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Atiq Rahimi

Traduttore: B. Karimi, M. Moussavi Asl
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2010
Formato: Tascabile
Pagine: 86 p., Brossura
  • EAN: 9788806203269
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    clara lunardelli

    14/12/2010 20.27.43

    Breve libro stupendo. Leggere. Leggere.

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    Bartolomeo Di Monaco

    01/06/2002 13.18.26

    Siamo in Afghanistan durante l'occupazione russa. Un narratore che non conosciamo osserva la scena davanti a sé e si rivolge ai protagonisti dandogli del tu. La sua non è una conversazione, in realtà, ma una descrizione di ciò che vede e di ciò che avverte nell'animo dei due personaggi che sta osservando. Un vecchio di nome Dastghír è seduto con le spalle appoggiate al parapetto di un ponte, insieme con il nipotino Yassín, che ha fame. Gli porge una mela. Il bimbo ha perso da poco gli incisivi di latte, non riesce a mangiare, allora il vecchio trae dalla tasca un coltello, riprende la mela e comincia a tagliarla in tanti pezzettini, che offre al bimbo. Attendono un mezzo di trasporto che li conduca alla miniera, dove lavora il figlio del vecchio, che si chiama Moràd, padre del bambino. Nell'attesa scorrono nella mente del vecchio "le immagini e i sogni di ciò che hai visto, ma che non volevi vedere... o di ciò che devi vedere, ma che non vuoi vedere". Il vecchio, con i suoi pensieri, con i suoi atti, è il protagonista principale di questo breve romanzo, che descrive, non tanto la guerra, ma la desolazione, il dolore e lo smarrimento che genera, quasi una lacerazione della propria identità. L'autore lo fa con uno stile insolito, attraverso questa voce del narrante, che in qualche modo partecipa e accompagna il protagonista. Sembra una voce di conforto, di consolazione, di presa d'atto, di guida, che a poco a poco non è più estranea, ma pare sorgere direttamente dal vecchio Dastghír. Si celebra amaramente in questo romanzo, condotto sulle note di un lirismo delicato, il viaggio del dolore, che è di tutto un popolo, non solo di Dastghír. Il viaggio: ossia la lacerazione che ci portiamo dentro del dover raccontare per generare ancora dolore. Ma non è tutto, scopriamo pure che il dolore cammina da solo, anche senza di noi: ferisce e ci trasforma.

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    Luisella

    31/03/2002 17.38.31

    Un dolore violento, devastante, trasformato in poesia. Un racconto quasi onirico dove si confondono realtà e sogno, violenza e rassegnazione, tenerezza e realismo disincantato. Una storia di disperazione raccontata con la leggerezza di una favola. Un tempo gradevolmente lento che sembra avere il ritmo stesso dell'attesa di quel vecchio e quel bambino su una strada polverosa dell'Afghanistan. Il tutto dentro una cultura estranea a quella occidentale, ricca di sentimenti forti, orgoglio, regole e sentimenti inviolabili. Un "incontro" toccante con una realtà sconvolgente e una sensibilità sorprendente.

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    gianluca

    26/03/2002 19.10.05

    La guerra distrugge tutto. Distrugge l'uomo, la famiglia, ci mette uno contro l'altro, anche se abbiamo lo stesso sangue. La guerra cancella il ricordo, la memoria, uccide l'anima e non rimane che respirare polvere e cenere.Allucinato.

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