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Un panorama esacerbato da radici, pietre e buio emerge fra il presente e il passato dei versi di Marco Aragno. La vegetazione cresce, urta i venti, scuotendo in profondità la terra. Così la vita si dispiega in “mezzo”: nasce e diviene maceria o corrente che prende il largo, «stravolgendo le rotte». «Può brillare sui fondali/ negli occhi muti dei pesci», e disfarsi dalla mente come cenere . Che ne sa il cuore? I corpi avanzano e riaffiorano dalla «schiuma di un lago – nel miracolo del muschio – radenti/ dentro un cielo disceso nella ruggine». Le madri lo sanno. Setacciano la mente di fiori. Imprimono sulla retina una nuova luce. L’assenza dei figli è l’allarme che «sanguina dai solchi», risalendo in superficie dai resti del giorno. Pablo López-Carballo lo definirebbe un tentativo di autoindulgenza: una responsabilità civile. Vittime e carnefici si alternano. Un lento assassinio viene perpetrato ai danni della natura. L’uomo è lì: hic et nunc, nel centro nevralgico della terra. L’inferno ha rotto il guado. Tutti i demoni sono fuggiti verso il caos dei “roghi” sbucando come ferite. Anche nelle poesie di Aragno «esala il bianco», quasi una patina illuminata fra gli alberi, «insieme alla segatura, allo scenario di sabbia che lascia il vento». Segue lo stesso microscopico principio di López-Carballo: «abbandonarsi, cambiare pelle, occhi, un altro colore, un’altra densità», per sfuggire al deserto/vita. C’è una dimensione senza suono, si potrebbe dire, dentro a ogni poesia. Simboli e rovine si consumano in un panorama diradato, alla ricerca del vero. Lo sguardo di Marco Aragno non rassicura. Le immagini si moltiplicano in un «alfabeto deforme». Nuvole o ghiaccio non scampano all’incendio. Il poeta resta nello spazio mineralizzato delle «case abbarbicate», «oltre il lampeggiare dei paesaggi» , in un mondo inasprito dall’indifferenza.
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