Traduttore: K. Juhász
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2005
In commercio dal: 8 giugno 2005
Pagine: 342 p., Brossura
  • EAN: 9788845919800
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Descrizione
Nel 1969, dopo vent'anni di esilio (e trentacinque dalla pubblicazione delle "Confessioni di un borghese", il primo suo volume di memorie), Márai decide di sfogliare "quell'album di immagini morte" che si porta dentro e di raccontare gli anni atroci del dopoguerra. In un montaggio implacabile e sontuoso fa sfilare quelle immagini davanti agli occhi: dall'apparizione dei russi sulla sponda del Danubio alle rovine di Budapest, ridotta a un cumulo di macerie. E poi il ritorno a una faticosa normalità, il desiderio di scrivere nella lingua materna...

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    Daniele

    28/06/2006 12:37:29

    Bellissimo libro, spunto per mille riflessioni. Marai è sicuramente una delle voci letterarie più importanti del '900. Ci ha lasciato tantissimo. Mi chiedo come mai non gli sia stato conferito il premio Nobel. Mi chiedo anche perchè lo abbiano invece conferito a Dario Fo. Cosa ci ha lasciato (o lascierà). Mah!

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    Gianni

    30/03/2006 00:14:46

    Una delle voci letterarie piu' belle del xx secolo. Starei all'infinito ad ascoltarlo ed a rifletterci sopra. Immenso e' il suo sguardo sul mondo,gli uomini e la storia. Di pochi decimi mi e' giunto al cuore in piu' profondita' di Rezzori.

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    Eumeswil

    20/07/2005 12:05:00

    Sandor Marai si conferma una delle piu' belle voci della letteratura europea del '900. Questo libro, struggente e lucido, ci accompagna dentro l'orrore e la follia del comunismo che ha strappato l'Ungheria dalla storia d'Europa per 50 anni. Ancora oggi l'Occidente sembra non aver riflettuto abbastanza su questo "male del secolo"; come se la sua classe intellettuale avesse voluto rimuovere questa immane tragedia e sopratutto le sue complicita' morali con esso. Solo una nota emblematica. Questo libro fu pubblicato da Marai nel 1969, dall'esilio canadese. In Italia lo possiamo leggere solo ora... 36 anni dopo! In 36 anni nessun editore, nessun critico letterario, nessun intellettuale salottiero ha pensato di farlo conoscere al pubblico italiano. E c'e' qualcuno che ancora dice che in Italia non abbiamo vissuto una censura culturale di proporzioni inaudtite. Eumeswil

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Nel 1969, dopo vent'anni di esilio, Márai decide di sfogliare "quell'album di immagini morte" che si porta dentro e di raccontare gli anni atroci del dopoguerra. In un montaggio implacabile e sontuoso ci fa sfilare quelle immagini davanti agli occhi: dall'apparizione fantasmagorica dei russi sulla sponda del Danubio alle rovine di Budapest, dove lui torna a cercare "quel che è rimasto della vecchia vita" e trova la sua casa ridotta a un cumulo di macerie. E poi il faticoso ritorno a un'apparenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti. E ancora il tentativo, nell'aprile del '46, di ritrovare quell'Europa tanto amata e idealizzata che ora gli appare "sterile, dal vago odore di cadavere, come immersa nella formalina". E di nuovo il desiderio di scrivere nella lingua materna, che lo spinge a tornare in un paese mutilato, dissanguato, atterrito, sul quale il feroce processo di bolscevizzazione stende "una ragnatela fitta e appiccicosa". Infine, dopo un anno e mezzo, nel settembre del 1948, quando gli è stata ormai tolta la libertà di scrivere e, soprattutto, la libertà di tacere, la decisione di andare via, o meglio: di "andare verso qualcosa". A spingerlo è "la nostalgia della Terra".