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Antonio Tabucchi

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2009
Pagine: 171 p. , Brossura
  • EAN: 9788807017841
Come si misura il passare del tempo? Si misura mettendo a confronto il presente con il passato, talvolta con il futuro che si vorrebbe o che si teme. Si confrontano le stagioni e i giorni separati dai grandi eventi, dai grandi traumi della storia; si oppongono i giovani ai vecchi, si personificano le generazioni. Lo sapeva Omero (Achille e Priamo), lo sapeva Shakespeare (Cordelia e Lear), lo sapeva Stendhal (Julien e de Rênal/de La Mole), lo sapevano Palazzeschi (Remo e le Materassi) e Tomasi di Lampedusa (Tancredi e Don Fabrizio) e tanti altri: in mezzo le guerre, gli imperi sorti e decaduti, le immani sciagure, le morti – la morte. Lo sa bene Tabucchi, che organizza questi magistrali racconti intorno all'archetipo, anche se il dialogo fra giovani e vecchi può essere difficile, anche se gli uni possono non riconoscere il tempo degli altri. Sono vicende piccole, individuali, tutte fatti e sensazioni, che si stagliano sullo sfondo cupo della grande storia, la storia dolente dei nostri anni.
Troviamo una sposa figlia di emigrati dal Maghreb, che una normale e cordiale famiglia svizzera in festa non riesce a distogliere dalle sue visioni ataviche; un uomo chino su una zia moribonda, che con il suo vaneggiamento lo trasporta ai tempi dell'infanzia; un reduce colpito dalle radiazioni dell'uranio nella guerra in Kosovo, che insegna a una bambina come si leggono le nuvole, e in esse il futuro dei conflitti grandi (bellici) e piccoli (familiari); una ex spia della Stasi beatamente immemore di passate ideologie e obbedienze che insegue, appagato eppure svogliato, vuoto, i ricordi di Berlino Est, del dopoguerra, di Parigi e di Bertolt Brecht, suo antico obiettivo di spionaggio; l'ungherese Lázló e il russo Dimitri, combattenti su opposti fronti al tempo dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956, si ritrovano nella Mosca distratta e godereccia di Putin; il visitatore di una Lisbona dove "è tutto sparito, tutti evaporati, marameo" viene richiamato alla realtà dalla snella figura di una ragazza che canta una canzone del passato – "lui l'aveva saputa, in un altro tempo, ma quel tempo non era più suo"; un avvocato in un paese totalitario (la Polonia pre-1989) riusciva, grazie a un astuto stratagemma combinato con un cineasta, a moderare le sentenze nei processi-farsa contro i dissidenti; un espatriato israeliano visita il padre, ebreo romeno che ha sofferto la Shoah e l'esodo, e per il quale la Tel Aviv di oggi è la Bucarest anteguerra – per lui il tempo non è passato; un viaggiatore immagina il viaggio di un altro nell'isola di Creta, e si trova a rivivere in proprio quella storia immaginata: "Non era il già visto che lo inghiottiva in un passato mai vissuto, era lui che lo stava catturando in un futuro ancora da vivere".
Sono personaggi al di qua e al di là dei grandi solchi storici del nostro tempo, quei solchi che solo la narrazione riesce a perlustrare e a colmare: "Alcune di queste storie – avverte l'autore in una nota finale – sono esistite nella realtà", ma è una realtà cui non si addice altra forma che quella narrativa: "Mi sono limitato ad ascoltarle e a raccontarle a modo mio". È l'antica contesa fra storia e narrazione che si riaffaccia qui in tutta la sua evidenza, per essere risolta da uno storico sui generis, fedele prima di tutto alla propria immaginazione.
Ho parlato di un tempo che passa, ma mi devo correggere: qui il tempo non passa, ma invecchia, e la differenza è ben marcata, decisiva. Molti sono gli anni – di solito gli ultimi sessanta della nostra vita – che in ogni singola storia separano il presente dal passato, i giovani dai vecchi, e non solo: il trascorrere non è convenzione pacifica come quella di un rilevamento oggettivo, statistico. Questo trascorrere ha un segno, mira a un fine, o forse meglio a una fine, la fine evocata appunto dall'invecchiare, dal declino fisico e mentale, dal progredire verso una decadenza, una situazione di naturale debolezza, infiacchimento, resa incondizionata all'ignoto destino di ciascuno, ignoto ma sempre segnato, ricompreso nel generale destino di tutti. E allora le differenze geografiche – la Svizzera delle feste, l'Italia degli ospedali, la spiaggia in Croazia, il nuovo urbanesimo a Berlino, l'Ungheria di Nagy e la Russia dei bordelli, la Polonia dei tribunali politici e dei cineasti ribelli, la casa di riposo in Israele, il romitaggio a Creta… – non sono vere differenze, sono sottolineature appena visibili di una condizione comune, transcontinentale, in qualche modo appiattita su un presente che non vuole riconoscere il proprio passato, e anzi se ne difende e allontana, eppure lo ricerca e ricrea ogni giorno nelle fantasie, nei sogni, nei vagabondaggi senza direzione: insomma, viene definita qui la temperie morale di tutto un continente perseguitato dalla propria storia, ma incapace di veri rendiconti; viene disegnato un atlante degli svaghi, delle evasioni, degli assopimenti, delle viltà piccole e grandi che hanno allignato e allignano in Europa, e che tutte insieme provocano questo senso di invecchiamento senza speranza, di stasi senza futuro – è come se Pereira avesse concluso la sua fuga in un paese nominalmente libero, ma nel fondo non molto lontano dal Portogallo di Salazar – se non appunto in una dimensione diversa da quella della realtà, nel regno dell'invenzione.
E tuttavia, l'autore di Sostiene Pereira e di La testa perduta di Damasceno Monteiro non crede alla fine della storia, non si accorda con Fukuyama. Al contrario: c'è nei suoi racconti lo snervato, deprimente panorama della contemporaneità, ma c'è anche la sempre viva possibilità di una semplice, portentosa bellezza insita a sorpresa in quei sogni, in quelle fantasie, in quei vagabondaggi senza senso; c'è insomma una parvenza di fiducia rinnovata non nella materia, ma nel modo della narrazione, nella scrittura – nella propria ma anche in quella di altri narratori, nel fitto tessuto intertestuale immesso in ogni pagina, e soprattutto nel racconto "tedesco", I morti a tavola. Ma si prenda il primo della serie: Il cerchio del titolo è quello disegnato da una mandria di cavalli che compare improvvisamente "con quella scansione fluida che a volte ci dà il sogno" agli occhi della mente della protagonista, la figlia di migranti, alla fine di una giornata inquieta, deludente; la visione è percepita come un vortice sempre più vicino e poi più lontano, "come se il cerchio dei cavalli si fosse dilatato all'infinito trasformandosi nell'orizzonte", il suono degli zoccoli al galoppo presto confuso con quello di tamburi berberi reminiscenti di un'antica appartenenza. È una delle tante immagini che risollevano uno stato d'animo depresso, e insieme precisano i possibili strumenti di un riscatto. Più paradigmatico ancora il finale dell'ultimo, difficile racconto, Controtempo. Il passeggero dell'aereo angustiato dalla lettura di un giornale con Le grandi immagini del nostro tempo – le foto dei più spettacolari ammazzamenti e delle più disumane carneficine contemporanee – si ritrova alla fine del suo viaggio in un ignoto inatteso, a contatto con le personificazioni del passato e del futuro, e alle prese con "una sottile nausea e una mortale malinconia. Ma anche un senso di liberazione infinito, come quando finalmente capiamo qualcosa che sapevamo da sempre ma non volevamo sapere".
Ecco il senso riposto di tutta la raccolta, collocato nella conclusione: il riconoscimento della realtà, della realtà della storia, può avvenire solo accettando la nausea e la mortale malinconia di un viaggio a ritroso nel tempo e proiettato nel progettabile futuro, nelle libere forme della creazione letteraria. Una realtà e una libertà inscindibili, di cui bisogna tornare a parlare.
Franco Marenco

