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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: XXVIII-704 p.
  • EAN: 9788806184438
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    Cristina A.

    16/09/2017 17.03.14

    Le vicende della famiglia Uzeda, dei suoi fasti e della sua grettezza, non sono altro che il racconto di un’Italia che non sembra essere poi così lontana da quella attuale: le sue corse folli e cieche verso il progresso e il cambiamento che sembrano costantemente lasciare indietro chi dovrebbe esserne il fautore e allo stesso tempo colui che dovrebbe godere delle “cose nuove” che questo cambiamento dovrebbe portare con sé. Eppure come nota lo stesso Consalvo Uzeda, il personaggio più disincantato e per questo onesto fino alla disonestà e alla brutalità, ai Borboni possono essere succeduti i Savoia, all’ancien régime una monarchia costituzionale, ma le cose cambiano per non cambiare e coloro che erano al potere e godevano dei privilegi saranno sempre quelli al comando. Possono cambiare i nomi che si danno alle cose ma non coloro che ne muovono i fili. Una filosofia “gattopardiana”, quel cambiare tutto per non cambiare niente ormai passato alla storia e dovrebbe far riflettere come un’uguale filosofia si ritrovi in due romanzi di due scrittori siciliani, come se la Sicilia avesse potuto funzionare da cartina tornasole per la neonata nazione (ma forse anche per quella di 150 anni dopo) ma si è preferito ignorare, per nascondere le storture sotto un ricco tappeto, un po’ come si fa con la polvere quando si vuole far trovare agli ospiti (ospiti sabaudi in questo caso) tutto in perfetto ordine, però la polvere lì rimane e lì continua ad accumularsi… I Viceré non è certo romanzo in cui spicchino figure in cui riconoscersi o a cui voler rassomigliare, tutto il contrario, non c’è nessuno che meriti di essere salvato e chi lo meriterebbe è il primo ad essere brutalmente schiacciato dall'accalcarsi sgomitante di chi pensa solo “alla roba”, ad una discendenza dal sangue marcio da continuare a portare avanti, a vecchi privilegi da difendere anche a discapito di ogni affetto e legame di sangue.

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    Calogero

    16/09/2016 23.37.49

    I Vicerè costituisce una lettura quasi obbligata per chi voglia avere un quadro della situazione sociale siciliana avanti l'Unità e al tempo stesso una chiave di lettura del potere e della politica in generale. Sotto questi due profili quest'opera è stata ed è inevitabilmente accostata a "Il gattopardo", per ovvie ragioni; ma i due romanzi differiscono notevolmente su molti piani. Innanzitutto l'impianto delle due opere: I Viceré è ancora un romanzo ottocentesco, ossia policentrico, senza un unico protagonista (protagonista è infatti l'intera famiglia Uzeda coi suoi vari tipi e caratteri pur se accomunati da un'indole definita nella sua malsanità), mentre nel "Gattopardo" domina assolutamente la figura del principe Fabrizio, lucido nella sua consapevolezza del mutamento in corso ma decisamente personaggio novecentesco poichè in crisi esistenziale; ciò che non è Consalvo, il rampollo Uzeda che cavalca "positivisticamente" quello stesso mutamento. Bisogna leggere entrambi i lavori per apprezzare il primo ( I Viceré appunto), non a scapito dell'altro, ma per collocarlo nella giusta luce.

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    Roberto Gondoli

    17/01/2016 19.29.30

    I Viceré è un'opera meravigliosa, una vetta della letteratura italiana contemporanea; la caratterizzazione dei personaggi è degna di Tolstoj; la lucidità dell'analisi politica ci riporta a Voltaire. Molte generazioni di critici letterari, anche contemporanei, sono in debito con questo straordinario scrittore, che non conobbe fama in vita e fu scomodo evidentemente anche da morto.

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    Maurizio Ricci

    30/12/2013 15.35.09

    La mole da "libro-palla" ha la sua importanza: nel decidersi a prendere in mano questo voluminoso tomo, nell'apprestarsi ad una lettura inizialmente non proprio scorrevolissima, si capisce già che ci si dovrà dedicare molto tempo; da qui la comprensibile esigenza, per il lettore medio, che alla fine...ne sia valsa la pena! In questo caso, vi assicuro, ne vale certamente la pena.

