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Richard Sennett

Traduttore: A. Bottini
Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2008
Pagine: 311 p. , Brossura
  • EAN: 9788807104398
Riprendendo e sviluppando in un'opera di grande respiro le tematiche sul degrado del lavoro e sulla sua perdita di senso nell'età postmoderna già accennate nei precedenti L'uomo flessibile (Feltrinelli, 2001) e La cultura del nuovo capitalismo (il Mulino, 2006), il sociologo statunitense contrappone all'impersonalità, al funzionalismo cieco, all'ossessione per la quantità e i dilaganti ritmi fini a se stessi, la condizione artigianale intesa in senso lato come "maestria tecnica (…) abilità di fare bene le cose", "desiderio di fare bene una cosa, concretamente, per se stessa". Una condizione che avvicina, pur con le debite e indubbie differenze, l'artigiano medievale e gli odierni softwaristi del sistema operativo Linux: accomunati da "quell'intimo e fluido nesso tra soluzione dei problemi e individuazione dei problemi che è il segno esperienziale della maestria tecnica".
Sennett ci conduce così in un affascinante percorso strutturato in tre parti. La prima, la più lunga, sbozza, in un intreccio di analisi storica e riflessione socioculturale, i tratti essenziali della condizione artigiana. Ovvero, l'impegno personale sul lavoro, la centralità della qualità e della collegialità nel laboratorio quale spazio sociale ideale, anche se non privo di asprezze, contraddizioni e chiusure gerarchiche, il complesso rapporto intrattenuto dagli artigiani con le macchine; rapporto rispetto al quale Sennett privilegia la visione degli enciclopedisti, di dialogo e adattamento alle tecnologie, piuttosto che quella "romantica", di rifiuto, alla John Ruskin. Ne deriva, in esplicita polemica con la concezione della "vita activa" di Hannah Arendt, una coscienza di sé "materialista", fondata sul fare, sul rapporto con le cose e con la materia, come Sennett meglio chiarisce nella seconda parte del libro.
Quest'ultima è dedicata alle abilità tecniche e procede attraverso una brillante disamina del rapporto mano-occhio e dell'educazione alla concentrazione in un violoncellista, un cuoco e un vetraio, per trascorrere al problema della trasmissione di questi saperi mediante "istruzioni espressive", alla crucialità dell'immaginazione quale chiave di volta della dimensione artigiana, strumento essenziale per gestire, in un "progresso a sbalzi", ambiguità e resistenze della materia e dell'ambiente umano e sociale. La consapevolezza dei limiti e delle contingenze occupa la terza parte, la più breve, sulle fonti della perizia artigianale. Vi svolge un ruolo rilevante il gioco, inteso come abitudine alle regole e alla complessità. Il che rende tale appunto la perizia, in teoria accessibile a tutti, al di là dei talenti individuali. La questione dell'accessibilità del sapere artigiano è invero uno dei molti temi irrisolti in un libro che, com'è tipico di Sennett, procede, "artigianalmente" a sua volta, a sbalzi, tra digressioni e riferimenti storici eruditi e acuti (ma erratici), riduzionismi, salti improvvisi, nel tempo e nelle diverse sfere considerate (economica, sociale, culturale). Ma che ha il grande merito di aprire una finestra originale e preziosa sulla questione cruciale di che cosa fare con la condizione lavorativa odierna, recuperando utili lezioni dal passato.
Ferdinando Fasce

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    manlio brusatin

    11/01/2009 12.18.58

    Nel naufragio della Società Liquida, Sennett riesce ad assicurarsi una scialuppa e scopre un tipo che sia chiama Craftsman che dalla new economy era considerato come una badante. Ora dopo la fuga dalla nave di un’orda di voraci roditori-manager si scoprono le virtù dell’uomo-artigiano, sempre rimasto a remare e per fortuna non estinto. Lo ha scoperto Sennett che oltre alla “promozione” ad artigiani di “medici, musicisti e cuochi” parla di una società di individui (non una classe) che ha sempre lavorato con la testa china nella bottega alla produzione di oggetti belli e buoni accanto alle loro virtù principali, le meno stimate, la modestia e la pazienza. Una bella favola ora postcapitalista, nemmeno scritta bene, che nel romanticismo contrapponeva all'avanzante società industriale un poetico dandy con tuba e bastoncino al Prometeo elettromeccanico di Frankenstein. Costui però per Ruskin era un artigiano-artista-intellettuale che imparava materialmente a tessere per dipingere, costruire per scrivere, a fare arte per vivere un’altra vita. Ora il professor Sennett dovrebbe spiegarci seriamente come nella post-modernità stia rinascendo lo spirito artigiano, che c’è , e che riguarda assolutamente le figure di una favola italiana, di Geppetto artista del legno e Pinocchio burattino staminale. Questa realtà si chiama design (parola inglese dal significato italiano) e questo è l’unico modello post-industriale dove rinasce l’artigianato di qualità, dove soggetto/progetto/oggetto diventano la bottega, l’utensile, il manufatto dell’artigianato classico, ridotto a spezzatino dalla società industriale. Sennett che ha avuto una vita troncata al destino di musicista (e non si è fatto il callo del violista) “scopre” perfino Stradivari e il suo libro è una poltiglia indigeribile di scoperte riscaldate. Oltre alla sciagura delle sue dichiarate (in)attitudini culinarie ci propina l“elogio del cacciavite" al posto, che so, della vite di Archimede che è come elogiare il manico invece della zappa. Si, il difetto sta nel manico.

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