Gli ultimi cinque minuti. Cronache con forma di racconto

Igor Man

Collana: La memoria
Edizione: 2
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 13 luglio 1992
Pagine: 112 p.
  • EAN: 9788838908279
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 4,39

€ 5,16

Risparmi € 0,77 (15%)

Venduto e spedito da IBS

4 punti Premium

Disponibile in 3 gg lavorativi

Quantità:

€ 2,78

€ 5,16

Usato di Libraccio.it venduto da IBS

 
 
 


recensione di Griseri, P., L'Indice 1993, n. 7

Quanto vale la morte? La domanda non è priva di una certa assurdità. La morte è un assoluto, anzi è l'assoluto e non sopporta certo di essere relativizzata, di essere ingabbiata in graduatorie. In due luoghi queste considerazioni generali sulla morte vengono clamorosamente contraddette: negli uffici di una compagnia di assicurazione (dove ogni decesso ha un suo prezzo e un suo valore) e nella redazione di un giornale.
Nei giornali la morte è come la vita: ha un'unità di misura precisa, il numero delle righe. E le righe che Igor Man dedica a ognuno dei fatti di cronaca nera da cui prendono spunto i suoi racconti sono molte, anzi troppe. Volutamente troppe, fuori da ogni canone classico di valutazione. Quante righe si possono dare a un titolo che recita: Travolto dal tram mentre scende alla fermata"? Dieci righe, venti al massimo. È una storia banale, di quelle che non valgono nemmeno la fotografia del defunto. In redazione si dice che morti come questa valgono "una breve", lo spazio di un francobollo.
Nei giornali di oggi, dove l'informatica ha cambiato le vecchie abitudini, una "breve" non si scrive nemmeno più: si schiaccia invece un tasto e si infila "di peso" il lancio di agenzia nel disegno della pagina. Qualche piccola modifica e la morte è servita, confezionata, digerita.
Del resto, se si tratta di una morte "normale", se non c'è una bella storia da raccontare, non c'è ragione per "allungare il brodo". E il giornalista svedese che racconta al suo direttore come sono morti i figli, annegati nel Tevere, sente a un certo punto il dovere di giustificarsi: "Non è una leggenda, signor direttore è una notizia è la notizia, la mia notizia. Non dica come sempre, che faccio troppo colore".
È un gioco cinico quello delle notizie. Lo era nel '51, quando Man scriveva la prima parte di questi racconti (oggi pubblicati dalla casa editrice Sellerio con il titolo "Gli ultimi cinque minuti"), lo è ancora oggi, nel giornalismo del villaggio globale, nella società dell'immagine e dei fatti raccontati in presa diretta. Ma anche quello del cinismo è un gioco che si può rompere: basta rovesciarne le regole. Basta provare a fare quel che a un giornalista sovente sconsigliato, vivere la notizia dalla parte dei protagonisti e non dalla parte del lettore.
Man si avventura oltre il limite consentito al cronista, si immedesima nelle emozioni dei protagonisti, quei protagonisti che nella "nera" sono quasi sempre vittime. Dilata le loro sensazioni nei cinque minuti più importanti della vita. gli ultimi. Amplifica quel tempo estremo e aumenta a dismisura lo spazio, lo spazio che in un giornale è anche tempo di lettura. Sovverte le regole perché solo così facendo si può capire quanto spessore umano ci sia anche nelle minutaglie della cronaca. E quanto i giornali (degli anni cinquanta come degli anni novanta) siano gerarchie opinabili di notizie, come erano opinabili i bollettini di guerra di inizio secolo. In fondo, Remarque fece un'operazione analoga: scrisse un intero libro partendo da una "breve".