Categorie

Vincenzo Rabito

Curatore: E. Santangelo, L. Ricci
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2007
Pagine: 411 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806167622
Ossimoro postmoderno
"Il siciliano è ormai la seconda lingua letteraria, dopo l'italiano", proclamava con orgoglio Tano Gullo annunciando nelle pagine palermitane della "Repubblica" l'uscita di questo libro. In effetti, viene da chiedersi se senza l'avallo del conterraneo Consolo ("Un testo unico, un caso di scrittura singolare, un documento straordinario") e soprattutto senza la decisiva malleveria di Camilleri ("Cinquant'anni di storia italiana patiti e raccontati con straordinaria forza narrativa"), quest'autobiografia di un semianalfabeta avrebbe avuto il raro privilegio di uscire dall'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano per finire nel catalogo di un grande editore.
Fatto sta che ora le altisonanti motivazioni del premio Pieve - Banca Toscana edizione 2000 ("un Gattopardo popolare", "il capolavoro che non leggerete mai") sono migrate, attraverso il comunicato stampa, in molte importanti recensioni, finendo con il creare il profilo di uno scrittore naïf in grado di darci un affresco finalmente autentico – perché autoptico – della storia italiana del Novecento vissuta e narrata dal basso.
"Delizia dei linguisti" (si legge nella motivazione), "sogno avverato" degli storici (secondo Sergio Luzzatto), il libro viene presentato come l'opera di un "Verga proletario" (Rigoni Stern) che – ossimoricamente – rimarginerebbe il secolare iato tra letteratura e popolo, tra lingua letteraria e lingua parlata. Fofi loda – in questo "cronista di se stesso e del suo tempo" – l'invenzione di "una lingua scritta che rispetta ma anche mira a precisare l'orale"; un "italiano tirato giù dall'Empireo", da inserirsi – per Mauri – nel filone dei Folengo e dei Ruzante: "Ma qui non c'è il letterato che dà forma ai dialetti e al parlar popolare".
Si può rievocare l'esperienza dei "franchi narratori" di Feltrinelli o quella meno remotiadei celatiani Narratori delle pianure, ma il confronto acuisce – anziché lenire – la sensazione di trovarsi di fronte a un frutto fuori stagione. Il prodotto di un'operazione motivata non da spinte ideologiche o estetiche, ma da un postmoderno appiattimento prospettico che porta a confondere la letteratura con il documento, l'autobiografia con la ricostruzione storica, il soggetto della narrazione con il suo oggetto. Proprio per questo sarà bene procedere, in sede critica, distinguendo – all'interno del Rabito uno e trino – le figure dell'autore, del narratore e del personaggio.

