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Ammonisce Shakespeare, in Molto rumore per nulla, che "non ci fu mai filosofo capace di sopportare pazientemente il mal di denti". E più che mai al suo tempo, quando i rimedi, che definire fantasiosi è poco, facevano spesso più danni della malattia. Fernando Iwasaki, storico, saggista e scrittore creativo (tre anni fa Feltrinelli ha pubblicato il suo Libro del mal amore) nato nel 1961 a Lima ma oggi residente a Siviglia, consente al lettore di immergersi quasi fisicamente in un evo storico, quale fu il Barocco, in cui il sublime e l'infimo si sovrapponevano nelle corti e nelle strade, assegnandogli come guida il protagonista del suo romanzo: Gregorio de Utrilla, cavadenti, ritratto mentre esercita la sua professione fra la Spagna e il Perù. Come tutti i suoi contemporanei, Gregorio ha la ferma convinzione che la carie sia indotta da un verme che occorre stanare e uccidere. Lo cerca quindi nelle bocche dolenti dei suoi pazienti, scardinate con gli strumenti, più prossimi alla categoria del meraviglioso che dello scientifico, che la pionieristica chirurgia dell'epoca gli mette a disposizione (l'autore li riproduce in alcune tavole fuori testo che si possono guardare solo con inquietudine): scalpelli, ganci, tenaglie, pellicani, trapani da falegname. Dopo l'estrazione, impacchi di cui, per dirla con Dante, tacere è bello, e soprattutto l'assicurazione, ogni volta ripetuta "che ben di più aveva patito Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce".
Accanto a lui Iwasaki colloca un manipolo di personaggi che in un modo o nell'altro si sono sottoposti alle sue cure di cavadenti o di cerusico: il libraio Linares, lettore vorace e voce laica del testo; l'inquisitore Tortajada, temperamento mercuriale e uomo impavido; il cavaliere Valenzuela (la sua operazione ai calcoli, per di più patita su una nave, viene descritta in pagine che ci fanno ringraziare il cielo di essere nati oggi), il marchese di Montesclaros, aspirante poeta; la beata Luisa Melgarejo, che nelle sue visioni discetta direttamente con Cristo. Con il suo libro, scritto con ben distribuito umorismo e in stile prezioso ma scorrevole, Iwasaki intende mostrare come l'epoca di Cervantes fosse attraversata, non solo nella vasta base rappresentata dalle classi più umili, da una vena di follia più insidiosa e forse più tragica di quella del famoso hidalgo: una paura del corpo che diventava terrore quando lo aggredivano mali che la sapienza dell'epoca non sapeva affrontare. Il siglo de oro, infatti, non è solo quello dei palazzi sontuosi, dei poeti e delle raffinate opere d'arte, ma anche quello di una religiosità rancida, cupa, che sembra avvolgere ogni cosa. L'inferno, vien detto nell'ultima sezione del libro, è "un enorme molare marcio dove si respira solo la fetida corruzione dei denti", ma olezzante appare l'intera nazione, in cui la parola igiene è di là da venire.
Come già annotava il nostro Piero Camporesi (difficile non pensare, leggendo Iwasaki, al suo La carne impassibile. Salvezza e salute fra Medioevo e Controriforma), anche qui qualche eletto trapassa "in odore di santità", con carni incomposte e fragranti, ma i più (i poveri, tutti) muoiono in un mondo che sa "di putridume e di chiavica". In una nota finale, l'autore afferma di voler suggerire "che la farfalla ispanoamericana del realismo magico sia stata un giorno larva barocca spagnola". Per chi scrive, si tratta di un dato di fatto, e il romanzo ne offre l'ennesima dimostrazione. Stefano Manferlotti
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