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    faffa

    26/09/2012 11.57.45

    Un CAPOLAVORO della letteratura italiana che con maestria fonde le vicende storiche dell'Italia (e della Sicilia) pre e post unitaria e le vicende familiari della progenie dei Vicerè Uzeda di Francalanza che, caduti ormai i Borboni, devono trovare il modo di continuare a fare i loro interessi. E le parole del Duca d'Oragua a tal proposito sono dirette, immediate:"Ora che l'Italia è fatta, bisogna fare gli affari nostri". Un romanzo che, nonostante, la sua mole si legge con piacere, ci si riesce ad immedesimare nei pensieri "cerchiobbottisti" e nei gesti di ogni singolo personaggio che è delineato da De Roberto a tutto tondo a partire da colei che con la sua morte dà l'avvio al romanzo: Donna Teresa Uzeda di Francalanza il cui inusuale testamento dà il là all'autore per introdurre l'eccezionale e "coerente" personaggio di Don Blasco cui è affidata la presentazione dei membri della famiglia Uzeda che assisterà al suo tramonto con la morte del Principe Giacomo. Suo figlio Consalvo è figlio dei tempi che cambiano e il suo obiettivo non è più quello di mettere al mondo un erede maschio, ma è quello di ambire al seggio in Parlamento. Il rapporto tra il principe Giocomo e il figlio Consalvo è emblematico, tragico, doloroso ... ma padre e figlio in realtà non sono poi così tanto diversi: ognuno dei due, a seconda del periodo storico in cui ha vissuto, ha lavorato cerchiobottisticamente per imporre il proprio potere e per godere dei propri privilegi. Infatti, Consalvo, cui spetta la chiusura del romanzo, dice: "la storia è una monotona ripetizione", "le condizioni esteriori mutano", ma "il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento". Consalvo, nonostante la sua conveniente posizione politica a Sinistra, si sente un Uzeda, è un Uzeda proprio come il padre Giacomo e per lui "la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male ...", ma "...No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa".

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    marcostraz

    04/07/2012 09.36.01

    Era un libro che volevo leggere da tempo perchè ambientato nella mia città, e che la solita ottusità della scuola italiana che ormai ha i programmi prestampati e adottati passivamente anno dopo anno non ci ha fatto leggere...certo, leggere oggi un libro scritto quasi 120 anni fa è un pò pesante, la scrittura e il ritmo sono molto diversi...la storia è ampia, un interessante affresco dell'Italia che fu ma che a grande linee è ancora oggi (mentitrice, serva del potere, corrotta, litigiosa, voltabandiera in continuazione, opportunista)...

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    baghy

    22/11/2011 15.34.42

    Una sola parola per descrivere questo romanzo: capolavoro. Non riesco proprio a capire come mai questo libro, che combina in maniera mirabile una pagina importante della storia d'Italia con le vicende individuali dei membri dell famiglia Uzeda, non abbia ottenuto il successo che meritava. Si e' tanto parlato di Verga ma devo dire che De Roberto non e' assolutamente da meno. I profili psicologici dei vari personaggi sono stupendi, cosi' come lo e' la descrizione di vizi e debolezze di ciascun individuo. La descrizione delle malversazioni politiche poi non puo' che far riflettere, soprattutto se si guarda ai fatti di oggi. Assolutamente da leggere!

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    T

    11/10/2011 13.00.03

    De Roberto in questo folgorante romanzo riesce perfettamente a descrivere gli avvenimenti storici, sociali e culturali che colpirono la Sicilia dagli anni cinquanta dell'Ottocento fino ai decenni post-unitari. Lettura piacevole,talvolta commovente, che al termine della lettura farà sentire al lettore la mancanza della famiglia Uzeda Francalanza.

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    P.G.

    26/08/2011 09.30.12

    Inizio subito col dire che "I Viceré" è un capolavoro, incomprensibilmente sottovalutato, per non dire colpevolmente dimenticato. Le ragioni di questa che potremmo definire quasi un'ingiustizia "letteraria" sono diverse, ma cercare di individuarle vorrebbe dire scavare nel contesto storico del tempo, pesantemente condizionato dalle cause e dagli effetti politici della "questione romana" tra Stato e Chiesa. Mi limito soltanto a suggerire la lettura dell'opera di De Roberto, soprattutto a coloro che amano la letteratura "di sostanza", e rifuggono quella "di copertina: potrebbero fare un'esperienza coinvolgente, appassionante e per certi versi educativa.Concludo con un periodo del libro, secondo me illuminante: "Si sgolava come un ciarlatano per vendere la sua pomata". Visto e considerato che, come recita l'autore, "la nostra razza non è degenerata, ma è sempre la stessa", siamo sicuri che Consalvo Uzeda non sia ancora tra di noi?!

