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Anno edizione: 2002
Pagine: 152 p.
  • EAN: 9788834014066

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    Aetos

    22/08/2003 13.01.04

    Ci siamo mai sufficientemente chiesti perché tanto spesso la nostra mente accetta di credere così saldamente a esseri divini, storie inverosimili e miracoli prodigiosi? Krishnamurti ci dimostra con argomenti inoppugnabili che la mente accetta di credere perché le conviene, perché fa vivere più tranquilli, perché delega le dirette responsabilità ad un essere superiore (l’ “Ente Supremo”) sgravandoci del peso delle nostre. L’attitudine al credo, nasce evidentemente dal desiderio di tranquillità, dalla necessità di dimorare in una coscienza pulita, di stare dalla parte del giusto. Come insegna il grande Krishnamurti (e non soltanto in questo splendido testo) nel profondo ognuno di noi sa, sente, che molte delle cose a cui si dice convinto di credere non è verosimile (e spesso neanche ragionevole) che è limitato ad una percezione ineluttabilmente influenzata da tradizioni contaminate, utopie ataviche, desideri indotti, fantasie collettive, da facoltà sedotte e ipnotizzate. Quante passioni sono state domate, quante verità cancellate, quanti impulsi repressi, quanta rabbia evocata, quanto dolore e quanto sangue si è versato in nome di quello che tu chiami Gesù-Dio, altri Allah, altri ancora Jahwèh. Quanto è costato al mondo questo incantesimo? E quanto costerà ancora in futuro? L'uomo di oggi è troppo intelligente per non riuscire a comprendere che questo “credo” altro non è, e altro non può essere, se non il prodotto di quel dissoluto condizionamento a cui siamo stati tutti sottoposti (chi più chi meno) durante il nostro sviluppo. Il credo quindi, ci insegna Krishnamurti, nasce dal desiderio. Ma a livello subcosciente il credente sa che è conveniente, a volte addirittura necessario, quindi crede. La sua mente crede! È una pratica molto diffusa. Di fronte alla convenienza la capacità di pensare declina (Schopenhauer non a torto affermava che “o si pensa, o si crede...”) e così ci si abbandona, ci si adatta, si inizia a credere. Il passo successivo si chiama assuefazione. C'è una pluralità di sensazioni da cui non si pu

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