Antonio Tabucchi ha scritto nove racconti sul tema della memoria, dello scorrere inesorabile del tempo e caratterizzati da una visione circolare, quasi magica dell'esistenza umana. Le storie sono ambientate in tutta Europa: da Berlino a Istanbul, da Varsavia a Creta, da Auschwitz a Bucarest. La traversata ripercorre episodi chiave della storia del ventesimo secolo, come l'occupazione sovietica dell'Ungheria o come le attività di spionaggio della Stasi, la terribile organizzazione di sicurezza dell'ex Germania dell'Est. Tabucchi ci presenta una serie di personaggi che a volte raccontano in prima persona e a volte invece sono raccontati, uomini di età avanzata e magari anche benestanti, che provano a fare un bilancio della propria vita o che almeno vorrebbero trovare uno, tra i tanti ricordi, che possa riassumere il senso della loro esistenza.
In I morti a tavola seguiamo un uomo nelle sue passeggiate per le vie di Berlino e scopriamo che, per conto del vecchio regime comunista, era l'addetto che spiava e pedinava il poeta Bertold Brecht. Adesso, invece, è un vecchio signore tranquillo, con un bel conto in banca, un magnifico appartamento in centro sulla Karl-Liebknecht-Strasse, un figlio avvocato e una figlia sposata con un dirigente. Ma quell'aria benestante da pensionato annoiato e un po' schifato dal mondo circostante nasconde dei segreti. Le insonnie, i bruschi risvegli notturni sveleranno l'altra faccia di quella vita borghese, sotto forma di una confessione finale a proposito della moglie Renate, proprio in un cimitero, sulla tomba di Brecht.
Come in altri suoi romanzi, Tabucchi gioca su parallelismi e simmetrie misteriose. Nel racconto Controtempo ci presenta un uomo che ne osserva un altro: è un manager che trasforma un viaggio di lavoro sull'isola di Creta in una nuova avventura. A un certo punto del suo tragitto in auto, l'ignoto personaggio, per un motivo anch'esso ignoto, imbocca una strada che va verso le montagne dell'interno. Si dirige a Monastiri, in un antico convento semidiroccato, e lì dà il cambio al vecchio anacoreta che lo custodisce. Vivrà per sempre lì. Ma vent'anni dopo, nel 2028, è lo stesso osservatore che seguirà lo stesso identico percorso, e si presenterà a lui per custodire a sua volta quel vecchio monastero abbandonato nella calura di Creta.
Sono le nuove storie di Antonio Tabucchi che ci spiazzano e ci emozionano per quella capacità unica dello scrittore pisano di deformare la realtà e di ridisegnare i ricordi con la potenza dell'immaginazione e di una scrittura scorrevole e allettante.