Capolavoro o capolaboratorio?
E allora la prima domanda da porsi è: chi è l'autore del Terra matta che leggiamo? Rabito lo aveva scritto così: "questa; e; la bella; vita; che; ho; fatto; il sotto; scritto; rabito vincenzo; nato; a chiaramonte; qulfe; (in via; corsica;) dallora; provincia; di; siraqusa". Pubblicandolo come documento per lo studio linguistico, Luisa Amenta lo ha reso così: "Questa e la bella vita che ho fatto il sotto scritto rabito vincenzo, nato a chiaramonte qulfe (in via corsica), dallora provincia di siraqusa".
Quando Luca Ricci ha cercato di allestire "una versione intermedia del testo, che non era né un'edizione commerciale (…) né un'edizione critica", l'opera è arrivata a una forma che doveva risultare così: "tutte li barcona di dove passammo c[']era esposta una bantiera trecolore d[']ogni barcone di dove passava il reggemento. Poi, c[']erino tutte li museche che c[']erino a Ferenze che ci anno venuto a prentere alla stanzione e tutte li crosse auturita". Poi, nel settembre 2003, l'Einaudi ha affiancato a Ricci Evelina Santangelo e alla fine si è giunti a un testo che si presenta così: "tutte li barcona di dove passammo c'era esposta una bantiera trecolore. Poi, c'erino tutte li museche che c'erino a Ferenze, che ci hanno venuto a prentere alla stanzione, e tutte li crosse auturità".
Normalizzate la punteggiatura e le maiuscole, introdotti accenti e apostrofi, ripristinata la corretta separazione delle parole (ma non sempre: a tacare, uncazzo); restaurate sintassi e testualità, ricorrendo a integrazioni in corsivo che a volte si presentano come didascalie ("io pareva che non era io, da come stavo in silenzio"); dimezzata la lunghezza, non solo eliminando in blocco alcuni episodi, ma anche sforbiciando qua e là per rendere più scorrevole il racconto. Il testo dato alle stampe è l'esito di sei anni di faticosa postproduzione: quel "laboratorio Rabito" che ha trasformato il grezzo dattiloscritto Fontanazza nel romanzo Terra matta attraverso un lavoro di rabdomantica divinatio ("in questo modo si rischia di essere un po' medium", ammette Ricci).
Di là dalla lente deformante dell'editing, il "rabitese" ("lingua originale, che non somiglia a nessun'altra sperimentata prima", Santangelo) non è altro che una delle tante declinazioni dell'italiano popolare. Con tutte le ambiguità e le sfocature che la definizione porta con sé, e con la stessa "fortissima diffrazione in senso dialettale" che Mengaldo riconosceva nella Spartenza del siciliano Bordonaro, premio Pieve 1990 e poi volume Einaudi con prefazione di Natalia Ginzburg e glossario di Gianfranco Folena.
Per andare incontro alla leggibilità, viene alterato a più livelli lo specifico della scrittura semicolta, che è proprio la tendenza a trasferire di peso sulla pagina i tratti tipici del parlato. Capitoli, capoversi, periodi, ad esempio, sono tutte divisioni posticce; anche se il flusso continuo del testo è stato agevolmente segmentato facendo leva soprattutto sul connettivo "così", che già nella versione originale cadenzava il ritmo secondo lasse di lunghezza variabile.
Il Vincenzin Meschino
Perché Rabito non è uno scrittore, ma è un grande narratore, e della narrazione orale possiede con sicurezza tempi e modi: il gusto del particolare, la sapiente mescolanza di eventi tragici e risvolti comici, l'enfasi patetica e la battuta salace. L'aria di epica popolare che si respira nel suo racconto nasce dal ricorrere di situazioni e immagini formulari, dalla frequenza di proverbi e modi di dire, dai gesti sempre teatrali e dalle reazioni polarizzate tra pianto e bestemmia, tra inferno e paradiso ("quanto era all'Africa, che erimo all'inferno (…) e ora, a Francofonte, io era imparadiso").
Altro che ingenuità: l'inaffabeto Rabito avrà pur preso la licenza elementare "a 30 anne, senza antare alla scuola", ma ha letto i suoi testi canonici ("il libro dell'Opera dei pupe (…) e il libro del Querino il Meschino") e soprattutto ha raccontato e sentito raccontare per notti intere storie che – come questa – ruotavano intorno al cibo, al sesso e ai soldi. Nella sua lunga autobiografia cambiano spesso gli scenari, ma i meccanismi narrativi si ripetono con costanza: Vincenzo soffre la fame per poi abbandonarsi a pantagrueliche scorpacciate, si arricria con le donne (poi finisce col maledirle), in un modo o nell'altro riesce ogni volta a mettere da parte un bel gruzzoletto.
L'affresco storico è solo il fondale sul quale devono emergere le imprese del Vincenzin Meschino, di cui – nei momenti topici – si parla in terza persona ("Che brutta vita ha passato, questo Rabito Vincenzo!"). Ed è qui che la formularità sconfina nello stereotipo: se ci si cala nel modo di pensare del personaggio, l'idea della contro-storia proletaria si sgretola definitivamente. L'ostilità verso il potere è puro qualunquismo e fa tutt'uno con il vittimismo del protagonista, sempre pronto a compatirsi e ad assolversi, assumendo atteggiamenti e comportamenti che ne fanno l'ipostasi di un'italianità quasi macchiettistica. Come l'Alberto Sordi della Grande guerra, cerca in tutti i modi d'imboscarsi; una volta tornato borghese è rofiano coi potenti e voltagabbana in politica, facile ai compromessi quando c'è da guadagnare, lesto ad approfittare delle occasioni; si sposa per interesse, ma considera il matrimonio la più grave delle sue disgrazie; tradisce la moglie, pretende un primogenito maschio, odia la suocera e, soprattutto, adora la mamma: "questo ene l'afetto di mamma! Ma che moglie e moglie! Ma che suocira e suocira! Quelle lo fanno tutte per intento".
  I libri   Luisa Amenta, Un esempio di scrittura di semicolti: analisi di "Fontanazza","Rivista Italiana di Dialettologia", 2004. Gianni Celati, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1984. Tommaso Bordonaro, La spartenza, Einaudi, 1991. Pier Vincenzo Mengaldo, Il Novecento, il Mulino, 1994.   Giuseppe Antonelli

