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Adam Haslett

Traduttore: C. Palmieri
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2010
Pagine: 348 p. , Brossura
  • EAN: 9788806200220
Borges diceva che era solito sistemare i libri di filosofia sullo stesso scafale della letteratura fantastica, io metterei quelli di economia nel settore della fantascienza, le annate del "Sole 24 ore" accanto a "Urania": non si può negare che il mercato finanziario abbia raggiunto dimensioni e complessità ben al di là delle normali competenze di un cittadino partecipe e informato quanto si vuole. Il cronotopo della finanza è totalmente diverso da quello dell'esperienza: è il non-tempo istantaneo delle transazioni telematiche e il non-spazio virtuale della rete dove il denaro, ridotto a puro dato (puro spettro), circola secondo una logica e una sintassi autonoma e, almeno all'apparenza, irrisolvibili a quelle del reale. Un reale che, da parte sua, vede messo in discussione qualsiasi diritto di primogenitura sul virtuale: da qui, forse, anche l'idea di chi (penso a Žižek) eleva ironicamente il capitalismo finanziario a una sorta di equivalente contemporaneo del sublime, una totalità che trascende e minaccia l'umano, misteriosa e inconoscibile. È ovvio che rappresentazioni di questo tipo diano forma a un problema strettamente politico: ovvero la convivenza tra democrazia e capitalismo finanziario, una coppia che pure ha innervato l'identità dell'Occidente liberale durante la Guerra fredda (se non prima) ma che oggi, paradossalmente, nel suo trionfo vive anche la sua crisi. Così come altrettanto ovvie sono le reazioni a questa difficile coesistenza: movimenti localistici e protezionisti da una parte, violenza sistemica (terrorismo e relative "guerre al terrore") dall'altra.
Ma è anche un problema narrativo: come raccontare il legame, per usare un'espressione americana, tra Wall Street e Main Street quando questo legame viene sistematicamente occultato? E come farlo se gli strumenti classici del realismo appaiono di colpo inadeguati? Non è un caso, del resto, che il più importante romanzo sulla finanza della seconda metà del Novecento, JR di William Gaddis (Alet, 2009) scelga una forma faticosamente sperimentale e antimimetica: ma era il 1975. Nel 2010, invece, Adam Hasslett adotta con Union Atlantic soluzioni molto diverse, per certi versi più tradizionali: e non solo perché viviamo in un'epoca di generale rappel à l'ordre romanzesco, ma anche perché la posta in gioco è proprio tornare a rivendicare il potere del romanzo (anzi: del romanzesco) di raccontare il reale e la sua ingestibile complessità. Come dice uno dei personaggi del libro: "Non gradiva che si ricorresse agli aneddoti per illustrare i meccanismi dell'economia, soprattutto se a farlo era un politico. Erano sempre manipolazioni, collegamenti artificiosi e semplicistici di cause ed effetti. La verità stava nei valori aggregati, non nelle storie delle persone comuni che per un minuto o due finivano sotto i riflettori dei media": in questo appello al "dato aggregato" c'è, da parte di Hasslett, la ricerca di una complessità antagonista tanto alle semplificazioni dei mezzi di comunicazione e alla demagogia della politica, quanto all'astrattezza in cui il mercato si cela.
La storia ha un breve prologo nel 1988, a largo del Golfo persico, dove una nave da guerra statunitense sta difendendo i convogli kuwaitiani dagli attacchi delle cannoniere iraniane. Doug Fanning è un giovane sottufficiale quando la Vincennes abbatte un aereo di linea scambiato per un mezzo militare (e se a qualcuno ricorda Ustica…): lui è poco più che un ingranaggio, per quanto sia addetto ai radar, e il sistema attutisce le colpe. Ritroviamo Doug nel gennaio del 2001: congedatosi dalla marina, ha studiato economia e ora è il braccio operativo della Union Atlantic, una banca d'affari in ascesa proprio grazie alle spericolate operazioni di Doug. Per quanto avvezzo a futures e derivati, anche Doug investe sul mattone: si fa costruire una fastosa villa a Finden ("L'incarnazione della nostalgia che ti faceva amare quelle piccole città, rischiarate dalla luce di stella morta della nobiltà terriera americana"), nei dintorni di Boston. Peccato che il suo lotto sia confinante con quello di Charlotte Graves, un'eccentrica insegnante di storia, erede (decaduta) della famiglia patrizia di Finden. Charlotte è schifata da "quell'obbrobrio con i muscoli gonfiati" che il giovane manager si è fatto costruire ed è decisa a cacciarlo, forte del fatto che il terreno venduto dal Comune apparteneva alla sua famiglia. Ma la trama "domestica" si intreccia con gli affari di Doug alla Union Atlantic. Anche in abiti civili, lui resta un soldato, un'arma in mano al presidente della banca per le operazioni speciali più rischiose e non sempre limpide: "Doug aveva fatto la cosa per cui era stato assunto. Aveva aggirato la normativa interna creando una nuova società chiamata Finden Holdings, la cui unica funzione era farsi prestare del denaro dalla Union Atlantic e prestarlo alla Atlantic Securities. Di per sé la cosa non era del tutto illegale, ma i legali e i revisori dei conti erano stati abbastanza accorti da nascondere i particolari nelle note a piè di pagina". Nel giro di qualche mese, infatti, le operazioni di Doug scatenano un'incontrollabile reazione a catena che non solo potrebbe portare al fallimento della banca, ma a una crisi di sistema in grado di mettere in ginocchio l'economia mondiale.