Recensioni dei clienti

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    Paolo

    21/07/2015 21.18.54

    "[...]le lingue moderne sono troppo frettolose, rispose l'uomo, nella fretta di comunicare diventano sintetiche e così facendo perdono l'analisi." Con queste parole un ufficiale italiano, che ha subito le radiazioni dell'uranio impoverito, si rivolge ad una ragazzina curiosa che ha conosciuto in spiaggia in una località di vacanze.Un dialogo, che diventa dibattito, scambio e confronto, da cui emergono in maniera naturale i fantasmi del nostro tempo: la guerra, la malattia, la solitudine, la difficoltà di comunicare, ma basta interpretare le nuvole all'orizzonte, prima che diventino di nuovo cielo trasformandosi in aria, perché si possa ancora avere fiducia nel futuro.

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    Rosa

    16/09/2014 13.39.18

    Struggente. Mi ha lasciata inquieta e grata...

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    dadoKa

    28/02/2011 18.01.54

    Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. Nel complesso questa costellazione di storie si presenta interessanti, ma a mio parere anche se hanno una loro logia comune, sono prive di quella conclusione che fa la differenza tra un romanzo interessare ed un semplice romanzo apprezzabile, come di fatto lo è questo. Pensavo e speravo in qualcosa di più.

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    nicola bruno

    07/04/2010 11.27.06

    ...ho letto di meglio. Lo scrivere è abbastanza ricercato e non sempre le storie sono chiarissime e di immadiata comprensione, per alcune storie, bisogna andare a ricercare i dettagli, spesso tra le righe, per risalire al/ai personaggio/i protagonista....