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Roberto Marietti

    06/09/2015 01.01.09

    Bellissimo; per mia fortuna ho molti amici siciliani, e per me la lettura è stata molto scorrevole, anzi a volte non ho pienamente condiviso le didascalie a corredo di frasi o parole fortemente idiomatiche, perchè per le mie esperienze il significato tradotto era un poco diverso dalla realtà che conosco.Senz'altro un libro da leggere anzi da divorare d'un solo fiato; la vera storia d'italia prima durante e dopo le due guerre, vista dal basso e con gli occhi di chi dalla sua posizione poteva correttamente apprezzare il vero senso delle cose, ben diverso da ciò che ci viene propinato sui libri di storia e dagli speciali tv. Grazie, Vincenzo Rabito, ovunque tu ora sia ti vada il mio ringraziamento per l'aver arricchito la mia esperienza raccontandomi la tragicità della tua vita, purtroppo comune fra la gente della tua epoca.

  • User Icon

    Lee66

    25/01/2014 23.41.55

    Un libro di storia scritto da chi la storia l'ha fatta e vissuta. Un pezzo,di storia senza filtri né censure e per questo da non perdere. Un ragazzo del 99 come non ce ne saranno mai più. Da leggere.

  • User Icon

    Giuseppe

    09/03/2010 01.35.07

    Leggevo, mi emozionavo, piangevo. Bella lezione di vita. Capolavoro inconsapevole.

  • User Icon

    stefania

    13/05/2009 18.27.16

    Interessante dal punto di vista storico. Uno strazio dal punto di vista linguistico che è un siciliano in parte sconosciuto.

  • User Icon

    Francesca

    07/02/2009 16.32.57

    Libro intenso e bellissimo, da cui si impara. Una lettrice

  • User Icon

    gianluca guidomei

    07/09/2008 18.13.24

    Non avevo mai impiegato tanto tempo per leggere un libro, ma non potevo esimermi dal seguire un consiglio letterario di Mario Rigoni Stern. All' inizio ho fatto fatica ad avvicinarmi al gergo dialettale siciliano con cui il libro è stato scritto, poi ho avuto l' illuminazione: ho iniziato a leggerlo a voce alta, e mi si è aperto un mondo di suoni ed esperienze straordinarie. "Terra matta" è uno dei libri che più mi ha sorpreso, e forse anche per questo l' ho amato così intensamente.

  • User Icon

    ant

    24/07/2008 22.00.36

    L'analisi cruda e senza sconti di un ragazzo del 99...1899. Scritto poi in modo semplice e toccante, anche se in siciliano stretto, i concetti base arrivano dritti all'animo del lettore

  • User Icon

    Elio Pietro

    24/09/2007 21.29.00

    Alla mia età non più verde e dopo avere letto molto, è davvero poco frequente che un testo possa ancora tanto piacevolmente sorprendermi ed emozionarmi come il dattiloscritto di Vincenzo Rabito, riaccomodato da Evelina Santangelo e Luca Ricci. L’autore, benché semianalfabeta, rende una significativa testimonianza del novecento italiano, dalla lotta contro la fame di inizio secolo all’epoca del boom economico, narrando, con coinvolgente vitalità, le sue tragicomiche peripezie per la quotidiana sopravvivenza. La trasposizione grafica delle parole così come sono approssimativamente colte ad orecchio dalla lingua parlata , siciliano o italiano che sia, crea involontariamente, aldilà degli effetti comici, una straordinaria situazione nella quale si percepisce la presenza dell’autore in tutta la sua genuinità, quasi stessimo assistendo ad una narrazione dal vivo ; è bene puntualizzare come non ci siano serie difficoltà di interpretazione (non ne ho avute io che parlo il piemontese come prima lingua!). Alla fine non ci resta che ringraziare Vincenzo per averci reso partecipi della sua difficile vita, combattuta anche seguendo talvolta un’etica di comodo, ma senza mancare di umanità , di sensibilità, di curiosità; non sarà facile dimenticare le drammatiche descrizioni di questo ragazzo del ‘99 riguardo alla terribile avventura della prima guerra mondiale. Segnalo la bella recensione di Mario Rigoni Stern su Tuttolibri del 24 marzo 2007 (dovrebbe essere ancora recuperabile nel sito del quotidiano “ La Stampa”) e, qualora succedesse anche ad altri di essere indotti alla lettura di “Terra matta ” , auguro loro di provare le mie stesse sensazioni.

