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Regista, imprenditore, appassionato d'arte popolare, James Brett ha costruito nel tempo una collezione di opere di artisti autodidatti e istituito un museo, The Museum of Everything. Da poco inaugurato a Londra, il museo si è trasferito oggi a Torino, esposto alla Pinacoteca Agnelli. La mostra (aprile-agosto 2010), accompagnata da un catalogo curato nelle scelte editoriali, era caratterizzata dal contributo che artisti contemporanei, curatori e intellettuali hanno dato alla selezione, scegliendo e commentando opere. La collezione è eterogenea: presenta artisti dal background geografico e culturale quanto più vario possibile. Non mancano citazioni dall'arte colta, in primo luogo da artisti che hanno frequentato le antologie di disegno psichiatrico, come Klee o Dubuffet, né episodi di arte devota, prossima al sermone. Prevale per lo più un atteggiamento di massima urgenza e convinzione: l'arte sembra poter lenire l'oppressione. Scarne e frammentarie, le biografie raccontano di mondi lontani, di cui ci giungono echi lontani e lievemente perturbanti. Henri Darger (1892-1971), americano, disegna per decenni la storia della propria vita trasposta in una narrazione epica di stampo vittoriano: cinque ragazzine con genitali maschili adolescenti conoscono innumerevoli peripezie fuggendo adulti minacciosi e trovando la protezione di geni alati. Affidato a un orfanotrofio, Darger ha vissuto un'infanzia e un'adolescenza difficili: al pari di altri bambini, a sera è costretto a indossare abiti femminili da taluni degli educatori, quindi denudato e abusato. Darger non ha studiato disegno: ritaglia figurine dai cartoons contemporanei, dalle illustrazioni di quotidiani, dalle pagine di pubblicità. Dettaglia le sue storie con tratto lieve e le colora ad acquerello. Nek Chand (1924), ispettore indiano delle strade, si dedica invece per decenni a un'opera che oggi diremmo decoloniale. Incurante dei divieti e della fatica, raccoglie macerie dei villaggi distrutti per fare posto alla nascente città modernista di Chandigarh, e costruisce un mondo immutabile e policromo di statue.
Michele Dantini
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