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    Marina Conti

    30/03/2010 12.05.08

    Alcune storie sono molto belle: la spia così abituata e presa dal suo lavoro, che non si accorge che avrebbe dovuto fare più attenzione a sua moglie, il poetico "Nuvole", i due generali inevitabilmente nemici e poi potenzialmente amici per i capricci della Storia.Ma che non mi è piaciuto è il modo di raccontarle, alcune sembrano proprio buttate giù così come viene, come una prima stesura che non è stata neanche riletta, soprattutto il primo, "Il cerchio". Ho amato "Sostiene Pereira" e preferito tra le raccolte di racconti "Piccoli equivoci senza importanza", ma se "Il tempo invecchia in fretta" fosse la mia prima lettura di Tabucchi sarebbe anche l'ultima e di certo non lo consiglierei.

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    miriam miraldi

    13/02/2010 15.03.22

    Una raccolta che non convince mai fino in fondo. La scrittura è ricercata, lo stile è a volte anche troppo altisonante ma non si accompagna ad una capacità di appassionare alle storie. Tra tutti i racconti c'è però un piccolo gioiello, che sfugge a quanto suddetto e che è "Nuvole" una storia capace di far provare brividi e riflessioni profonde.

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    Maurizio G.

    21/01/2010 14.01.08

    Antonio Tabucchi resta per me il maggiore scrittore italiano vivente, insieme a Erri De Luca. Leggendo molti commenti che mi precedono, mi sembra di aver letto un libro diverso dal loro. E' un peccato che non si riesca a cogliere la grandezza di queste storie. Tabucchi sembra essersi spogliato di qualunque obbligo di soddisfare un cliché di qualità letteraria, ma scrive queste storie con la pancia e col cuore. Non ha più l'età di quando scrisse "Piccoli equivoci senza importanza" o "Sostiene Pereira", ma un'età in cui tutte le smanie vengono meno, resta solo quella della propria verità. Non avrebbe senso dire che tutte le storie sono dello stesso valore, mi resta impressa "Nuvole", che trovo forse la più bella del libro. Lo consiglio a chiunque legga per capire di più la realtà in cui vive.

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    chiskyw

    07/01/2010 17.36.15

    Premetto che "Sostiene Pereira" è il mio libro preferito in assoluto, un romanzo di formazione straordinario...ma che dopo questa meraviglia Tabucchi non ha più saputo appassionarmi allo stesso modo. Adoro il suo modo di scrivere, ma in molti casi sembra quasi un puro esercizio di stile e il racconto non va a parare da nessuna parte ("Il filo dell'Orizzonte" ne è un esempio lamapante, peccato). Questo suo Tempo che Invecchia in Fretta, a parer mio, prosegue abbastanza su questa strada. Una scrittura melodica e scorrevole, con belle immagini su cui soffermarsi...una per tutte, il tempo che scappa via come aria da un palloncino forato...e racconti toccanti come "Clof, clop, cloffete, cloppete" o "Nuvole"...ma che alla fine lasciano un pò l'amaro in bocca perchè si vorrebbe saperne di più sui protagonisti e sul tempo che resta loro. Se si parte disillusi sulla trama, sapendo che la poesia di Tabucchi è intatta, è un libro gradevolissimo, ricco di quella vena malinconica che tanto mi aveva affascinata in Pereira.

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    Claudio

    05/01/2010 16.45.51

    Tabucchi esprime in questo libro un linguaggio che sembra voler colpire non attraverso concetti, ma attraverso sensazioni. Ogni racconto richiede al lettore di fare proprio il personaggio ed introiettarlo. Capisco che l'operazione, proprio perchè fatta, di sguardi, odori, colori ed ambienti, possa non sempre arrivare a colpire il lettore nel nervo sensibile della propria anima, ma questo stà nell'empatia che può esserci o non esserci fra l'autore e il lettore.

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    Patroclo

    17/12/2009 08.33.19

    Tabucchi con questi racconti va un pochino al minimo, non é che si sforzi troppo, per fortuna peró si ferma (quasi) sempre un attimo prima di far prevalere la maniera o la tentazione dell´archetipo, del raccontino morale, per cui in molte di queste pagine vi é una qualitá lieve che rende sostanzialmente gradevole la lettura, seppure a volte vi sia la sensazione di "non andare da nessuna parte" - ma forse era un efetto voluto dallo scrittore

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    Elettra

    15/12/2009 12.44.25

    Io questo libro non l'ho capito! e di tutti questi racconti non c'è un immagine che mi sia rimasta impressa nella mente! Una scrittura talmente eterea da non lasciare traccia nella realtà! Non capisco tanto successo in libreria!

