Gli ultimi libertini

Benedetta Craveri

Editore: Adelphi
Anno edizione: 2016
Pagine: 620 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845930362
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Descrizione
"Questo libro" annuncia Benedetta Craveri nella Prefazione "racconta la storia di un gruppo di aristocratici la cui giovinezza coincise con l'ultimo momento di grazia della monarchia francese": sette personaggi emblematici, scelti non solo per "il carattere romanzesco delle loro avventure e dei loro amori", ma anche (soprattutto, forse) per "la consapevolezza con cui vissero la crisi di quella civiltà di Antico Regime ... con lo sguardo rivolto al mondo nuovo che andava nascendo". Sfruttando, infatti, le qualità migliori della loro casta "la fierezza, il coraggio, l'eleganza dei modi, la cultura, lo spirito, il talento di rendersi gradevoli" -, il duca di Lauzun, il conte e il visconte di Ségur, il duca di Brissac, i conti di Narbonne e di Vaudreuil e il cavaliere di Boufflers non furono soltanto maestri nell'arte di sedurre, ma da veri figli dei Lumi ambirono ad avere un ruolo nei grandi cambiamenti che si preparavano, e dopo il 1789 seppero affrontare le conseguenze delle loro scelte - la povertà, l'esilio, perfino il patibolo - senza mai perdere l'incomparabile 'panache' che li distingueva. A sua volta, con la "grazia somma della cultura, della curiosità, del pensiero, della scrittura magnifica" che le è stata riconosciuta dai critici, e ancor più dai lettori, l'autrice di "Amanti e regine" percorre queste sette vite parallele fino all'evento in cui tutte convergeranno - la Rivoluzione - e dopo il quale ciascuno degli "ultimi libertini" seguirà il proprio destino.

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Recensioni dei clienti

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    Pietro Marsi

    02/02/2017 22:34:59

    Coloro che non hanno letto i libri di Benedetta Craveri non potranno mai sapere cos’è la dolcezza della lettura. Pietro Marsi.

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    sven

    03/04/2016 21:36:51

    Splendido libro come tutti gli altri suoi libri del resto

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Attraverso ritratti di celebri protagonisti della vita mondana, Gli ultimi libertini di Benedetta Craveri non ricostruisce soltanto le pratiche dell’alta aristocrazia francese a fine Settecento. Parla soprattutto di una svolta essenziale della cultura europea: la fine traumatica e irrimediabile di un modo di vivere e di pensare aristocratico. Scrive il conte de Ségur rievocando l’incosciente dolcezza della sua giovinezza: “Noi, giovani aristocratici francesi, senza rimpianti per il passato e senza preoccupazioni per l’avvenire, camminavamo gioiosi su un tappeto di fiori che nascondeva un abisso”. Lauzun, Brissac, i fratelli Ségur, Narbonne, Bouffleurs, Vaudreuil … hanno vite che si assomigliano. Quasi tutti sono nati da padri di cui non portano il nome, l’adulterio non costituendo uno scandalo, una volta che si rispettassero le forme. Pacifici ménages à trois erano comuni, e non solo perché i matrimoni erano combinati e le spose giovanissime. La spregiudicatezza sessuale costituiva una pratica favorita dall’ambiente dove le conquiste erotiche si esibivano come prove del successo mondano. (…) Così Lauzun poteva rivaleggiare con suo padre, o Boufflers scrivere versi scherzosi in cui proporre alla sorella un incesto ed esaltare la libertà di costumi di sua madre. (…) Nella loro caccia al piacere dispiegavano immancabilmente alcune doti: impeccabile raffinatezza dei modi, conversazione spumeggiante, amore per la letteratura e le arti, capacità d’improvvisare versi spiritosi e di recitare nelle commedie di salotto al pari dei migliori attori professionisti. Erano tutti dotati di quella sprezzatura, teorizzata da Castiglione, e per tre secoli appannaggio indispensabile delle élite mondane, anche se, rispetto ai modelli passati, essa si colorava volentieri di sfrontatezza. La mancanza di denaro, che spesso li affliggeva, non impediva loro di vivere nel fasto. Benché la loro esistenza fosse fondata sul privilegio, si potevano permettere persino di aderire alle nuove idee di libertà, di ammirare Voltaire, di proteggere Chamfort che ironizzava sui vizi mondani e di mettere in scena le commedie di Beaumarchais che criticavano i costumi della loro classe. (…)

Craveri ricostruisce questo ambiente aristocratico con la sapienza psicologica e mondana di una douairière e la sterminata erudizione di uno studioso positivista (quasi cento pagine di fonti e bibliografia). Come i memorialisti che sono la sua principale fonte, è dotata dell’arte del ritratto. Vengono convocati sulla pagina, come in un salotto, decine di personaggi e a ognuno ne è dedicato uno, grazie ad aneddoti e pettegolezzi trovati in memorie e corrispondenze d’epoca. Talvolta il lettore si può perdere in questa girandola di nomi titolati, di attrici e di avventurieri. Ma il filo della narrazione è incalzante e rende, nell’incrocio con le biografie, la drammaticità della Storia. Gli ultimi libertini non credo voglia essere una visione di parte della Rivoluzione francese (l’altra parte infatti tace), né esprimere impossibili rimpianti per una cultura perduta più di due secoli fa. Illustra invece come la spregiudicatezza erotica del ristretto gruppo di privilegiati si accompagnava a uno stile che aveva risalto estetico e fondamento morale. E forse anche per questo, ancor oggi – in un’epoca di rivendicazione del desiderio – questo stile riesce ad affascinare.

