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Antonio Nazzaro

Editore: Liguori
Edizione: 2
Anno edizione: 2001
Tipo: Libro universitario
Pagine: 380 p. , ill.
  • EAN: 9788820725440

recensione di Tozzi, M., L'Indice 1997, n. 9

Non è passato poi troppo tempo da quando - non più di duecento anni fa - "la felicità accarezzava le pietre e le rocce d'Italia". Il luogo del mondo dove più di ogni altro vivere era oltremodo piacevole. Il viaggiatore dei secoli XVII e XVIII, di provenienza germanica o anglosassone, ma particolarmente quello francese (vedi "Italies", a cura di Y. Hersant, edito da Bouquine Laffont, fresco di stampa, ma anche il bellissimo "Un viaggio al Vesuvio" di Paolo Gasparini e Silvana Musella, Liguori, 1991), dimenticava il senso di angoscia della vita solo perdendosi fra le città e le campagne di quello che doveva essere un paese ancora in un magico equilibrio, dove la natura era stata trasformata in arte. Non c'era neanche bisogno di muoversi o affrettarsi, una volta calcato il suolo italico, bastava aprire gli occhi per essere pervasi da una felicità incombente, che mai avevano provato prima né Stendhal - neppure nei giorni nella sua giovinezza -, né Chateaubriand, stordito da quello che gli occhi facevano fatica a restituire al suo cervello ingolfato.
Che paese straordinario doveva essere l'Italia di neppure due secoli fa, inconsapevole dello scempio futuro e del degrado, ma già istradata sulla via dell'esaurimento della propria civiltà magnifica e in qualche modo "superiore". E che paese fantastico doveva essere il Meridione d'Italia, a quel tempo, da Roma a Napoli a Palermo: una specie di paradiso terreno che permetteva le visioni più suggestive soprattutto da quelle bocche infernali aperte sulle viscere della Terra che sono i vulcani, paese di cardilli addolorati e di incantamenti. Napoli - in primo luogo - meta preferita, dove la storia dell'uomo "era" la storia del vulcano e dove mito pagano e preghiere cristiane si fondevano in un sincretismo ancora oggi tangibile, quel misto di naturalismo panteista e cattolicesimo che ce la rende per certi versi simile alla Bahia del "candomblé" e di tutti i santi.
Se pure non rimane quasi niente di quell'equilibrio fra mondo dell'uomo e universo naturale, molto ancora resta da dire attorno alla storia fantastica del Vesuvio, osservatore impassibile - non oggetto di osservazione - delle realtà antropiche di quella parte di paradiso terrestre. "Il Vesuvio" di Nazzaro è più di un libro di storia naturale in senso tradizionale - di quelli, peraltro, che non si scrivono più e si leggono ancora meno -, è un racconto ben ritmato in cui geologia, storia della natura e degli uomini e cultura del dettaglio si fondono in una lega di grande qualità. La storia eruttiva del vulcano è raccontata con il gusto dello studioso e con la passione dell'uomo legato alla sua terra (l'autore decide di vivere a Pozzuoli, cioè "dentro" i Campi Flegrei, distretto vulcanico ancora ben attivo) ed è sistematicamente sostenuta dall'appoggio documentale, dal riferimento bibliografico, con lunghe e approfondite note nel corpo della narrazione e con una strepitosa antologia tematica finale. Dalle origini fino all'ormai canonica eruzione del 79 d.C. - quella descritta da Plinio il Vecchio e raccontata dal nipote a Tacito in una delle sue "Lettere" -, che è stata l'ultima, per ora, di un periodo in cui il vulcano era molto più violento di oggi, sempre ammesso che abbia un senso paragonare i tempi del vulcano a quelli limitati dell'uomo. E poi l'eruzione del 1631, la più potente, che fece oltre seimila vittime senza emettere neppure un grammo di lava, se per lava si intende (correttamente) quel magma degassato che definiscono i vulcanologi, mentre lava in dialetto napoletano - anzi vesuviano - è sia quella canonica bollente ("lava di fuoco"), ma anche e soprattutto quella formata dalle continue e inarrestabili colate di fango che già avevano sommerso Ercolano e che provocarono i maggiori danni del 1631 ("lava d'acqua").
