra Torino e Bari, ma teorico della permanenza: "Una volta Don Geppe mi ha detto che siamo come fiori, Dio ci ha piantati in un posto e lì dobbiamo stare. Io, appena mi spostano, sto male". In effetti, chi si sposta, chi viaggia, chi ha a che fare con l'impermanenza, come scrive Magris citato da Remmert in epigrafe, inevitabilmente cede al "mero caso" e continuamente "tralascia" qualcosa. Chi si muove e si dà al mondo, si espone al fuori senza saperne nulla: e anche se non giunge a farla cadere del tutto nell'oblio, come i tanti viaggiatori settecenteschi che nel loro "viaggio in Italia" osservano e descrivono per centinaia di pagine solo le cose che incontrano al di fuori di sé, in qualche modo sospende le certezze della sua identità, ne vela i gorghi e gli abissi, ne placa i fantasmi.
Si potrebbe dire che lo sgangherato viaggio in Italia intrapreso d'inverno da Francesca, Vittorio e Manu a bordo della gloriosa "Baronessa" (chi non ha mai battezzato una vecchia auto?) contraddice dall'inizio alla fine questo principio di marginalità dell'io. La forza del libro consiste, al contrario, in una sorta di sapiente anatomia intima dei personaggi e nella resa psicologica che a essa segue, lungo le strade di un bel paese la cui bellezza solo a tratti lampeggia nelle pagine (e alla fine le strade diventano "bianche", svaniscono del tutto, assieme ai luoghi) e verso un Sud che coincide piuttosto con il fondale di tre diverse anime. Il vecchio incontrato dai tre in un'osteria a Rimini semplicemente ridice questo principio, citando il Petrarca del Monte Ventoso e quindi Agostino: "Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari e delle stelle… ma poi passano accanto a se stesse senza meravigliarsi".
Solo alla fine, definendo la natura del suo "spostarsi" (una ricerca? una fuga?), l'inquieto Vittorio, un "ricevitore radio di onde di dolore", chiarirà tutto: ora scandito da ricordi profondi, traumi irrisolti e ragguagli sulla propria e altrui anima, ora solcato da tensioni emotive emergenti fra i tre, il viaggio che finisce è stato, fin dall'inizio, un "viaggio sentimentale". E il libro stesso, in cui non a caso la narrazione procede per angolazioni soggettive che si inseguono, ne diventa una sorta di vivace, ininterrotto diario collettivo.
D'altra parte, Remmert non rinuncia mai alla dimensione picaresca latente in ogni vera impermanenza. Alla stretta indagine dell'intérieur, che per eccesso irrigidirebbe il viaggio stesso in monotono e arbitrario pretesto, si alternano piccole vittorie del fuori, digressioni avventurose e rallentamenti imprevisti, il divertimento etimologicamente inteso (un'uscita al di fuori dalla strada segnata), ma anche il capriccio e lo spasso. A tratti, e contraddicendo quel "certo tipo di saggezza" che esso stesso contiene, il viaggio lascia per strada ogni logica funzionale e letteralmente manda per aria i confini del surreale e dell'assurdo: in una bottega di Giulianova un "macellaio elegante come uno chef" inizia una conversazione con "a me piacciono le tette", a Manfredonia un confronto serrato sulla natura di Dio dovrà essere scandito dalla parola "frizione", e così via. Ma, in fondo, e lo ribadiva con forza Sterne inventando in Yorick una nuova categoria di traveller, ogni buon "viaggiatore sentimentale" non può che accogliere con un certo favore tutti i capricci, le minuzie e le piccole follie che la strada gli offre. I viaggiatori di Strade bianche non fanno altro: più moderni e più malinconici di Yorick, vanno per il mondo spostando lo sguardo dalla strada all'interno del proprio petto, e viceversa.
Daniele Santero

Recensioni dei clienti

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    angelo

    24/03/2014 13.53.06

    Ingredienti: un viaggio sentimentale da Torino a Bari, tre personaggi in cerca di se stessi e in fuga da problemi irrisolti, una rotta dettata da incontri ed imprevisti, un punto di arrivo che riporta all'infanzia e al cuore della vita. Consigliato: a viaggiatori di malinconie che inseguono ricordi in ogni luogo, a cacciatori di emozioni braccati dalle sofferenze del passato.