Union Atlantic è un grande e ambizioso romanzo, sorprendente tanto più se si considera che è l'esordio lungo di Haslett (classe 1970): il libro precedente, Il principio del dolore (Einaudi, 2003), è una raccolta di racconti. Certo, a volte si sente il nervosismo dell'esordiente impacciato nel gestire il passo lungo del romanzo e in alcuni passaggi pecca di quello che in gergo si definisce "information dump": pagine sature di informazioni, spiegazioni, descrizioni del funzionamento della macchina mondiale della finanza. Ma se da una parte c'è la comprensibile indulgenza del romanziere alle prime armi ansioso di "mostrare i muscoli", dall'altra c'è anche la lucida scelta stilistica di ricreare lo stesso stupito spaesamento, in cui l'orrore si alterna all'incanto, di cui si diceva all'inizio.
Doug è un personaggio dalla psicologia misteriosa, a tratti impenetrabile: una scatola nera che spesso lascia il dubbio di non nascondere nulla al proprio interno tranne un vuoto: come la casa che si fa costruire, suntuosa all'esterno ma totalmente priva di arredamenti, lasciata vuota, disabitata. C'è tutto il tema del corpo, del fisico e del virtuale ("Si sentiva come il miracolo vivente di una tecnologia avanzatissima, alleggerito di ogni zavorra organica e pronto a liberarsi in una dimensione di pura efficienza. In quella trovava sollievo, perfino serenità"), ma lo stesso si potrebbe temere che tanto dispiegamento di forze nasconda il melò (sfumatura per altro non sconosciuta ad Hasslett): già l'immagine della casa vuota non è originalissima, e se poi scopriamo che c'è pure un rapporto difficile con la madre il sospetto diventa forte. Ma Hasslett è bravo a evitare questa trappola soprattutto grazie allo strano rapporto tra Doug e un ragazzo dei dintorni attratto dall'ex soldato: tra i due nasce un rapporto omosessuale a cui il protagonista pare concedersi quasi inconsapevolmente, come espropriato di quell'autocontrollo che invece esercita in ogni altro ambito della sua vita.
C'è anche l'elemento razziale, benché più sotto traccia: eppure Haslett fa bene a indicarlo come una delle autentiche linee di faglia su cui ancora poggia mal ferma la società statunitense. "Cominci nel 1954 gridando 'Negro, negro, negro!' Arriva il 1968 e non puoi più dire 'negro': danneggi te stesso. Ti si ritorce contro. E allora cominci a parlare di piani di integrazione razziale, autonomie degli stati federali e roba del genere. Arrivi a un tale livello di astrazione che cominci a parlare di sgravi fiscali e tutto quel che dici finisce per avere una valenza puramente economica, ma il risultato è che i neri ne fanno le spese più dei bianchi. Come se a un certo punto, negli anni Sessanta, la nostra idea di piazza avesse cambiato colore. Da bianca a nera. E da quel momento in poi abbiamo fatto di tutto per allontanarcene": la citazione è lunga, ma forse basta cambiare una parola (sostituire negro con immigrato, rom, meridionale) per raccontare una manipolazione della parola "libertà" che non tocca solo gli americani. Quando libertà non indica più l'essere "liberi di" fare qualcosa, ma "liberi da": liberi dall'altro, da un rapporto troppo stretto, troppo intimo, con l'alterità, resa ancora più prossima proprio dalla globalizzazione.
Dai riferimenti al fallimento della Exxon ("l'altro" disastro vissuto dagli Stati Uniti nel 2001), per arrivare ai fantasmi dell'attuale crisi scatenata dai mutui subprime, pochi altri testi negli ultimi tempi sono riusciti a raccontare con altrettanta intensità l'intreccio di forze che plasmano il presente. Riconosce il particolare nel generale e l'universale nell'individuale: in fondo non è questo che ha sempre fatto il romanzo?
Francesco Guglieri

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    Patroclo

    22/01/2012 12.29.52

    lo definirei quasi un instant-book sul crollo di Lehman Brothers. il libro ha qualitá specie in alcune scene madri (la festa), in alcuni spunti comici, nella clamorosa relazione tra i due protagonisti, d'altra parte ci sono anche debolezze nella struttura, ad alcuni spunti andava dato piú spazio, alla "soluzione" della vicenda ad esempio ne viene dato troppo poco. comunque - come si suol dire - autore da seguire e romanzo da consigliare ad addetti ai lavori e appassionati della contemporanea americana

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