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    Olga

    31/08/2010 10.02.38

    Un vero capolavoro e come spesso accade non è universalmente riconosciuto; è un libro appassionanate, i personaggi crescono nel corso dell'opera e rivelano le loro mille sfaccettature catturando l'attenzione del lettore che si ritrova catapultato nella sicilia del risorgimento e dell'unità d'italia. Lo consiglio veramente a tutti!!!

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    frantic

    24/02/2010 19.03.59

    mi sono accostato a questo romanzo con molta curiosità, ma anche con la paura di trovarmi tra le mani un libro "polveroso", ostico, forse noioso. e invece è un capolavoro avvincentissimo. al di là di un'approfondita analisi letteraria (che chiunque saprebbe fare meglio di me), posso dire che è un libro che si legge tutto d'un fiato. superato l'ostacolo delle prime 50 pagine dove ho faticato un po' a ritrovarmi nella selva di nomi, parentele e titoli nobiliari (ma un elenco dei personaggi trovato su wikipedia può aiutare molto) ci si immerge in una saga familiare a tratti addirittura divertentissima. e i riferimenti a un certo modo di fare politica, a certo "gattopardismo" delle classi dirigenti (o forse di noi italiani in generale) ne fanno un romanzo terribilmente attuale.

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    angelo poggio

    11/12/2008 22.50.25

    Probabilmente la critica crociana ha bocciato l'anticlericalismo di questo romanzo permettendo la smisurata fortuna de I Promessi Sposi e la sua imposizione a livello scolastico. Sarebbe ora giunto il momento di rispolverare questo capolavoro e di proporlo in alternativa al testo manzoniano. Pochi sono i Romanzi italiani se per Romanzo si intende un'opera paragonabile alla produzione dei massimi scrittori europei ottocenteschi. La completezza de I Vicerè si deduce dai vari componenti che lo caratterizzano: corposità, storia, amore, conflitti generazionali, vastissima gamma di personaggi descritti con lucidità magistrale. Il tutto in un teatro affascinate quale poteva apparire la Sicilia di metà ottocento. Non devono spaventare le settecento pagine anche se a periodi scorrevoli si alternano spesso momenti di più intensa riflessione. Con molto acume De Roberto, nella parte iniziale dell'opera, usa un personaggio per presentare tutti gli altri: è infatti la voce di zio Blasco che ci introduce i vari componenti della nobile famiglia degli Uzeda.

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    Marghe

    29/07/2008 18.09.48

    I personaggi sono maschere grottesche,ciniche, spietate.L'ipocrisia,i giochi di potere, i vizi e le piccole manie restano ancora ancorati alla nostra sicilianità. Il linguaggio è scorrevole; il libro prende sin dalle prime pagine, con l'indimenticabile descrizione del fastoso funerale della principessa. Non scoraggiatevi se inizialmente De Roberto vi sbatte in faccia tremilamiliardi di personaggi: vi racconterà la loro storia a poco a poco, e sarà un piacere.

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    marioAdepat

    07/07/2008 12.25.38

    Eccezionale!!!!!!

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    agata

    28/01/2008 20.13.44

    Se avessi letto questo libro a 18 anni, quando me lo suggeriva la mia insegnante di lettere, probabilmente lo avrei cominciato e mai finito. Oggi l’ho divorato per curiosità, per divertimento e per aver conferma del fatto che l’uomo è sempre uguale a se stesso e che riscrive perennemente la stessa storia. La curiosità mi è stata instillata dal recente film attraverso il quale, però, non passa affatto il messaggio di De Roberto. Il divertimento nasce dalla cattiveria e dall’incoerenza più assoluta di quasi tutti i personaggi: sembra l’eterno gioco del bastian contrario! Infine, mirabile è la campagna elettorale di Consalvo e il modo con cui egli giustifica il suo operato alla zia Ferdinanda: ”[…] La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; […] Il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!... […] No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.” E’ sconcertante l’estrema attualità tematica del romanzo: sembra incredibile che sia stato scritto oltre 110 anni fa!!

