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Curatore: E. Valdini
Editore: Chiarelettere
Anno edizione: 2009
Pagine: 473 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788861900363
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Questo è un libro nato per tentare di riscoprire Fabrizio De André attraverso i suoi concerti. è il racconto illustrato di un dialogo a più voci, in cui il ricordo di una stagione live nasce dalla voglia di scoprire cosa hanno significato anni di esibizioni del cantautore genovese per chi vi partecipò. La Fondazione De André ha scelto di affidare la scrittura di questo viaggio, dal '75 al '98, a una giovane curatrice, Elena Valdini, perché per età non ha mai assistito a nessun concerto di Fabrizio e proprio per questo ha potuto ricostruire la storia delle tournée con occhi nuovi. Alla stesura del libro ha partecipato anche Pepi Morgia, regista di tutti gli spettacoli, i cui ricordi hanno guidato la curatrice palco per palco.
Tourbook è «un libro nel libro perché fatto di pagine grandi e pagine piccole», dove le grandi sono lo spazio della scoperta, in cui i ritratti, per parole e immagini, svelano un De André inedito, così come inediti sono molti suoi scritti; e dove le piccole racchiudono invece il punto di vista dei testimoni di questa storia umana e musicale, politica e intellettuale, ripresa dal vivo. Ci troviamo di fronte al mondo privato e pubblico di uno dei maggiori artisti della canzone italiana che emerge da documenti particolari, all'apparenza insignificanti. Le agende, i foglietti, gli scontrini dei ristoranti, gli scritti privati di "Faber", gli articoli tratti dai quotidiani locali e nazionali, sono come tante tessere di un grande mosaico. Non mancano i volantini, le foto in bianco nero e a colori, persino le ricette del medico curante. Da questa raccolta illustrata di materiali affiora il De André che cantava favole amare per una platea di giovani in jeans e maglietta, il cantore timido che commuoveva tante persone che, dalla Bussola di Viareggio al Palalido di Milano, accorrevano per sentirlo suonare. Negli anni 70 De André dava scandalo perché, ad esempio, cantando Via della Povertà ogni sera, in ogni strofa aggiungeva il nome di un politico diverso. Per i suoi concerti libertari fu minacciato di morte a Milano, ma poi riprese lo stesso a suonare dal vivo, incurante del pericolo delle bombe eversive.
Con gli anni il Fabrizio live si fece più agguerrito, meno timoroso, più padrone della scena: con l'esperienza, l'impaccio e la paura scemarono. Tanto che, dall'85 in poi, avendo bandito l'alcol, riusciva a stare sul palco senza la complicità del whisky e a cavarsela benissimo. Anche se parlare di "dialogo col pubblico" pare improprio, se parlava – in maniera a volte un po' professorale – lo faceva ripetendo testi che si era preparato, l'improvvisazione era semmai tipica di altri, come Guccini. De André era troppo perfezionista per affrontarne i rischi. Il vero dialogo col suo pubblico cominciava piuttosto dopo il concerto, quando il suo camerino si apriva a chiunque volesse parlargli. Capitò spesso, nelle sue tournée, che gli si affiancassero artisti poi divenuti famosi: Eugenio Finardi, Pfm, le aperture con Roberto Benigni, i duetti con Ivano Fossati. Fino al bellissimo tour mediterraneo dell'84, nel quale si presentò l'album in dialetto genovese Crêuza de mä: una serie di concerti tenuti da Mestre alla Liguria, alla Sardegna, insieme a Mauro Pagani, al violino e flauto, e al figlio Cristiano, alla chitarra.
Dal 1984 al 1991 passarono sette anni di silenzio, anche perché fare un disco dopo Crêuza de mä era difficile. De André non poteva più tornare ai "valzerini" dei primi anni, mentre in quell'album si era fatto un lavoro straordinario, anche a livello strumentale. Nei sette anni in cui restò lontano dalle scene maturò i concetti che poi espresse meravigliosamente nell'album Le nuvole, che diede il via al suo attesissimo ritorno alla musica dal vivo, nel febbraio 1991, a Modena.
Il volume si chiude con gli ultimi tour di fine anni 90, tra cui quello legato al disco Anime salve, che è poesia in musica allo stato puro, parole scritte sempre dalla parte dei diversi, degli esclusi, degli indifesi. «Le mie canzoni – scrisse De André – sono degli addii, addio alle parole che canto, ai pensieri che vanno lontano dalla bocca, dalla lingua, dalla testa». E questo libro, a suo modo, è anch'esso un modo per dire addio a un indimenticabile cantautore, nel decennale della sua scomparsa.