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J. M. Coetzee

Traduttore: M. Baiocchi
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2010
Pagine: 251 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806200862
John M. Coetzee, chi era costui? Il noto scrittore insignito del Premio Nobel, o un personaggio buffo, da commedia? Profugo o disadattato? Il burbero vicino di casa che passa il tempo libero a trasportare sabbia e a mescolare cemento, o il cugino che si diletta ad aggiustare macchine? L'uomo che, amoreggiando sulle note di Schubert, "scambiò la sua amante per un violino", ossia "l'uomo che era così cretino, così fuori dalla realtà, che non sapeva distinguere tra suonare una donna e farci l'amore"? L'ambiguo professore di inglese che fa innamorare le studentesse e corteggia le loro madri, o un gelido interlocutore che dà l'impressione di trovarsi di fronte a un "moffie", un omosessuale come dicono in afrikaans, o addirittura un eunuco? L'animalista vegetariano, o il dispettoso torturatore di cavallette? Un uomo "che danza nudo senza saper ballare"?
Con Tempo d'estate. Scene di vita di provincia si completa la trilogia pseudo-autobiografica dello scrittore sudafricano, che alla sua terra d'origine, negli anni quaranta e cinquanta in cui era ragazzo, aveva dedicato Infanzia (1997; Einaudi, 2001; cfr. "L'Indice", 2002, n. 3), ambientando nella Londra degli anni sessanta Gioventù (2002; Einaudi, 2002). La trilogia porta un sottotitolo rubato alla scansione dei vari tomi della Comédie Humaine di Balzac, ma ha poco a che fare con il personaggio ingombrante e realistico dello scrittore francese, bensì accoglie e rovescia il punto di riferimento per proporre una "commedia umana" al più alto grado di modernità in cui l'autore, e gli autori di tutta una vertiginosa letteratura (soprattutto in Gioventù), nonché i personaggi si confondono in uno sviluppo narrativo sempre più frantumato, casuale e straniante. Tra il Sudafrica e Londra, l'ambiente resta un interlocutore importante, non certo nel suo determinismo, ma perché si presta a contenere e a rappresentare la mise en abyme di una Storia che, priva di un centro e casualmente dislocata ovunque, si scatena nelle forme più sottilmente paradossali, violente e ipocrite al tempo stesso. Nonostante le sue ferite, tuttavia, il Sudafrica rappresenta anche un paesaggio dotato di poesia e bellezza, specialmente nell'incontro con la natura e con gli animali, nel ricordo dell'infanzia e dei momenti di condivisione di un linguaggio e di una mitologia delle origini.
In quest'ultimo romanzo, l'autore che si cala nel testo non già celandosi, ma disperdendosi come personaggio principale, John M. Coetzee, è morto. La logica retrospettiva non porta però a una narrazione autobiografica tradizionale, ma al reperimento, ovviamente fittizio e ironico, di una serie di materiali (taccuini, interviste, ricordi trascritti, appunti e frammenti per un romanzo in terza persona mai cominciato, il terzo della trilogia, appunto) affidati alla mano (non affidabilissima) di un ricercatore inglese, il Signor Vincent, colui che si è preso la briga di redigere questa accidentata biografia ("Perché in una biografia è necessario trovare un equilibrio tra racconti e opinioni. Non sono a corto di opinioni", dice il biografo, "ma mi serve qualcosa di più per animare la storia di una vita").
Di qui l'accostamento di una serie di punti di vista eterogenei e in apparenza casuali ricavati da personaggi che conobbero lo scrittore e che lo frequentarono in Sudafrica, in pieno apartheid, tra il 1972 e il 1977, "una manciata di amici e colleghi disposti a condividere i loro ricordi", cinque "narratori" per i quali la propria vita tende sempre a prendere il sopravvento rispetto a quella su cui sono chiamati a testimoniare: Julia, che incontra John in un supermercato a Tokai Road, nella periferia di Città del Capo dove lo scrittore abitava con il padre: storia di una donna esuberante, tradita dal marito, e di un uomo sempre definito dal "non" ("John non era un gran conversatore"; "non era fatto per l'amore"; "non riesce ad avere un contatto, o comunque ci riesce solo per poco"; "non era fatto per combaciare con un'altra"; "non era umano, non pienamente umano"); la cugina Margot: storia che risuona di parole ed espressioni afrikaans, sulle riunioni della famiglia Coetzee a Natale in una remota fattoria del Karoo, e ricordo di un'infatuazione infantile finita in una ben poco romantica notte in un'auto in panne (ulteriore conferma che John è uno slapgat, uno "smidollato, fiacco"); Adriana, la ballerina brasiliana con un marito in coma, mutilato da un colpo d'accetta in faccia durante i turni di guardia a un magazzino vicino al porto di Wynberg: storia di una madre che difende a tutti i costi la figlia dal fascino del professore di inglese, dalle teorie platoniche e dalle poesie imbarazzanti ("Che uomo strano e vanitoso […] Che stupidaggini! E stupidaggini pericolose, oltretutto! Da Platone! Ci sta pendendo in giro?"). E poi due studiosi: Martin, la cui intervista serve a rileggere autocriticamente tutta l'impostazione biografica del testo, e Sophie, collega di francese all'Università di Città del Capo, breve flirt (un rapporto "comico-sentimentale") e personaggio che può permettersi di saggiare la cultura di John, di interpretarne il pensiero, gli scorni, le antipatie, le utopie politiche, letterarie e sentimentali. A Sophie spetta di negare e affermare qualcosa in più sul protagonista, plasmarlo con maggiore perizia e scolpirlo a sua volta con altri "non": "non aveva una sensibilità speciale"; "nessun lampo di genio"; "nessuna intuizione originale sulla condizione umana"; "francamente non un gigante"; "troppa poca passione". Eppure, nel momento in cui Sophie ci dice che non ha mai avuto la sensazione di leggere in Coetzee "un autore capace di forzare il mezzo espressivo per dire ciò che non era mai stato detto prima", siamo anche portati a pensare, tanto più di fronte a un testo come questo, tutto il contrario.
L'eredità narrativa di Coetzee – di cui resta traccia in quei taccuini, collocati all'inizio e alla fine del testo, che parlano del suo rapporto con il padre (e di musica, di rugby, di fedeltà al lavoro, di malattia e di morte) – è dunque tutta consegnata a questi narratori autonomi, che rivendicano a sé il diritto a raccontare senza alcun dovere di verità (ma neanche di finzione): storie svuotate, ironiche nel senso che Adorno dà al termine (quando l'autore si riprende ciò che ha appena detto, si scuote di dosso la pretesa di creare realtà), e deludenti rispetto a qualsiasi esigenza di intreccio forte e strutturato, piene di trappole e di ostacoli in cui il lettore finisce per perdersi se non è disposto ad accogliere la sfida alla difficoltà. Il genere stesso a cui Tempo d'estate si può riferire – la moderna nozione di autofiction, praticata da Coetzee come da Philip Roth o Javier Marías – rappresenta una forma di biografismo ostentato e provocatorio capace di coniugare al tempo stesso referenzialità e straniamento, in un continuo cortocircuito di partecipazione e rotture.
Dopo anni di pratica e di rivendicazione di autoreferenzialità alla letteratura, allora, un testo come questo suggerisce anche, su presupposti altamente autocritici, l'esigenza di un rapporto empatico fra lettore, personaggio e autore, e contribuisce a ristabilire in forme nuove quel patto tante volte infranto tra scrittura e vita. Come dimenticare che, a dispetto di tutte le varie etichette e negazioni sul personaggio Coetzee, dobbiamo all'amica Sophie quella semplice, essenziale, definizione che lo scrittore "era solamente un uomo, un uomo del suo tempo"? Chiara Lombardi