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    Giusi

    04/03/2011 10.09.55

    Gran bel romanzo, che gode di una scrittura meticolosa e musicale, di rara raffinatezza. La scelta di costruirlo con tre voci narranti incrociate, complementari e dissonanti, non dà mai luogo a incertezze narrative e l'autore si rivela capace di gestire le singolarità dei tre personaggi in modo inappuntabile. I dialoghi sono incisivi, divertenti, ma sanno lasciare il passo ad attimi di sospensione, tra paesaggi innevati, curve, saline (e salite) e castelli impossibili. Bella perciò l'atmosfera generale del libro, che sembra un unico respiro. Ho apprezzato in particolare il personaggio di Vittorio, soprattutto il grande affetto con cui è tratteggiato e raccontato. Questa eterna paura che lo avvolge e lo pervade è una cosa che ti fa venir voglia di prendergli la mano e stringerla, per rassicurarlo; di chiudere le finestre per difenderlo o, al contrario, aprirle per fargli trovare il coraggio e la forza per uscire dalla sua stessa prigione. Questa è la cosa che mi ha colpito e coinvolto di più. Questo malessere che tutto mette in bilico, contro il quale non c'è difesa, perché è come essere senza pelle, esposti sempre a qualcosa che non si è scelto né desiderato.

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    Degio

    05/01/2011 15.24.21

    Libro davvero bello, arricchito di molte sfumature interne, in un gioco di allusioni letterarie che brillano senza dichiararsi.Il ritmo narrativo è musica come il violoncello di Vittorio. La scrittura è notevolissima e salva, in somma, la visibilità e la letteratura. Senza mai cadere nel genere ipercoop, i confezionati sottovuoto, da usare e gettare via.

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    Silvio da Torino

    20/10/2010 09.05.55

    "Strade bianche" si fa leggere in modo travolgente: il ritmo battente degli eventi ti fa voltare pagina perché vuoi sapere quale sarà il prossimo colpo di scena, il prossimo imprevisto che devierà il percorso, ma anche il piano introspettivo è ben curato per tutti e tre le voci narranti, in maniera equilibrata. Mi ha fatto pensare a certi film di Salvatores (turné, etc) per la sua matrice di storia on the road ma soprattutto perché fa parte di quelle belle storie italiane, quelle del riso amaro, dello humour abilmente mischiato alla malinconia.

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    elena

    15/10/2010 09.30.38

    un libro bellissimo. consigliato vivamente.

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    Franz

    06/10/2010 17.15.20

    Romanzo malinconico, ma in molti punti si ride di gusto. Malincomico?

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    Andrea

    30/09/2010 17.26.39

    L'ho comprato perchè mi era piaciuto moltissimo "La ballata delle canaglie" e mi aspettavo qualcosa di simile. Ma questo è completamente diverso, nello stile, nella storia e nelle sensazioni. Bravo Remmert, che sa districarsi tra due generi proprio diversi. Libro carino e divertente in alcuni momenti, serio e triste in altri. Comunque da leggere

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    Daniela

    22/09/2010 10.25.42

    rapita dalla sua dolcezza. secondo il mio personalissimo punto di vista emotivo-irrazionale questo libro è incantevole, nel vero senso della parola. posso indicare i punti magici fra le pagine 187 e 190.

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    Barbara V.

    16/09/2010 18.44.10

    “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Così scriveva Jack Kerouac. Sono gli americani, molto prima del road-movie, ad aver inventato il road-novel, da Jack London a Kerouac fino al William Least Heat-Moon di Strade Blu, che il titolo di questo romanzo sembra omaggiare. Enrico Remmert però ha la coscienza di viaggiare ben lontano da questi maestri e trova un sentiero tutto personale, poco battuto dalla narrativa italiana. Nelle prime pagine si rimane un po’ spiazzati nel dover affrontare tre diverse voci narranti, ma tutto ingrana velocemente, proprio come in viaggio, e certi passaggi del libro sono davvero da sottolineare. In definitiva, si tratta di un romanzo che può essere letto a livelli di stratificazioni profonde ma al tempo stesso anche un romanzo dalla superficie divertente, costruito con dialoghi riusciti e una scrittura capace di conferirgli una freschezza notevole, in perfetto contrasto con il tema principale e i temi di fondo, che sono in realtà piuttosto malinconici.Nel complesso il risultato è notevole.

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