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Il tempo invecchia in fretta - Antonio Tabucchi - copertina
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Descrizione

Tutti i personaggi di questo libro sembrano impegnati a confrontarsi col tempo: il tempo delle vicende che hanno vissuto o stanno vivendo e quello della memoria o della coscienza. Ma è come se nelle loro clessidre si fosse alzata una tempesta di sabbia: il tempo fugge e si ferma, gira su se stesso, si nasconde, riappare a chiedere i conti. Dal passato emergono fantasmi beffardi, le cose prima nettamente distinte ora si assomigliano, le certezze implodono, le versioni ufficiali e i destini individuali non coincidono. Un ex agente della defunta Repubblica Democratica Tedesca, che per anni ha spiato Bertolt Brecht, deambula senza meta a Berlino fino a raggiungere la tomba dello scrittore per confidargli un segreto. In una località di vacanze un ufficiale italiano che in Kosovo ha subito le radiazioni dell'uranio impoverito insegna a una ragazzina l'arte di leggere il futuro nelle nuvole. Un uomo che inganna la propria solitudine raccontando storie a se stesso diventa protagonista di una vicenda che si era inventato in una notte d'insonnia. I personaggi di questo libro disegnano l'ineffabile volto di una stagione. È la nostra epoca impietosa e futile, fatta di un tempo anfibio che non scandisce più la vita e del quale ci sentiamo ospiti estranei. Storie straordinarie che entrano in modo indelebile nel nostro immaginario, anche se non appartengono al piano dell'immaginario ma a una realtà di cui forse abbiamo perso il codice.
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Dettagli

2009
1 maggio 2009
171 p., Brossura
9788807017841

Valutazioni e recensioni

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Paolo
Recensioni: 4/5

"[...]le lingue moderne sono troppo frettolose, rispose l'uomo, nella fretta di comunicare diventano sintetiche e così facendo perdono l'analisi." Con queste parole un ufficiale italiano, che ha subito le radiazioni dell'uranio impoverito, si rivolge ad una ragazzina curiosa che ha conosciuto in spiaggia in una località di vacanze.Un dialogo, che diventa dibattito, scambio e confronto, da cui emergono in maniera naturale i fantasmi del nostro tempo: la guerra, la malattia, la solitudine, la difficoltà di comunicare, ma basta interpretare le nuvole all'orizzonte, prima che diventino di nuovo cielo trasformandosi in aria, perché si possa ancora avere fiducia nel futuro.

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Rosa
Recensioni: 5/5

Struggente. Mi ha lasciata inquieta e grata...

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dadoKa
Recensioni: 2/5

Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. Nel complesso questa costellazione di storie si presenta interessanti, ma a mio parere anche se hanno una loro logia comune, sono prive di quella conclusione che fa la differenza tra un romanzo interessare ed un semplice romanzo apprezzabile, come di fatto lo è questo. Pensavo e speravo in qualcosa di più.