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    paolo

    13/09/2014 15.42.38

    La scrittura di Coetzee è un valore aggiunto nel romanzo, lo migliora di per se, come la recitazione del grande attore migliora il film, qualunque esso sia. Ha qualcosa, quella scrittura, di epico, grandioso e cupo, anche quando è tutta volta ad una specie di autoflagellazione sarcastica, quasi cattiva. Qui infatti l'autore si immagina morto, ed un suo volonteroso biografo intervista cinque persone che negli anni della sua tarda giovinezza, diciamo quand'era poco oltre la trentina, lo conobbero o lo incrociarono. La caratteristica che accomuna questi cinque (quattro donne, due quasi amanti pentite) e' la profonda antipatia che, almeno per quanto mi riguarda, trasmettono al lettore, volte come sono a immiserire la figura del fiacco giovane, futuro Nobel, che, nei loro racconti, si muove goffo, solo ed anche vagamente sinistro in quel Sudafrica spaccato dal razzismo istituzionale che sembra, proprio come il protagonista, in cauta attesa di un ineluttabile cambiamento. Strazianti davvero, e letterariamente eccezionali, le parti, quasi degli schizzi a matita, dedicate alla difficile convivenza con il padre.

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    Michael Moretta

    12/05/2013 17.45.05

    L'ultima parte della trilogia "Scene di vita di provincia" si distingue dalle altre in quanto è scritta partendo dal presupposto che Coetzee sia morto. Il libro consiste in cinque interviste a persone che in qualche modo sono venute a contatto con l'autore durante la sua vita. Un biografo inglese si occupa di organizzare questi incontri con lo scopo di preparare un libro sulla vita dell'autore sudafricano. Le cinque persone con cui parla sono Julia, una donna con cui Coetzee ha avuto una relazione, Margot, la cugina con cui da bambino passava del tempo nella fattoria di famiglia, Adriana, una donna di cui l'autore si innamorò ai tempi in cui insegnava a sua figlia, Martin, un collega insegnate e Sophie, un'altra collega con cui intrattenne una breve relazione. Ognuna di queste persone ci fornisce un ritratto desolante dell'uomo Coetzee, in linea con i due libri precedenti, "Infanzia" e "Gioventù". Più volte viene definito un disadattato, incapace di rapportarsi e relazionarsi in modo normale con l'ambiente e le persone che lo circondano. Chiuso in s'è stesso, nel suo mondo ideale perennemente in contrasto con la realtà. Julia, la sua amante, lo definisce incapace di mantenere una relazione, ed incapace di soddisfarla sessualmente. La cugina ne evidenzia le stranezze ed il disprezzo che gli altri membri della famiglia nutrono nei suoi confronti. Adriana descrive le molestie di cui è stata fatta oggetto, ed i due colleghi evidenziano l'incapacità di Coetzee di trasmettere entusiasmo ai suoi studenti. Tutto questo contribuisce a creare un quadro a finte fosche della vita dell'autore. Anche questo è un libro molto cupo e triste, da cui non traspare nulla di positivo circa la persona di Coetzee. Di questo splendido libro ho apprezzato l'originalità dell'idea di immaginare la propria morte e lo stile sempre molto asciutto ed essenziale, capace comunque di calare il lettore al centro delle scene descritte e nel cuore stesso del personaggio.

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    Davide

    06/06/2010 12.07.16

    Splendido, uno dei migliori libri dell'anno. Coetzee parla davvero come se fosse ormai al di là, nella solitudine della fine.

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