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Dario Calimani

Editore: Liguori
Anno edizione: 1998
Pagine: 232 p.
  • EAN: 9788820727680

recensione Bacigalupo, M., L'Indice 1998, n. 9

La parola "Jew" appare tre volte nell'opera poetica di T.S. Eliot. In "Gerontion* (1920): "And the Jew squats on the window sill, the
owner, / Spawned in some estaminet in Antwerp, / Blistered in Brussels, patched and peeled in London" ("E l'ebreo è accovacciato sul davanzale, il padrone, / figliato in qualche estaminet di Anversa, / butterato a Bruxelles, incerottato e scorticato a Londra"). In un'altra poesia del volume del 1920, "Burbank with a Baedeker: Bleistein with a Cigar", tutta fondata sul contrasto fra l'americano Wasp male in arnese e il ricco ebreo Bleistein che si aggirano per la Venezia di Shakespeare e Henry James: "The rat is underneath the piles, / The Jew is underneath the lot" ("Il sorcio è sotto le palafitte, / L'ebreo è sotto tutto quanto"). Infine, in "The Waste Land", troviamo l'apostrofe ecumenica: "Gentile or Jew / O you who turn the wheel and look to windward..." ("Gentile o giudeo, tu che volgi la ruota e guardi a sopravvento"). Più tardi, in una serie di conferenze del 1934, "After Strange Gods", che egli non volle mai ristampare, Eliot ebbe a deprecare la presenza in una società cristiana, "per ragioni di razza e religione", di "un gran numero di liberi pensatori ebrei" ("free-thinking Jews").
Non è molto su cui montare un atto di accusa contro Eliot bollandolo tout court di antisemita, e dandogli, come un giovane poeta inglese non si è peritato di fare, del "mascalzone". L'accusa è a tratti veramente pretestuosa, come quando si rinfaccia a Eliot di aver scritto "jew" nelle prime stampe di "Gerontion "e "Burbank" con la minuscola, a evidente segno di spregio. Ma se leggiamo il "Portrait" (1916) e "Ulysses" (1922) di Joyce, scrittore non sospetto di antisemitismo, troviamo che anche lui scrive "jew" con la minuscola. Si tratta dunque di un uso del tempo. Del resto, nel penultimo capitolo dell'"Ulisse", Bloom e Stephen se la spassano cantando una ballata sui delitti rituali degli ebrei ai danni dei bimbi cristiani. Strano che la critica letteraria quando tocca questi punti delicati dimentichi che il narratore di un poema o un romanzo non è necessariamente l'autore. In "Gerontion*, per esempio, a parlare è un vecchietto beckettiano, che per qualche ragione ce l'ha col padrone di casa ebreo.
Sembrerebbe dunque difficile partire da questi elementi, e dal risentimento di chi si sente offeso da un'espressione in un'opera letteraria ("Mi sento offeso da "Othello"", dicono oggi gli studenti neri in America; "Mi sento offeso dal bestiale irlandese Sweeney di Eliot", ha risposto provocatoriamente a Julius l'irlandese Denis Donoghue). Ognuno fa l'elenco delle cose che lo offendono, si passa all'epurazione dei testi e delle biblioteche. (In una recente edizione italiana della "Tempesta" mi ha sorpreso sentire Prospero congedarsi affabilmente da Calibano con dichiarazioni di amicizia e auguri per la vita futura: sono andato a verificare e ho scoperto che in Shakespeare di tutto questo non c'era traccia).
E tuttavia Anthony Julius, avvocato nella critica come nella vita (curò il divorzio di Charles e Diana), ha scritto sull'argomento uno dei migliori e più appassionanti libri dedicati a Eliot. È una requisitoria serrata, che non manca un colpo, ha grande ampiezza di riferimenti senza rischio di dispersione, e parte da una genuina ammirazione per la grandezza del poeta. Guidato dal suo spirito inquisitorio, Julius penetra testi alquanto difficili, come quelli del 1920 che ho citato, e ne scopre i sensi più riposti.
