Nel giugno del 1844, nel pieno di una stagione intellettuale febbrile, Søren Kierkegaard consegna alla sua tipografia di fiducia un libriccino dal titolo Tre discorsi edificanti. Redatti parallelamente alle opere pubblicate dietro pseudonimo dello stesso anno (Briciole di filosofia, Il concetto dell’angoscia, Prefazioni), questi discorsi rappresentano il contrappunto essenziale della sua produzione: la voce diretta dell’autore, senza maschere, proprio là dove la riflessione speculativa si raccoglie nel gesto più semplice e insieme più arduo, ovvero quello dell’“edificare”. Non prediche, ma “discorsi”, come Kierkegaard insiste a precisare nelle sue pagine: parole rivolte a quel singolo che ascolta, e nelle quali anche l’autore impara, si espone, si lascia mettere in questione. L’edificante diviene così una categoria esistenziale: né moralistica né omiletica, ma un movimento interiore che chiama a scavare in profondità per poter realmente non solo elevarsi, ma “edificarsi”. I tre discorsi qui presentati seguono un itinerario teologico ed esistenziale di sorprendente coerenza. In Pensa al tuo Creatore nella tua giovinezza (Qo. 12,1), Kierkegaard restituisce in una sorta di breviario anche innegabilmente poetico la sua celebre nozione di “verità preoccupata”, interrogando la giovinezza come tempo del radicamento e della scelta, lontano da ogni fuga nell’astratto. In L’aspettativa di una beatitudine eterna (2 Cor. 4,17), la figura di Paolo di Tarso diventa paradigma dell’uomo che vive nell’attesa, perplesso lungo il crinale tra aspettativa e prospettiva, in una vita che non è evasione dal presente, ma trasformazione del peso quotidiano alla luce dell’eterno. In Egli deve crescere, io diminuire (Gv. 3,30), Giovanni Battista incarna l’umiltà come compimento del proprio compito: non l’alba, ma il tramonto che fa spazio all’Altro, gesto emblematico della fede come sottrazione e atto d’amore, un farsi da parte che accoglie il proprium novum di colui che viene per restare. Ne risulta un piccolo libro di rara intensità: severo e ospitale insieme, capace di parlare alla coscienza del lettore contemporaneo con la stessa forza con cui, nel 1844, Kierkegaard rivolse il suo appello a “quel singolo” intenzionato a prendere sul serio la propria interiorità e, con essa, l’enigmaticità della vita, la fragilità della giovinezza e l’eterno interrogativo sul senso ultimo dell’esistenza. Questa nuova edizione critica, fondata sul testo dell’ultima e più autorevole versione danese dei Søren Kierkegaards Skrifter, propone la traduzione integrale dei Tre discorsi edificanti 1844 e dell’ampio apparato di note che li accompagna. Il volume è impreziosito da tre prefazioni inedite di Joakim Garff – tra i maggiori interpreti contemporanei di Kierkegaard e direttore del Centro di Ricerche Søren dell’Università di Copenaghen – che, rivolgendosi direttamente ai lettori italiani, getta nuova luce sulla genesi, il tono e la posizione dei Discorsi edificanti all’interno del fervido laboratorio kierkegaardiano degli anni 1843-44. La curatela è di Giulia Longo, traduttrice e studiosa del pensiero di Kierkegaard, autrice della lunga introduzione che apre il volume. La sua lettura, attenta alle sfumature linguistiche, bibliche e filosofiche del testo originale, ricostruisce con accuratezza la costellazione intellettuale del periodo e il ruolo dei Discorsi edificanti nel percorso dell’autore, mostrando la portata esistenziale della categoria dell’“edificante”. La traduzione, condotta direttamente sugli SKS, restituisce una voce di Kierkegaard limpida e rigorosa, preservandone la densità concettuale e la finezza letteraria, e offrendo al lettore italiano un accesso nuovo, affidabile e interiormente coinvolgente a uno dei testi più essenziali dell’intero corpus kierkegaardiano.
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