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Voce della critica

Come si misura il passare del tempo? Si misura mettendo a confronto il presente con il passato, talvolta con il futuro che si vorrebbe o che si teme. Si confrontano le stagioni e i giorni separati dai grandi eventi, dai grandi traumi della storia; si oppongono i giovani ai vecchi, si personificano le generazioni. Lo sapeva Omero (Achille e Priamo), lo sapeva Shakespeare (Cordelia e Lear), lo sapeva Stendhal (Julien e de Rênal/de La Mole), lo sapevano Palazzeschi (Remo e le Materassi) e Tomasi di Lampedusa (Tancredi e Don Fabrizio) e tanti altri: in mezzo le guerre, gli imperi sorti e decaduti, le immani sciagure, le morti – la morte. Lo sa bene Tabucchi, che organizza questi magistrali racconti intorno all'archetipo, anche se il dialogo fra giovani e vecchi può essere difficile, anche se gli uni possono non riconoscere il tempo degli altri. Sono vicende piccole, individuali, tutte fatti e sensazioni, che si stagliano sullo sfondo cupo della grande storia, la storia dolente dei nostri anni.
Troviamo una sposa figlia di emigrati dal Maghreb, che una normale e cordiale famiglia svizzera in festa non riesce a distogliere dalle sue visioni ataviche; un uomo chino su una zia moribonda, che con il suo vaneggiamento lo trasporta ai tempi dell'infanzia; un reduce colpito dalle radiazioni dell'uranio nella guerra in Kosovo, che insegna a una bambina come si leggono le nuvole, e in esse il futuro dei conflitti grandi (bellici) e piccoli (familiari); una ex spia della Stasi beatamente immemore di passate ideologie e obbedienze che insegue, appagato eppure svogliato, vuoto, i ricordi di Berlino Est, del dopoguerra, di Parigi e di Bertolt Brecht, suo antico obiettivo di spionaggio; l'ungherese Lázló e il russo Dimitri, combattenti su opposti fronti al tempo dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956, si ritrovano nella Mosca distratta e godereccia di Putin; il visitatore di una Lisbona dove "è tutto sparito, tutti evaporati, marameo" viene richiamato alla realtà dalla snella figura di una ragazza che canta una canzone del passato – "lui l'aveva saputa, in un altro tempo, ma quel tempo non era più suo"; un avvocato in un paese totalitario (la Polonia pre-1989) riusciva, grazie a un astuto stratagemma combinato con un cineasta, a moderare le sentenze nei processi-farsa contro i dissidenti; un espatriato israeliano visita il padre, ebreo romeno che ha sofferto la Shoah e l'esodo, e per il quale la Tel Aviv di oggi è la Bucarest anteguerra – per lui il tempo non è passato; un viaggiatore immagina il viaggio di un altro nell'isola di Creta, e si trova a rivivere in proprio quella storia immaginata: "Non era il già visto che lo inghiottiva in un passato mai vissuto, era lui che lo stava catturando in un futuro ancora da vivere".
Sono personaggi al di qua e al di là dei grandi solchi storici del nostro tempo, quei solchi che solo la narrazione riesce a perlustrare e a colmare: "Alcune di queste storie – avverte l'autore in una nota finale – sono esistite nella realtà", ma è una realtà cui non si addice altra forma che quella narrativa: "Mi sono limitato ad ascoltarle e a raccontarle a modo mio". È l'antica contesa fra storia e narrazione che si riaffaccia qui in tutta la sua evidenza, per essere risolta da uno storico sui generis, fedele prima di tutto alla propria immaginazione.
Ho parlato di un tempo che passa, ma mi devo correggere: qui il tempo non passa, ma invecchia, e la differenza è ben marcata, decisiva. Molti sono gli anni – di solito gli ultimi sessanta della nostra vita – che in ogni singola storia separano il presente dal passato, i giovani dai vecchi, e non solo: il trascorrere non è convenzione pacifica come quella di un rilevamento oggettivo, statistico. Questo trascorrere ha un segno, mira a un fine, o forse meglio a una fine, la fine evocata appunto dall'invecchiare, dal declino fisico e mentale, dal progredire verso una decadenza, una situazione di naturale debolezza, infiacchimento, resa incondizionata all'ignoto destino di ciascuno, ignoto ma sempre segnato, ricompreso nel generale destino di tutti. E allora le differenze geografiche – la Svizzera delle feste, l'Italia degli ospedali, la spiaggia in Croazia, il nuovo urbanesimo a Berlino, l'Ungheria di Nagy e la Russia dei bordelli, la Polonia dei tribunali politici e dei cineasti ribelli, la casa di riposo in Israele, il romitaggio a Creta… – non sono vere differenze, sono sottolineature appena visibili di una condizione comune, transcontinentale, in qualche modo appiattita su un presente che non vuole riconoscere il proprio passato, e anzi se ne difende e allontana, eppure lo ricerca e ricrea ogni giorno nelle fantasie, nei sogni, nei vagabondaggi senza direzione: insomma, viene definita qui la temperie morale di tutto un continente perseguitato dalla propria storia, ma incapace di veri rendiconti; viene disegnato un atlante degli svaghi, delle evasioni, degli assopimenti, delle viltà piccole e grandi che hanno allignato e allignano in Europa, e che tutte insieme provocano questo senso di invecchiamento senza speranza, di stasi senza futuro – è come se Pereira avesse concluso la sua fuga in un paese nominalmente libero, ma nel fondo non molto lontano dal Portogallo di Salazar – se non appunto in una dimensione diversa da quella della realtà, nel regno dell'invenzione.
E tuttavia, l'autore di Sostiene Pereira e di La testa perduta di Damasceno Monteiro non crede alla fine della storia, non si accorda con Fukuyama. Al contrario: c'è nei suoi racconti lo snervato, deprimente panorama della contemporaneità, ma c'è anche la sempre viva possibilità di una semplice, portentosa bellezza insita a sorpresa in quei sogni, in quelle fantasie, in quei vagabondaggi senza senso; c'è insomma una parvenza di fiducia rinnovata non nella materia, ma nel modo della narrazione, nella scrittura – nella propria ma anche in quella di altri narratori, nel fitto tessuto intertestuale immesso in ogni pagina, e soprattutto nel racconto "tedesco", I morti a tavola. Ma si prenda il primo della serie: Il cerchio del titolo è quello disegnato da una mandria di cavalli che compare improvvisamente "con quella scansione fluida che a volte ci dà il sogno" agli occhi della mente della protagonista, la figlia di migranti, alla fine di una giornata inquieta, deludente; la visione è percepita come un vortice sempre più vicino e poi più lontano, "come se il cerchio dei cavalli si fosse dilatato all'infinito trasformandosi nell'orizzonte", il suono degli zoccoli al galoppo presto confuso con quello di tamburi berberi reminiscenti di un'antica appartenenza. È una delle tante immagini che risollevano uno stato d'animo depresso, e insieme precisano i possibili strumenti di un riscatto. Più paradigmatico ancora il finale dell'ultimo, difficile racconto, Controtempo. Il passeggero dell'aereo angustiato dalla lettura di un giornale con Le grandi immagini del nostro tempo – le foto dei più spettacolari ammazzamenti e delle più disumane carneficine contemporanee – si ritrova alla fine del suo viaggio in un ignoto inatteso, a contatto con le personificazioni del passato e del futuro, e alle prese con "una sottile nausea e una mortale malinconia. Ma anche un senso di liberazione infinito, come quando finalmente capiamo qualcosa che sapevamo da sempre ma non volevamo sapere".
Ecco il senso riposto di tutta la raccolta, collocato nella conclusione: il riconoscimento della realtà, della realtà della storia, può avvenire solo accettando la nausea e la mortale malinconia di un viaggio a ritroso nel tempo e proiettato nel progettabile futuro, nelle libere forme della creazione letteraria. Una realtà e una libertà inscindibili, di cui bisogna tornare a parlare.
Franco Marenco