  • User Icon

    farizio pagano

    05/07/2007 23.55.03

    un libro straordinario. una fantastica avventura letteraria di un uomo che solo davanti a una macchina da scrivere racconta, inventandosi una lingua uba bellissima avventutura umana. Per l'inventiva linguistica e per la capacità di far aderire il narrato alla vita, fino a fonderli, la capacità di conservare per tutto l'arco dell'esitenza un afflato con l'umanità comprendendone ogni piega, anche la più grigia, senza però perderre la capacità di sdegnarsi per gli abusi perpetrati verso i più deboli. ha capito l'importanza della cultura ... e tanto altro. pirandello lo definirebbe uno scrittore di cose, non di parole. mi ricorda il lato buono di celine. peccato non poter leggere l'edizione originale.

  • User Icon

    Nello

    21/06/2007 09.58.36

    Pagine di storia tanto più interessanti in quanto non descritte ma partecipate, con un linguaggio e una verve assolutamente apprezzabili, che stregano il lettore in un susseguirsi di aneddoti e fatti celebri visti da un sottoproletario spinto dall'istinto di sopravvivenza. Un libro da leggere e far leggere ai propri figli, più utile ed educativo di tanti noiosi manuali scolastici, per capire cosa è veramente la vita.

  • User Icon

    maqroll

    24/05/2007 17.20.16

    Un Céline siciliano, dalla lingua sghemba e sporca che racconta, attraversandolo con la sua stessa vita, il Secolo Breve e i suoi avvenimenti, le sue tragedie. Comico, esilarante, poetico; certamente meglio di tantissimi scrittori professionisti e alfabetizzati. Un libro che affascina, commuove, sorprende, ed in cui è bello soprattutto soffermarsi ad assaporare ogni parola, ogni termine, ogni verbo ("delequente", "ciornno", "antarece", "umposticino"). Certo, il valore dell'opera è accresciuto dalla consapevolezza che si tratta di un'autobiografia di ben 1027 pagine dattiloscritte (a stampa probabilmente molte di più), scritte da un semianalfabeta. Chissà, se il libro fosse stato di "sole" 400 pagine forse sarebbe mancato un elemento importante, ancorché extratestuale. A mio avviso anche la semplice lunghezza del testo è un pregio ulteriore, sicuramente.

  • User Icon

    Daniela

    07/05/2007 12.06.45

    Man mano che andavo avanti nella lettura, sono stata conquistata dal "cunto" di Rabito e dal suo linguaggio che suona, a me siciliana, tanto reale e tanto familiare. Sembra di ascoltare la lenta narrazione di un cantastorie, in cui le piccole e umanissime astuzie utili a sopportare le avversità si mescolano con fare disincantato ai grandi eventi storici (dalla prima guerra mondiale alla "bella ebica" degli anni 60, in cui trova spazio un piccolo cenno anche ad "andriotti"), traendone massime di vita spesso esilaranti. Suggerisco, a chi voglia leggere il libro, di scaricare dal sito di radio3 la recensione trasmessa da Fahrenheit, con la lettura di un capitolo affidata alla voce di Vincenzo Pirrotta, non a caso erede della tradizione dei cuntisti siciliani. L'interpretazione è perfetta..

  • User Icon

    GIUSEPPE

    02/04/2007 21.05.27

    Un libro straordinario, del tutto eccentrico nel panorama della letteratura contemporanea. Un sottoproletario siciliano analfabeta prende la parola (senza che nessuno gliel'abbia insegnata, tant'è che la reinventa da sé) e racconta - toccando, con l'abilità di un grande affabulatore, tutte le corde, dalla tragedia al comico - come ha attraversato la storia d'Italia dall'inzio del '900 agli anni del boom, tra slanci generosi, sottili astuzie, rovesci di fortuna e tanta, non metaforica, fame. I lettori di Camilleri potranno accorgersi di quanto abissale sia la differenza tra il 'rabitese' selvaggio di questo memoriale e l'algido sicil/italiano da laboratorio del sopravvalutato inventore di Montalbano. Un libro che consiglio a tutti i giovani per capire cos'è davvero la vita, nella sua brutale e vera nudità.

Vedi tutte le 13 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione