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Uomini
Marisa Volpi titola il suo ultimo libro in maniera insolitamente impositiva: Uomini. È il primo, assai celato indizio delle sue modalità di scrittura. Il periodo privilegia di gran lunga la paratassi e, in più di un passaggio, sembra suggerire piuttosto il silenzio e l'ascolto che la chiacchiera di cui sono infarciti tanti romanzi italiani recenti.
I capitoli in cui Uomini è suddiviso sono circa venti e il libro conta 152 pagine, salvi i ringraziamenti e l'indice. Non si potrebbe essere più concisi, per un testo che al lettore si presenta in forma diaristico-autobiografica. Molte pagine sono scritte al presente storico (quelle sul marito Sandro, per esempio), altre no e torna la dimensione più propriamente culturale degli incontri di una vita. Non di meno, la trama dei ricordi ha sempre il sopravvento, e di Roberto Longhi si possono ben citare "le lunghe dita pelose". Di questo, però, più oltre.
Molte sono le qualità di Uomini, e fra queste la capacità di commuovere. Le parole dedicate al marito, nella descrizione del primo incontro: "Io lo guardo. Indossa un impermeabile simile a quello dei funzionari di Scotland Yard, non è bello, ma bellissimo per un tesoro che intuisco ma non riesco a capire. Mi ricordo il sorriso amabile, la voce sonora con la cadenza emiliana. È risoluto ma senza scatti, neppure quando si avvia verso la porta d'uscita in via Veneto e io già spero di rivederlo".
Soltanto la descrizione di un colpo di fulmine, ma condotta con grazia e somma sapienza letteraria.
L'uomo della vita di Marisa Volpi è ovviamente il marito Sandro, morto qualche anno fa (l'autrice è piuttosto parca di date). Ci sono poi pagine oggi difficili a leggersi, dedicate a Cesare Garboli. "Cesare in tuta blu sta dipingendo di verde un piccolo cancello. Mi invita a sedere e continua il suo lavoro, ma entra subito nel tema che mi sta a cuore: un libro dei miei racconti". Due pagine più oltre è Garboli stesso a parlare: "Io non sono uno scrittore, non amo i libri. Io ho conosciuto la realtà della vita (...) Come in un romanzo, la mia vita era, poteva essere. Poi si è volatilizzata. Capisci che cosa dico? Tolstoj ha inventato Pierre Bexuchov, Natalia, Andrei Bolkonskij, quei personaggi non esistevano. Io che ho incontrato X e Y non voglio scrivere romanzi. Come potrei?".
Marisa Volpi attraversa bensì il meglio dell'arte contemporanea novecentesca, ma vive per intero la disillusione tipica degli intellettuali comunisti del secolo passato. È allieva di Longhi, ma conosce ben presto Giulio Carlo Argan, di cui peraltro nemmeno cita l'incarico a sindaco di Roma. Argan è "affabile, ironico, nei colloqui in cui metteva a punto un progetto". "Loquace, fattivo, compromesso con il mondo". Un giudizio che si presta a più di una interpretazione.
Di Longhi, suo miglior fabbro nelle discipline artistiche, è persino divertente il ritratto, "ben vestito, con una giacca di maglia (...) con le sue rughe, la sua pelle bruna macchiata, la sigaretta pendente all'angolo della bocca (...) Si può dire che avesse una sessualità particolare? Un piglio particolare? Era un uomo di più di sessant'anni, la cultura è un anestetico, la grande cultura, l'erudizione, il Sapere, ancora peggio". Nella pagina prima, dopo una breve citazione longhiana, Volpi ammonisce: "Una scrittura così ha l'aire di un gonfalone" (c'è grande uso di similitudini inusitate, di gusto forse dantesco).
A margine, ci sono poi storie personali, che non coinvolgono cioè personaggi noti. L'amicizia tormentata con la compagna di studi Clara, la malattia del fratello Alberto, gli amori giovanili: non si legge Uomini per quelli o non soltanto. Sono passi che Marisa Volpi deve aver meditato più di altri, ma al lettore comune risultano di minore interesse. D'altra parte, e senza nessun intento di azzardare paragoni non azzardabili, i Mémoires di Chateaubriand, sottoposti alle cure di un editor d'oggi, sarebbero ridotti della metà: per non parlare di un altro capo d'opera smisurato della letteratura francese, cioè il Port Royal di Sainte Beuve.
I libri, tutti i libri, possono leggersi anche dal fondo, a partire dai ringraziamenti. Volpi scrive: "Nomino fra tutti Cesare Garboli che da anni mi comunica una viva percezione della letteratura". Questo è anche, e in conclusione, un libro di addii. La lunga fedeltà all'arte e alla letteratura (c'è un riferimento a Saltykov-&Stilde;ĉedrin che, in piena narrazione, può suonare come il colpo di fucile di Montale!) rimane e rimane questo libro, senza dubbio il più compiuto fra quelli pubblicati da Marisa Volpi.
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