Terra matta - Vincenzo Rabito - copertina
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Descrizione

Un bracciante siciliano si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l'altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua "maletratata e molto travagliata e molto desprezata" vita. Imprevedibile, umanissimo e vitale, "Terra matta" ci racconta le peripezie, le furbizie e gli esasperati sotterfugi di chi ha dovuto lottare tutta la vita per affrancarsi dalla miseria; per salvarsi la pelle, ragazzino, nel mattatoio della Prima e poi della Seconda guerra mondiale; per garantirsi un futuro inseguendo (con "quella testa di antare affare solde all'Africa") il sogno fascista del grande impero coloniale in "uno miserabile deserto"; per arrabattarsi, in mezzo a "brecante e carabiniere", tra l'ipocrisia, la confusione e la fame del secondo dopoguerra; per tentare, a suo modo ("impriaco di nobilità"), la scalata sociale con un matrimonio combinato e godere, infine, del benessere degli anni Sessanta.
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Dettagli

2007
6 marzo 2007
411 p., Rilegato
9788806167622

Valutazioni e recensioni

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Roberto Marietti
Recensioni: 5/5

Bellissimo; per mia fortuna ho molti amici siciliani, e per me la lettura è stata molto scorrevole, anzi a volte non ho pienamente condiviso le didascalie a corredo di frasi o parole fortemente idiomatiche, perchè per le mie esperienze il significato tradotto era un poco diverso dalla realtà che conosco.Senz'altro un libro da leggere anzi da divorare d'un solo fiato; la vera storia d'italia prima durante e dopo le due guerre, vista dal basso e con gli occhi di chi dalla sua posizione poteva correttamente apprezzare il vero senso delle cose, ben diverso da ciò che ci viene propinato sui libri di storia e dagli speciali tv. Grazie, Vincenzo Rabito, ovunque tu ora sia ti vada il mio ringraziamento per l'aver arricchito la mia esperienza raccontandomi la tragicità della tua vita, purtroppo comune fra la gente della tua epoca.

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Lee66
Recensioni: 4/5

Un libro di storia scritto da chi la storia l'ha fatta e vissuta. Un pezzo,di storia senza filtri né censure e per questo da non perdere. Un ragazzo del 99 come non ce ne saranno mai più. Da leggere.

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Giuseppe
Recensioni: 5/5

Leggevo, mi emozionavo, piangevo. Bella lezione di vita. Capolavoro inconsapevole.

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Recensioni

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Voce della critica

Ossimoro postmoderno
"Il siciliano è ormai la seconda lingua letteraria, dopo l'italiano", proclamava con orgoglio Tano Gullo annunciando nelle pagine palermitane della "Repubblica" l'uscita di questo libro. In effetti, viene da chiedersi se senza l'avallo del conterraneo Consolo ("Un testo unico, un caso di scrittura singolare, un documento straordinario") e soprattutto senza la decisiva malleveria di Camilleri ("Cinquant'anni di storia italiana patiti e raccontati con straordinaria forza narrativa"), quest'autobiografia di un semianalfabeta avrebbe avuto il raro privilegio di uscire dall'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano per finire nel catalogo di un grande editore.
Fatto sta che ora le altisonanti motivazioni del premio Pieve - Banca Toscana edizione 2000 ("un Gattopardo popolare", "il capolavoro che non leggerete mai") sono migrate, attraverso il comunicato stampa, in molte importanti recensioni, finendo con il creare il profilo di uno scrittore naïf in grado di darci un affresco finalmente autentico – perché autoptico – della storia italiana del Novecento vissuta e narrata dal basso.
"Delizia dei linguisti" (si legge nella motivazione), "sogno avverato" degli storici (secondo Sergio Luzzatto), il libro viene presentato come l'opera di un "Verga proletario" (Rigoni Stern) che – ossimoricamente – rimarginerebbe il secolare iato tra letteratura e popolo, tra lingua letteraria e lingua parlata. Fofi loda – in questo "cronista di se stesso e del suo tempo" – l'invenzione di "una lingua scritta che rispetta ma anche mira a precisare l'orale"; un "italiano tirato giù dall'Empireo", da inserirsi – per Mauri – nel filone dei Folengo e dei Ruzante: "Ma qui non c'è il letterato che dà forma ai dialetti e al parlar popolare".
Si può rievocare l'esperienza dei "franchi narratori" di Feltrinelli o quella meno remotiadei celatiani Narratori delle pianure, ma il confronto acuisce – anziché lenire – la sensazione di trovarsi di fronte a un frutto fuori stagione. Il prodotto di un'operazione motivata non da spinte ideologiche o estetiche, ma da un postmoderno appiattimento prospettico che porta a confondere la letteratura con il documento, l'autobiografia con la ricostruzione storica, il soggetto della narrazione con il suo oggetto. Proprio per questo sarà bene procedere, in sede critica, distinguendo – all'interno del Rabito uno e trino – le figure dell'autore, del narratore e del personaggio.