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La recensione di IBS

Antonio Tabucchi ha scritto nove racconti sul tema della memoria, dello scorrere inesorabile del tempo e caratterizzati da una visione circolare, quasi magica dell'esistenza umana. Le storie sono ambientate in tutta Europa: da Berlino a Istanbul, da Varsavia a Creta, da Auschwitz a Bucarest. La traversata ripercorre episodi chiave della storia del ventesimo secolo, come l'occupazione sovietica dell'Ungheria o come le attività di spionaggio della Stasi, la terribile organizzazione di sicurezza dell'ex Germania dell'Est. Tabucchi ci presenta una serie di personaggi che a volte raccontano in prima persona e a volte invece sono raccontati, uomini di età avanzata e magari anche benestanti, che provano a fare un bilancio della propria vita o che almeno vorrebbero trovare uno, tra i tanti ricordi, che possa riassumere il senso della loro esistenza.
In I morti a tavola seguiamo un uomo nelle sue passeggiate per le vie di Berlino e scopriamo che, per conto del vecchio regime comunista, era l'addetto che spiava e pedinava il poeta Bertold Brecht. Adesso, invece, è un vecchio signore tranquillo, con un bel conto in banca, un magnifico appartamento in centro sulla Karl-Liebknecht-Strasse, un figlio avvocato e una figlia sposata con un dirigente. Ma quell'aria benestante da pensionato annoiato e un po' schifato dal mondo circostante nasconde dei segreti. Le insonnie, i bruschi risvegli notturni sveleranno l'altra faccia di quella vita borghese, sotto forma di una confessione finale a proposito della moglie Renate, proprio in un cimitero, sulla tomba di Brecht.
Come in altri suoi romanzi, Tabucchi gioca su parallelismi e simmetrie misteriose. Nel racconto Controtempo ci presenta un uomo che ne osserva un altro: è un manager che trasforma un viaggio di lavoro sull'isola di Creta in una nuova avventura. A un certo punto del suo tragitto in auto, l'ignoto personaggio, per un motivo anch'esso ignoto, imbocca una strada che va verso le montagne dell'interno. Si dirige a Monastiri, in un antico convento semidiroccato, e lì dà il cambio al vecchio anacoreta che lo custodisce. Vivrà per sempre lì. Ma vent'anni dopo, nel 2028, è lo stesso osservatore che seguirà lo stesso identico percorso, e si presenterà a lui per custodire a sua volta quel vecchio monastero abbandonato nella calura di Creta.
Sono le nuove storie di Antonio Tabucchi che ci spiazzano e ci emozionano per quella capacità unica dello scrittore pisano di deformare la realtà e di ridisegnare i ricordi con la potenza dell'immaginazione e di una scrittura scorrevole e allettante.

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Conosci l'autore

Antonio Tabucchi

1943, Pisa

Scrittore italiano, autore di romanzi, racconti, saggi, testi teatrali. Considerato una delle voci più rappresentative della letteratura europea, i suoi testi sono tradotti in tutto il mondo. Durante gli anni dell'università viaggia per tutta Europa sulle tracce degli autori conosciuti attraverso la biblioteca dello zio materno. In uno di questi viaggi, a Parigi, trova su una bancarella, firmato con il nome di Álvaro de Campos, uno degli eteronimi del poeta portoghese Fernando Pessoa, il poema "Tabacaria", nella traduzione francese di Pierre Hourcade. Da allora Pessoa sarà per più vent'anni l'interesse principale della sua vita. Cura, infatti, l'edizione italiana delle opere complete di Pessoa. Recatosi  a Lisbona,...

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