Le eruzioni del Vesuvio non cambiavano solo la forma del vulcano: mutavano il paesaggio circostante, la topografia, l'atmosfera, donavano il rosso scuro ai tramonti, tormentavano gli animi e attraevano centinaia di spettatori, curiosi e turisti nello stesso tempo in cui mettevano in fuga i residenti. Dei cambiamenti di forma dell'edificio vulcanico abbiamo chiara memoria nella documentazione storica e soprattutto artistica del tempo, sterminata e opportunamente riprodotta nel libro. Come Crono che mangia i suoi figli, il Vesuvio divora se stesso, muta la sua forma esteriore e cambia il clima influenzando profondamente gli autoctoni, le loro abitudini e le loro credenze. Geologo e storico insieme, Nazzaro si muove a proprio agio tra riferimenti documentali e illustrazione di temi geologici con sintesi e chiarezza, scandendo la narrazione in un particolare alternarsi di brani e riferimenti che la arricchiscono pur senza renderla ostica o frammentata. A questo proposito è esemplare il capitolo sulla nascita e lo sviluppo delle prime teorie vulcanologiche che - a ben guardare - sono teorie attorno alla nascita del mondo stesso. Attraverso i testi originali di Della Torre, De Bottis, Mecatti, Serao, Breislak e tanti altri si scopre come la fermentazione della pirite potesse originare le lave, o come gli Elateri - impetuosi venti sotterranei - generassero le eruzioni più violente. Oltre a essere stato una formidabile palestra per gli ingegni dei naturalisti dell'epoca, lo studio del Vesuvio contribu" all'abbandono delle teorie nettuniste (per cui tutte le rocce si erano generate dalle acque del mare): come spiegare le lave incandescenti eruttate - "dal vivo" - da quel cono così alto e lontano?
Come mai - ci si chiede da sempre - l'uomo torna a costruire dove già il vulcano ha distrutto e dove si può prevedere che tornerà di farlo? Nazzaro tenta una risposta a quello che chiama il "paradosso del Granatello" (scoprite nell'"Epigrafia vesuviana" finale di cosa si tratta): il bisogno, di cibo, di terreni utili (si sa che i suoli vulcanici sono in genere fertilissimi), di materiale da costruzione per nuove strade di basoli neri che finalmente liberano dalla schiavitù del fango (la "lava" appunto), di rocce per il piccolo artigianato e vigne per il vino (le famose "lagrime" vesuviane).Dove ci sono vulcani, poi, secondo la credenza popolare non ci sono terremoti - asserzione non giustificata e peraltro clamorosamente smentita nel 1980 dal sisma irpino - e, infine, c'è turismo e commercio. La parte iconografica si rivela così molto utile e rende familiari anche le raffigurazioni di zone sconosciute.Inoltre nell'appendice mostrare i luoghi del vulcano risulta una scelta appropriata e di grande effetto per calarsi in una realtà poco nota, magari solo letta o immaginata.
Non sfuggono all'autore i concetti modernamente intesi di rischio vulcanico e di previsione e prevenzione dei fenomeni eruttivi, inquadrati però nel loro sviluppo storico dalla nascita a oggi: si scoprirà che molte di quelle che sembrano novità erano già state affrontate e conosciute in un mondo ancora assennato e, almeno in questo, naturalmente equilibrato. Andate di fronte alla basilica di Santa Croce a Torre del Greco, se potete, e osservatene con attenzione il campanile che, contrariamente alla logica, è alto quanto la chiesa. L'eruzione del 1794 - che sommerse la città - alzò il livello del suolo e la chiesa (andata distrutta) fu ricostruita nelle sue proporzioni a partire dal nuovo livello, risultando alla fine alta come il campanile rimasto miracolosamente intatto. Insomma, non c'era bisogno di radere al suolo e coprire tutto di nuove costruzioni, si poteva - si può - cercare un rapporto più equilibrato con i fenomeni naturali che diventano catastrofici solo a causa della nostra proverbiale insipienza o malafede. Ma eravamo nel XVIII secolo, gli italiani (i napoletani) sembravano disporre di un dono particolare che gli permetteva di mettere in luce straordinari punti di vista dell'ambiente naturale e armonizzarli con quanto di nuovo andavano costruendo. Cosa sia accaduto in seguito per mandare perduto quel paese felice, per trasformare "il giardino di Europa" nella pattumiera del Mediterraneo riesce ancora difficile da capire.