Per Julius, Eliot è senza dubbio antisemita, ma utilizza i materiali scadenti della propaganda e del pregiudizio con geniale potenza di invenzione, fino a lasciarsi alle spalle lo stesso pregiudizio. Insieme a ogni altra spiegazione più o meno rozza della realtà. Ci mostra un Eliot sicuramente turbato dalla figura dell'ebreo, ricorrente nelle poesie del 1920, che rispecchiano una "poetica del disgusto" e le stesse insicurezze di Eliot, sradicato e nullatenente. Secondo Julius nella poesia la minaccia dell'ebreo è sempre evocata solo per essere debellata. Come in un sogno, il poeta sconfigge il nemico (il doppio?). Julius offre così una genuina chiave di lettura di Eliot. Poesie enigmatiche coma la bellissima "Sweeney Among the Nightingales" ci si schiudono in tutta la loro complessità e il loro fascino, si vedano versi come "il vertebrato silenzioso in marrone / si contrae e concentra, si ritira; / Rachel, nata Rabinovitch, / strappa gli acini con zampa omicida". Julius non si stanca di indagare. Il suo libro è diviso in sei capitoli, ciascuno di una trentina di pagine, fittissime ma sempre avvincenti, un giallo critico.Julius mette allo scoperto con la sua logica serrata le contraddizioni nei saggi influenti di Eliot. Dedica un paragrafo alle ritrattazioni, con sezioni su Dickens (che dopo aver creato Fagin cercò di riparare in "Our Mutual Friend" con Riah), Pound (che parlando con Ginsberg deprecò il proprio antisemitismo "suburbano"), Wyndham Lewis e Paul De Man. Insomma Julius ha molto da insegnare come capacità di scrittura e penetrazione ai critici professionisti, e non ha nulla di rozzo nella sua requisitoria. In conclusione ricorda una recente poesia di Emanuel Litvinoff, "To T.S. Eliot", tramata di allusioni a "Burbank": "Non sono ben accolto nella tua parrocchia, / Bleistein è mio parente, e condivido / il fango protozoico di Shylock, una pagina / dello Stürmer e, sotto le città, / una tana un po' inferiore ai sorci. / Sangue nelle fogne. Brandelli della nostra carne / galleggiano con l'immondizia sulla Vistola". Julius commenta che questa poesia è "opera di resistenza e insieme rispetto. Desidero che il mio libro sia considerato un'altra opera di questo tipo".
Nell'evocare la figura dell'ebreo nelle sue diverse incarnazioni e in un certo senso sublimare e superare la tradizione antisemita, il talento individuale di Eliot ha in effetti svolto il compito di dire ciò che si agitava nei sonni dell'Europa, con le conseguenze spaventose che sappiamo. Direi che a Eliot va il merito di non aver censurato il suo sogno, di avere evocato i conflitti che hanno poi di fatto segnato la storia. Io dunque lo difenderei proprio per ciò di cui lo si accusa. Senza lo scandalo e il trauma non vi sarebbe espressione poetica, né storia reale: ci sarebbero solo biblioteche e libri di testo e spettacoli teatrali epurati "ad usum delphini", come da più parti si richiede. Ai temi di Julius accenna Dario Calimani nella lunga introduzione al suo studio, che rielabora un precedente volume del 1988. I tre capitoli affrontano la prima raccolta, "Prufrock and Other Observations", la "retorica della spazialità" (anche nelle poesie del 1920), e la "retorica della deumanizzazione" in "The Waste Land". Nel complesso si tratta di una guida molto precisa e sensibile ad alcuni dei maggiori testi eliotiani, in cui viene messo in luce soprattutto il tema del negativo, del fallimento, e dunque la tensione fra gli esiti poetici e le tesi conservatrici del poeta. Ma chi lo conosce sa quanto vi era di pura provocazione dadalista nel suo dichiararsi "classicista in letteratura, monarchico in politica, anglocattolico in religione". Lui, americano spiantato travestito da inglese della City! Anche sull'assoluto predominio del negativo non sono del tutto d'accordo: qualche momento di pura suggestione e illuminazione c'è, anche in "The Waste Land". Come quando nella sezione III appare una vecchia chiesa del lineare barocco londinese: "Inexplicable splendour of Ionian white and gold" ("inesplicabile splendore di bianco e oro ionici").Eliot è un grande musico ed evocatore di fantasmi privati e collettivi.