Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008

Fabio Pusterla

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: 213 p., Brossura
  • EAN: 9788806185213
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    tiziano

    03/02/2012 20:38:26

    Ho finito da poco di leggere questo libro: sinceramente non ricordo una di queste poesie.

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Se ogni poesia è un'unità di senso e nel contempo è ricca di legami molecolari con le altre, cosa potrà significare per un poeta comporre un'antologia dei propri versi? Me lo domando leggendo Le terre emerse di Fabio Pusterla, che raccoglie una scelta di testi pubblicati in cinque libri, dal 1985 al 2008, con una sequenza di inediti. E mi accorgo che in questo caso, come forse in ogni altro, non può trattarsi soltanto di una scelta e di una raccolta, ma della messa in gioco di una vita nuova. Questa antologia, infatti, non ripercorre e commemora, non consegna e affida, ma rilancia e ribattezza in virtù della nuova orchestrazione, al punto che non possiamo che leggerla come un libro nuovo. E vedendo che la spinta narrativa, presente fin dall'inizio, si accentua sempre di più con gli anni, in un girovagare irrequieto, in un'esplorazione vibrante in cui il mondo aperto, naturale e storico, predomina largamente gli interni. Il giardino svizzero dell'anima, se mai si intravede, è in balia di un'agitazione benefica, visto che il movimentare a cielo aperto gli affetti, i pensieri e le passioni non minaccia una quiete presunta, semmai suscita guizzi di vita e accende speranze.
Gli animali sono onnipresenti, ed è proprio grazie a loro che possiamo tracciare un percorso di poetica nell'antologia di Pusterla, giacché in Concessione all'inverno (1985) essi sono linguistici: "i serpenti sintattici, malefici crotali", poi cominciano a corrisponderci, come i falchi, le farfalle, le anguille di Montale, battendo però sempre l'accento su noi umani. Di seguito, diventano allegorie vitali e parallele, creature alla pari, e finalmente esseri realissimi, che spezzano ogni schema culturale, irrompendo di colpo, incarnando l'improvviso, l'evidenza della vita non contemplabile, ma scattante, repentina, aliena. La continua incursione di animali saettanti e arcanamente pensanti non sarebbe tuttavia così efficace se non corrispondesse a un'attrazione selvatica dell'autore, che corre per tutta l'opera, a una rivolta emozionante dell'individuo colto che, attraverso il periplo, torna naturale, comparendo così come il vero essere civile, visto che con gli occhi degli animali è capace di guardarsi.
È sorprendente allora come sia proprio il mondo aperto della ventura imprevista e visionaria a generare un catarsi dinamica, almeno da Le cose senza storia (1994), e che sia proprio il "pensiero animale incomprensibile", quando la storia umana è "un cimitero di memorie", a dare la scossa vitale: "dall'argine sono spuntati cinque germani / spaventandomi quasi. Sono scesi in acqua regali, / risalendo di poco la corrente della roggia, e uno di loro / si è voltato un istante" (Roggia, da Pietra sangue, 1999). Nell'inappartenenza al luogo natio, intriso "di fumo e crudeltà", che sa di "orina e soldi", nella violenza incurabile della storia, nello scempio fatto alla natura, i misteriosi animali sono individui riconoscibili, mentre noi umani diventiamo gli anonimi membri della specie turistica. Quello che conta sempre più per il poeta è invece resistere da uomo libero, vale a dire "esistere nel movimento", in mezzo a un'esperienza sorprendente, straniera, pericolosa persino, nella fascinazione del rischio, cioè di una quasi desiderata oscillazione di identità, che percorre arditamente tutto il libro. Ciò spiega l'accelerazione sincopata delle scene, le frasi nominali ed ellittiche, i racconti frastagliati. Discendono da questa perdita del centro la snellezza artistica delle movenze, l'occhio vigile e curioso, il gusto di toccare tutto con gli occhi e la lingua; i versi di durata, e soprattutto di velocità, assai variabile, ora battenti con surreale ritmo ferroviario (Bivio Rosales), ora pulsanti con i piedi in corsa, ora rallentati in modo perturbante, nell'ampia e magistrale estensione tonale e tematica.
Più volte Fabio Pusterla dice che siamo poco (Da una costa), che siamo nulla, ma non si tratta di minimalismo aristocratico, bensì del desiderio di farsi serenamente piccoli per restare nel vivo della realtà. Di qui il monologo che non è interiore, ma rivolto a ogni orecchio sensibile, vicino al parlato sereniano (così Enrico Testa); di qui il dialogato, il pensiero in azione. In queste gite esistenziali sul crinale, tra il paesaggio a sinistra e gli inferi a destra, le tonalità psichiche, benché il disincanto sia tremendo, non indulgono al riflusso dolente, al ristagno nostalgico, se non per pietà verso i morti implacati o i luoghi cancellati: dall'uomo di Bocksten, un cadavere medioevale conservato grazie alla torba (Bocksten, 1989), al villaggio sommerso di Gondo. Senza un lampo di fede, senza un atlante morale e un raggio di luce storica o politica, mentre l'angoscia dell'artificiale monta e sgorga in poemetti corali (in Folla sommersa, 2004, e negli inediti), la vita resta improntata a un decalogo di decenza, privilegiando i più deboli. E la poesia, nonostante i temi gravi, le ironie amare, la disperazione nominale, diventa un'avventura libertaria.
Enrico Capodaglio