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    fede

    19/11/2007 21.09.08

    Un capolavoro della letteratura italiana, assolutamente dariscoprire. De Roberto, quasi da veggente, ha impresso sulle pagine della opera maggiore, un cinico quanto realista ritratto della società italiana di allora e di oggi. Politica, religione e quant'altro non sono altri che mezzi per farsi i propri interessi, e quasi tutti i personaggi alla fin fine sono attaccati alla "roba", al potere, tanto da rinunciare ai propri valori pur di appropriarsene. Alcune pagine poi sono davvero esemplari,e la trama, solo all'apparenza complessa, si dipana agilmente, nonostante la lunghezza dell'opera. da segnalare la coincidenza tra la nascita dello stato italiano con il parto di Chiara, un abominio nel senso letterale del termine. Non van dimenticati nemmeno i quadri d'insieme, dalle esequie di Teresa alle fughe da Catania per sfuggire alla furia del colera. Un romanzo da leggere assolutamente per capire quanto noi Italiani nel bene e nel male nel corso di più di 150 anni di storia non siamo cambiati affatto

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    stefano

    06/09/2007 10.03.14

    un esempio di letteratura verista certamente più digeribile delle opere di verga. Probabilmente l'ottica anticlericale e la visione disincantata dell'Italia in formazione, hanno negato a quest'opera il posto che meritava e merita nel panorama della letteratura italiana. Da leggere in abbinata al gattopardo.

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    EMMANUELLA

    11/04/2007 13.38.57

    Bellissimo, avvincente, con personaggi incredibilmente veri oggi come ieri. Da una parte i potenti, che possono sempre tutto su tutti, e dall’altra parte i poveri che guardano con accettazione le sopraffazioni dei primi a volte incantati a volte con troppa arrendevolezza. Il ricco e il povero di ieri, di oggi e di domani, il tutto retto dalla sovrana ignoranza di sentimenti degli uni così come degli altri. In particolare, il profondo egoismo, l’autoaffermazione personale della maggior parte dei vicerè, così come la remissione, l’asservimento di alcuni personaggi, soprattutto femminili (come la principessina Teresina, la contessa Matilde, e forse alla stessa Chiara nei confronti del figlioccio), denotano la triste consapevolezza di non poter vivere senza il dolore della solitudine per inseguire la potenza e per mantenere l’apparenza di ciò che si ha.

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    Antonio Longo

    06/12/2006 16.34.46

    Si tratta di un romanzo fra i più belli della peraltro esigua tradizione narrativa italiana moderna... La trama è articolata e avvincente, quasi da romanzo russo, starei per dire. Quel che distingue De Roberto nel panorama della letteratura italiana dell'Ottocento è una visione assolutamente disincantata della società e delle relazioni interpersonali, che si snoda senza alcun cedimento a retorica o sentimentalismi di sorta. Una prosa scorrevole ma brulla e non priva di ironia dà il tono prevalente alla narrazione. La scarsa fortuna del romanzo è generalmente ascritta al giudizio assai sfavorevole pronunciato da Benedetto Croce, che, come è noto, ha esercitato a lungo un incontrastato imperio sulla cultura italiana. Nondimeno do più credito all'ipotesi che siano piuttosto il suo anticlericalismo e la sua ottica sociopolitica, scettica al punto da non risparmiare neanche l'istituto della famiglia, a destare diffidenza e repulsione, che solo adesso vanno diradandosi. Nel romanzo, letto in controluce, è possibile ravvisare una prospettiva programmaticamente antimanzoniana. In sostanza De Roberto mostra di non credere a Dio, Patria e Famiglia, dèi falsi e bugiardi di una certa retorica, impietosamente smentita e messa a nudo.

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    Antonio Longo

    05/12/2006 14.49.14

    Si tratta di un romanzo fra i più belli della peraltro esigua tradizione narrativa italiana moderna... La trama è articolata e avvincente, quasi da romanzo russo, starei per dire. Quel che distingue De Roberto nel panorama della letteratura italiana dell'Ottocento è una visione assolutamente disincantata della società e delle relazioni interpersonali, che si snoda senza alcun cedimento a retorica o sentimentalismi di sorta. Una prosa scorrevole ma brulla e non priva di ironia dà il tono prevalente alla narrazione. La scarsa fortuna del romanzo è generalmente ascritta al giudizio assai sfavorevole pronunciato da Benedetto Croce, che, come è noto, ha esercitato a lungo un incontrastato imperio sulla cultura italiana. Nondimeno do più credito all'ipotesi che siano piuttosto il suo anticlericalismo e la sua ottica sociopolitica, scettica al punto da non risparmiare neanche l'istituto della famiglia, a destare diffidenza e repulsione, che solo adesso vanno diradandosi. Nel romanzo, letto in controluce, è possibile ravvisare una prospettiva programmaticamente antimanzoniana.

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