Capolavoro o capolaboratorio?
E allora la prima domanda da porsi è: chi è l'autore del Terra matta che leggiamo? Rabito lo aveva scritto così: "questa; e; la bella; vita; che; ho; fatto; il sotto; scritto; rabito vincenzo; nato; a chiaramonte; qulfe; (in via; corsica;) dallora; provincia; di; siraqusa". Pubblicandolo come documento per lo studio linguistico, Luisa Amenta lo ha reso così: "Questa e la bella vita che ho fatto il sotto scritto rabito vincenzo, nato a chiaramonte qulfe (in via corsica), dallora provincia di siraqusa".
Quando Luca Ricci ha cercato di allestire "una versione intermedia del testo, che non era né un'edizione commerciale (…) né un'edizione critica", l'opera è arrivata a una forma che doveva risultare così: "tutte li barcona di dove passammo c[']era esposta una bantiera trecolore d[']ogni barcone di dove passava il reggemento. Poi, c[']erino tutte li museche che c[']erino a Ferenze che ci anno venuto a prentere alla stanzione e tutte li crosse auturita". Poi, nel settembre 2003, l'Einaudi ha affiancato a Ricci Evelina Santangelo e alla fine si è giunti a un testo che si presenta così: "tutte li barcona di dove passammo c'era esposta una bantiera trecolore. Poi, c'erino tutte li museche che c'erino a Ferenze, che ci hanno venuto a prentere alla stanzione, e tutte li crosse auturità".
Normalizzate la punteggiatura e le maiuscole, introdotti accenti e apostrofi, ripristinata la corretta separazione delle parole (ma non sempre: a tacare, uncazzo); restaurate sintassi e testualità, ricorrendo a integrazioni in corsivo che a volte si presentano come didascalie ("io pareva che non era io, da come stavo in silenzio"); dimezzata la lunghezza, non solo eliminando in blocco alcuni episodi, ma anche sforbiciando qua e là per rendere più scorrevole il racconto. Il testo dato alle stampe è l'esito di sei anni di faticosa postproduzione: quel "laboratorio Rabito" che ha trasformato il grezzo dattiloscritto Fontanazza nel romanzo Terra matta attraverso un lavoro di rabdomantica divinatio ("in questo modo si rischia di essere un po' medium", ammette Ricci).
Di là dalla lente deformante dell'editing, il "rabitese" ("lingua originale, che non somiglia a nessun'altra sperimentata prima", Santangelo) non è altro che una delle tante declinazioni dell'italiano popolare. Con tutte le ambiguità e le sfocature che la definizione porta con sé, e con la stessa "fortissima diffrazione in senso dialettale" che Mengaldo riconosceva nella Spartenza del siciliano Bordonaro, premio Pieve 1990 e poi volume Einaudi con prefazione di Natalia Ginzburg e glossario di Gianfranco Folena.
Per andare incontro alla leggibilità, viene alterato a più livelli lo specifico della scrittura semicolta, che è proprio la tendenza a trasferire di peso sulla pagina i tratti tipici del parlato. Capitoli, capoversi, periodi, ad esempio, sono tutte divisioni posticce; anche se il flusso continuo del testo è stato agevolmente segmentato facendo leva soprattutto sul connettivo "così", che già nella versione originale cadenzava il ritmo secondo lasse di lunghezza variabile.
Il Vincenzin Meschino
Perché Rabito non è uno scrittore, ma è un grande narratore, e della narrazione orale possiede con sicurezza tempi e modi: il gusto del particolare, la sapiente mescolanza di eventi tragici e risvolti comici, l'enfasi patetica e la battuta salace. L'aria di epica popolare che si respira nel suo racconto nasce dal ricorrere di situazioni e immagini formulari, dalla frequenza di proverbi e modi di dire, dai gesti sempre teatrali e dalle reazioni polarizzate tra pianto e bestemmia, tra inferno e paradiso ("quanto era all'Africa, che erimo all'inferno (…) e ora, a Francofonte, io era imparadiso").
Altro che ingenuità: l'inaffabeto Rabito avrà pur preso la licenza elementare "a 30 anne, senza antare alla scuola", ma ha letto i suoi testi canonici ("il libro dell'Opera dei pupe (…) e il libro del Querino il Meschino") e soprattutto ha raccontato e sentito raccontare per notti intere storie che – come questa – ruotavano intorno al cibo, al sesso e ai soldi. Nella sua lunga autobiografia cambiano spesso gli scenari, ma i meccanismi narrativi si ripetono con costanza: Vincenzo soffre la fame per poi abbandonarsi a pantagrueliche scorpacciate, si arricria con le donne (poi finisce col maledirle), in un modo o nell'altro riesce ogni volta a mettere da parte un bel gruzzoletto.
L'affresco storico è solo il fondale sul quale devono emergere le imprese del Vincenzin Meschino, di cui – nei momenti topici – si parla in terza persona ("Che brutta vita ha passato, questo Rabito Vincenzo!"). Ed è qui che la formularità sconfina nello stereotipo: se ci si cala nel modo di pensare del personaggio, l'idea della contro-storia proletaria si sgretola definitivamente. L'ostilità verso il potere è puro qualunquismo e fa tutt'uno con il vittimismo del protagonista, sempre pronto a compatirsi e ad assolversi, assumendo atteggiamenti e comportamenti che ne fanno l'ipostasi di un'italianità quasi macchiettistica. Come l'Alberto Sordi della Grande guerra, cerca in tutti i modi d'imboscarsi; una volta tornato borghese è rofiano coi potenti e voltagabbana in politica, facile ai compromessi quando c'è da guadagnare, lesto ad approfittare delle occasioni; si sposa per interesse, ma considera il matrimonio la più grave delle sue disgrazie; tradisce la moglie, pretende un primogenito maschio, odia la suocera e, soprattutto, adora la mamma: "questo ene l'afetto di mamma! Ma che moglie e moglie! Ma che suocira e suocira! Quelle lo fanno tutte per intento".
  I libri   Luisa Amenta, Un esempio di scrittura di semicolti: analisi di "Fontanazza","Rivista Italiana di Dialettologia", 2004. Gianni Celati, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1984. Tommaso Bordonaro, La spartenza, Einaudi, 1991. Pier Vincenzo Mengaldo, Il Novecento, il Mulino, 1994.   Giuseppe Antonelli

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