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    Matteo

    13/12/2009 17.16.10

    D'accordo il tema della circolarità del tempo, ma applicarlo a tutti questi raconti risulta, alla lunga, stancante. Tabucchi sembra qui voler scrivere "guardate come sono bravo", ma a parte qualche tratto nei racconti iniziali, si finisce in un autolesionistico gioco di rimandi fine a sè stesso. Sulle curve del tempo e del ricordo, poche le emozioni.

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    carneade

    14/11/2009 11.48.06

    Sinceramente,dopo la lettura di altri libri di Tabucchi(l'indimenticabile Sostiene Pereira)mi aspettavo,dopo la incalzante pubblicità di questo suo ultimo libro,qualcosina di più. Tabucchi,facci sognare,regalaci un altro Sostiene Pereira.

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    Cesare

    13/11/2009 12.52.57

    Mio primo libro di Tabucchi ed anche l'ultimo. Confuso e noioso. Senza capo nè coda. Sembra scritto di getto e pubblicato senza neanche una rilettura. Sconsigliato

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    Gabe57

    09/11/2009 13.20.31

    Anticipata in edizione francese e greca, esce finalmente anche in Italia la nuova raccolta di racconti di Tabucchi. Nove perle scritte nel suo linguaggio, al tempo stesso, chiaro ed elaborato, con una fluidità di parola che conquista nella costruzione di storie tanto diverse per ambientazione, quanto accomunate dallo stesso denominatore: il tempo. Il tempo della grande storia. Ma anche il tempo della microstoria. Il passato, il presente e il futuro. Forte il valore metaforico delle vicende narrate, pur in presenza di una dimensione quotidiana fin nei dettagli. In un afflato poetico che si impone come senso ultimo - e sorprendente - della diegesi. Si pensi all'epifania con cui si conclude il primo (Il cerchio). Su tutto una maestria affabulatoria che restiuisce alla forma breve del racconto la sua forza gravitazionale più antica. Per chi ama il genere: un capolavoro. Per chi è un fedele lettore di Tabucchi: una conferma per averci creduto in tutti questi anni. Da non perdere.

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    Luigi De Rosa

    26/10/2009 08.26.13

    Nel nuovo romanzo di Tabucchi tanti racconti, tanti personaggi raccontano ognuno a suo modo il tempo, i dolori, le gioie, la Vita. C’è la ragazzina che in spiaggia stringe amicizia con un ufficiale in congedo che tenta di sopravvivere alle radiazioni dell’uranio alle quali è stato sottoposto durante la missione in Kosovo, che le insegna la nefelomanzia ( arte di leggere il futuro nella forma delle nuvole). C’è il vecchio cineasta polacco che sotto il regime comunista faceva l’avvocato d’ufficio e grazie alle riprese di un documentario riesce a salvare la vita a molti dissidenti. C’è Lazlo, generale ungherese in pensione che racconta di come fermò con pochi uomini male armati per giorni i carri armati russi, di come fu degradato e ,caduto il muro di Berlino, riabilitato. Di come lo stesso Lazlo volle cercare e rivedere Dimitri ,il generale russo che lo fronteggiò durante l’invasione, e dell’ultimo straordinario confronto che ebbe con lui. Storie di uomini semplici e straordinari. Storie vere e inventate che toccano il cuore e aprono la mente.

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    giancarlo de santis

    20/10/2009 10.19.09

    La cosa più bella di questa raccolta di racconti è senza dubbio il titolo...che non è dell'autore. Racconti, con qualche rara eccezione, piatti e noiosi. Vivamente sconsigliato.!!!!

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    Giacomo

    07/10/2009 15.58.36

    Ho letto questo libro in francese (è uscito prima in Francia che in Italia) e ho avuto l'impressione del Tabucchi di sempre: fiacco e stiracchiato. In realtà, un autore molto sopravvalutato.

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    massimo r.

    03/10/2009 16.57.08

    Un ritorno al passato per un Tabucchi in gran forma, che dà il meglio di sè in questi racconti talvolta enigmatici, sempre ammalianti, eppure così legati alla Storia e agli eventi drammatici che l'hanno segnata negli ultimi decenni.

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