 


Vincitore Premio Internazionale Capalbio Piazza Magenta 2016 - Sezione Saggistica letteraria.

Benedetta Craveri ci offre un lavoro di estrema erudizione, da cui emerge il ritratto di una società tirannica e narcisista, ai limiti dell’erotomania, ma di estremo fascino, descrivendo le vite di uomini in bilico tra la propria auto-conservazione e la modernità, per cui, in alcuni dei sette casi riportati, sacrificarono la vita.


“Ci prendevamo gioco delle antiche usanze, dell’orgoglio feudale dei nostri padri e della solennità della loro etichetta pur continuando a godere di tutti i nostri privilegi”.

Ci fu un momento nella storia del Settecento francese, prima della Rivoluzione, in cui alla parte più progressista del ceto nobiliare parve possibile riformare pacificamente l’agonizzante società dell’Antico Regime, la sua rigida morale e le conseguenti obsolescenze nella struttura socio-economica, senza tuttavia dover rinunciare alle comodità assicurate dal privilegio di casta. Una contraddizione che verrà pagata a caro prezzo, poiché figlia di un lampante scollamento con il vero motore della storia, quel popolo a cui poco interessava se i giovani rampolli della nobiltà, rischiarati dai Lumi, avessero finalmente coscienza dell’iniquità di quel mondo. Al popolo interessava l’eguaglianza e invece i protagonisti di questo saggio si preoccuparono, a dispetto della percezione della crisi, di vivere fino all’ultimo i fasti di una società decadente oramai giunta al suo inevitabile tramonto.

I sette personaggi tratteggiati da Benedetta Craveri rappresentano quindi perfettamente le contraddizioni di una generazione della nobiltà sospesa tra le istanze riformiste dei Lumi e la strenue difesa del privilegio, la cui tutela era espressione di una preoccupazione che oggi definiremmo conservatrice. In realtà ai tempi tali rivendicazioni erano considerate rivoluzionarie, ma nel senso astronomico del termine, poiché votate alla restaurazione di un antico ordine - un movimento retrogrado all’età dell’oro - in cui il ruolo della nobiltà non era subordinato alla sola volontà del re e i suoi privilegi non erano un simbolo di iniquità ma una necessità nell’esercizio delle innumerevoli prerogative politiche.

In questo testo - la cui lunghissima elaborazione ha richiesto quasi un decennio - vengono raccolte come fonti primarie i diari di sette esponenti dell’alta nobiltà, redatti prima dello scoppio delle violenze rivoluzionarie e perciò testimonianze genuine della vita a corte all’alba della convocazione degli Stati Generali. L’importanza di questi testi è vitale poiché le biografie, successive alle guerre napoleoniche, di personaggi vissuti a cavallo dei due secoli sono spesso edulcorate e prive di riferimenti alle pratiche di libertinaggio sessuale per non attentare all’onorabilità di persone, soprattutto nel caso delle donne, divenute nel frattempo anziane.
Ma in cosa consisteva nello specifico la vita di un libertino? Significava essere adepti del culto dei salotti, i templi di una religione civile sulle cui fondamenta si erigeva la cosiddetta civiltà della conversazione, un’epoca in cui alle donne non veniva concesso il diritto di scegliersi un marito, ma si tollerava di buon grado che commettessero ripetutamente adulterio, a patto che fossero salve le apparenze e l’onorabilità dello sposo. Una società corrotta in cui le sorti delle nazioni erano decise nelle camere da letto degli ambasciatori e dove era possibile essere allo stesso tempo zii e padri della stessa persona per salvaguardare le proprietà famigliari.

Ma a distrarre l’aristocrazia non vi erano solo le serate mondane, le civetterie e i guizzi erotici consumati all’ombra dei coniugi. La mania anglofila e le speculazioni astratte dei philosophes sviavano i ceti dirigenti dai drammi interni. Si volgeva lo sguardo oltre la Manica per trovare un rimedio alle iniquità di una società tanto arretrata e si scopriva che la specificità della modernità inglese era conseguenza della guida di un re ostaggio del Parlamento, in cui la voce della nobiltà veniva tenuta in gran conto e non vilipesa dall’arbitrio di un tiranno vezzeggiato da una corte di schiavi. Bersaglio di questi strali fiammeggianti era la monarchia, guidata dal ramo francese dei Borboni, i discendenti del Re Sole - l’artefice dell’assolutismo - sovrani la cui condotta sessuale lasciava presagire l’irreversibile declino di un’era. Una piramide in procinto di crollare, incarnata prima dall’irrefrenabile appetito sessuale del Beneamato Lugi XV - tanto vorace nel consumare le amanti quanto indifferente alla politica interna - e infine dalle flaccide membra del nipote, il pingue Luigi XVI, l’impotente più celebre di tutti i tempi, un uomo il cui principale passatempo a Versailles era l’inseguimento dei gatti. Nel mentre Maria Antonietta si dedicava a ben altro tipo di caccia…

Benedetta Craveri ci offre un lavoro di estrema erudizione, da cui emerge il ritratto di una società narcisista e tirannica, ai limiti dell’erotomania, ma di estremo fascino, descrivendo le vite di uomini in bilico tra la propria auto-conservazione e la modernità, per cui, in alcuni dei sette casi riportati, sacrificarono la vita.