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Spunto della prima parte di questo libro è il terribile colera del 1884, non nominato nel testo né nella presentazione: il lettore dovrà informarsi per capire di quale “strage” (più di 7000 morti) si parli. Matilde Serao scrive dunque un reportage sulla città partenopea che è una dura denuncia delle miserabili condizioni di vita del popolo napoletano, supponendo che il sudiciume e i miasmi dei “bassi” siano un focolaio d’infezione. Ma la scrittrice, già grande giornalista, non si sofferma sul fatto specifico e abbozza un ritratto più completo dell’anima napoletana (il lotto, la superstizione, l’usura ecc.) e soprattutto delle popolane, istintivamente portate alla carità, alla solidarietà fra poveri: è quasi un’antropologia dolente, che mostra tutta la sofferenza nascosta dietro il “pittoresco”. Nella seconda parte, scritta vent’anni dopo, il bersaglio della denuncia è il mancato “risanamento” della città, dietro cui s’intravedono gli intrallazzi della classe politica. Un libro da leggere e da apprezzare, nonostante l’insistenza un po’ enfatica sui sentimenti di bontà e di giustizia che prevale nella sua ultima parte.
Quando si ama cosi una città, si scrivono queste bellime pagine.
Un reportage letterario sulla condizione della Napoli fine '800 è l'ultima cosa che pensavo potesse appassionarmi. Napoli è una città lontana da me geograficamente, culturalmente ed empaticamente, il cui fascino non mi ha mai sedotto come invece è successo con altre città. Devo ammettere però, che la Serao è riuscita, a tratti, a tenermi appiccicata alle pagine quasi come Hugo nelle viscere di Parigi. Sì perché il racconto della Serao non fa sconti. Non ci risparmia nulla, nel bene come nel male, della città che ama. Con le sue analisi antropologiche, sociali e urbanistiche, non esita ad evidenziare, in modo chiaro e diretto tanto il degrado in tutte le sue declinazioni, quanto la ricchezza e la solidarietà umana, spesso commovente, dei napoletani. Anche se di tutt'altro tono e registro, mi ha ricordato persino il magnifico Viaggio in Italia di Goethe. La personalità della Serao è forte e incisiva come la sua penna e ne trasmette, con occhio critico e lucidità, tutta la passione e l'energia. Il linguaggio di fine '800 è enfatico, colorato, deciso ed efficace. Molto fruibile e godibile, dialettalismi compresi, anche da un'irriducibile nordica come me. «E un'altra volta io vi dirò quel che vidi, lì dietro, con una triste lunga curiosità, con un coraggio disperato e, con l'angoscia più opprimente, del mio umile ma fedele cuore di napoletana!»
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