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Daniela Steila

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2009
Pagine: 221 p. , Brossura
  • EAN: 9788815125903
In questo volume colto e molto piacevole da leggere, il tema della vita e della morte è trattato in una prospettiva storica. Dai filosofici presocratici agli autori contemporanei, Daniela Steila racconta contese filosofiche varie e diverse e apre la coppia di concetti a significati e interpretazioni anche lontani tra di loro, ritornando in particolare, come ci si può aspettare, su due famiglie di problemi filosofici, l'una metafisica e l'altra etica: da una parte il tema di che cosa sono la vita e la morte e dall'altra il loro significato, esistenziale e morale, per noi esseri umani.
Seguendo il filo della prima prospettiva, possiamo ricostruire contrasti ineludibili, come quelli tra le forme di vitalismo che spiegano la vita nei termini di un principio vitale, sia esso l'anima o un principio immanente, quelle meccaniciste, che svolgono il paragone con meccanismi strutturati (nel capitolo 2 il tema è svolto discutendo il dibattito da Descartes a Leibniz), le concezioni funzionaliste (a partire da Aristotele). Il modo in cui gli autori ottocenteschi e novecenteschi hanno sviluppato il tema vitalistico, da Schopenhauer, a Nietzsche a Bergson, assieme allo storicismo tedesco fino a Husserl (trattati nel capitolo 4), appare già spostato rispetto al dibattito metafisico. Nel racconto che ne fa l'autrice, il tema della vita è quello dell'imprendibilità e della profondità di una forza che, se da una parte ci costituisce, dall'altra appare sfuggire alla nostra presa intellettuale. Qui affiora in modo chiaro un tema, quello della profondità oscura dell'io, della mancanza di coincidenza tra le forme intellettuali e la sostanza umana, dell'opposizione tra vita e storia, che ha spinto in direzioni anche molto diverse e che è tuttora un motivo importante della riflessione filosofica.
Collegata alla prospettiva metafisica troviamo anche la questione dell'anima e della sua immortalità. Di nuovo, il lettore può mettere assieme risposte diverse che compongono un quadro ricco. Dalla cultura greca a Hume, a Feuerbach e a Ernst Bloch, si vede come il tema sia stato declinato in modi diversi, secondo la prospettiva della continuazione di una sostanza individuale oppure secondo l'immagine per cui l'unica sopravvivenza possibile è quella della memoria dei posteri, che nella cultura ottocentesca e nel suo seguito novecentesco ha preso la forma dell'identificazione con le sorti dell'umanità.
Menzionando questo tema ci siamo già avvicinati alle questioni più precisamente etiche, che riguardano da una parte il valore della vita, che l'autrice tratta discutendo l'opposizione tra sacralità e qualità della vita (nel capitolo 6) e che avrebbe potuto essere svolto forse in un quadro meno ristretto, ma soprattutto il tema della morte: dal problema classico del timore della morte e di come affrontarla con spirito filosofico, al significato costitutivo della morte stessa, voluta o subita, per la libertà umana, da Hegel sino alla riflessione esistenzialista, che ha messo al centro il significato della morte con strategie differenti che l'autrice descrive (nel capitolo 5) in modo chiaro e che includono Jaspers, Heidegger, Sartre. Questo percorso, che attraversa il libro, arricchisce la lettura dell'ultimo capitolo, che è l'unico dove il racconto storico segue un tema specifico, quello del suicidio. È un capitolo davvero bello dove vediamo il ritornare di famiglie di argomentazioni in culture e momenti storici così lontani: dall'idea che siamo proprietà degli dei (o di Dio), che ci ha messo a guardia della vita finché essi lo vorranno, all'idea che il suicidio sia lesivo degli interessi della comunità e dello stesso desiderio vitale che è in ciascuno, e che ritroviamo da Platone, a Tommaso, a Kant sino all'etica attuale dell'indisponibilità della vita. Mentre le idee che riconoscono nel suicidio un momento cruciale dove trova espressione la libertà umana, e ne vogliono dissolvere l'aspetto di empietà, hanno egualmente lungo corso, dagli stoici (Seneca in particolare), a Montaigne, a Hume e al ricco dibattito settecentesco (di cui l'autrice sviluppa in particolare l'ambito francese), fino ad alcune filosofie esistenzialiste e alla bioetica liberale attuale.
Come scrive Steila, "l'approccio storico che abbiamo seguito (…) può aiutarci a cogliere le trasformazioni subite da concetti che sarebbe ingenuo considerare 'naturali', dati una volta per tutte dalla condizione biologica e fisica dell'essere umano". Proprio il riproporsi nella cultura umana di concezioni diverse e opposte intorno al significato della morte e del suicidio (e che tornano oggi nelle discussioni sul testamento biologico e sulle scelte di fine vita) è una lezione che la storia della cultura dà a chi immagina di organizzare la società erigendo come legittima una sola di queste concezioni.
Piergiorgio Donatelli