Categorie

Zvi Kolitz

Curatore: P. Badde, E. Lévinas
Editore: Adelphi
Edizione: 8
Anno edizione: 1997
Pagine: 92 p. , Brossura
  • EAN: 9788845913037
Usato su Libraccio.it € 4,00


recensione di Cases, C., L'Indice 1998, n. 1

La scelta non si presenta per la prima volta. Mi ricordo della mia sgridata a Primo Levi quando vidi il film di Pontecorvo "Kapò" di cui aveva consentito a fare il consulente. Ero un seguace di Adorno e credevo che dopo Auschwitz non si potessero più scrivere poesie e meno che mai che si dovessero trasformare le esperienze del lager in quella che avevamo appreso a chiamare industria culturale. Da allora ci siamo lentamente abituati a quello che paventavamo e che ha assunto enormi proporzioni, sicché siamo diventati, se non più indulgenti, più rassegnati a trovare il buono se non in "Holocaust" per lo meno in "Schindler's List", il cui autore era un noto maestro di "effetti speciali" per il quale Eichmann era la stessa cosa di un tirannosauro. A poco a poco non ci ricordiamo più di vivere in una cybersfera in cui è impossibile distinguere reale e immaginario.
Oppure no, è possibile? Quando indussi gli amici dell'"Indice" a proclamare "Libro del mese" (1994, n. 4) l'eccellente racconto di Simhah Guterman sulla cacciata degli ebrei da Pl/ozk, ritrovato in bottiglie sigillate a Radom in Polonia e pubblicato da Einaudi con il titolo "Il racconto ritrovato", confesso che avevo qualche perplessità. Le circostanze del ritrovamento mi parevano troppo romanzesche (a Radom si doveva demolire una casa e fissate a una scala apparvero le bottiglie con centinaia di striscioline di carta scritte in yiddish, sicché non erano comprensibili neanche al figlio di Guterman che nel frattempo era andato in Israele). Ce n'era abbastanza perché qualche revisionista malvagio e scempio sospettasse una falsificazione. Invece il revisionista non si trovò e nessuno mise in dubbio l'autenticità del libro.
Qui abbiamo a che fare con un caso in qualche modo inverso. Yossi, "figlio di Dovid Rakover di Tarnopol, discepolo del rebbe di Ger e discendente dei giusti, dotti e santi delle famiglie Rakover e Meisls" non è mai esistito, è un prodotto della fantasia di Zwi Kolitz, ebreo lituano che per sua fortuna era partito dalla cittadina di Alytus per Israele insieme a quasi tutta la sua famiglia poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Gli ebrei lituani, i "litvak", hanno avuto uno strano destino: vissuti per settecento anni accanto agli autoctoni senza la minima frizione, preservati dall'irrigidimento teologico dal grande rabbino illuminista, il "gaon* di Vilna, furono massacrati da un improvviso risveglio di antisemitismo prima ancora che arrivassero i carnefici delle SS (un processo che non è stato ancora ben spiegato nel suo meccanismo psicologico). Ma quando questo accadde Kolitz era al sicuro in Palestina (come allora si diceva) a Gerusalemme, apparteneva al movimento sionista di destra di Jabotinskij (che ebbe rapporti anche con Mussolini), poi appartenne al gruppo terroristico Irgun come agente segreto e a un certo momento fu spedito a Buenos Aires. Qui ebbe le prime notizie sicure sullo sterminio degli ebrei e scrisse il falso testamento di Yossi Rakover, supposto resistente del ghetto di Varsavia.
In che lingua lo scrisse? Probabilmente in yiddish (lingua in cui è riportato il titolo originario) perché apparve la prima volta nella "Jiddische Zeitung" di Buenos Aires. Ma poi fu tradotto in varie lingue, anche senza il nome dell'autore, fino all'edizione tedesca su cui sembra esemplata questa italiana a cura di Paul Badde. Costui, innamoratosi del testo, non ha avuto pace finché non ne ha ricostruito tutta la storia e non si è trovato di fronte all'autore, Zwi Kolitz, in carne e ossa. Il quale non aveva mai rinnegato la paternità dell'operetta, lasciando che raggiungesse da sola la gloria dell'anonimato. In tale veste l'aveva conosciuta un filosofo famoso, Emmanuel Lévinas, che ci ha scritto sopra un saggio riportato in appendice in versione italiana. Lévinas era troppo intelligente per non capire che si trattava di una "finzione letteraria", ma proprio questa finzione gli serviva per fare di Yossi Rakover il rappresentante di tutte le vittime ebraiche. Poiché, dice Lévinas, che cosa significa questa sofferenza degli innocenti? "Non testimonia forse di un mondo senza Dio...? La reazione più semplice, la più comune sarebbe una scelta di ateismo. E sarebbe anche la più giusta per tutti coloro ai quali un dio un po' elementare ha finora distribuito premi, inflitto sanzioni o perdonato errori". Il dio che affanna e suscita, che atterra e che consola, sarebbe dunque un dio "un po' elementare", da lasciare ai cristiani o agli ebrei cristianeggianti come Simone Weil, per cui Lévinas sembra nutrire una particolare avversione. Il vero Iddio è quello che torce il volto dall'uomo e lo lascia alla sua follia omicida. E il vero popolo eletto è quello che si compiace di essere massacrato, poiché i giusti sono sempre vittime.
Si coglie qui la vera ragione del successo di Yossi Rakover. Egli è l'incarnazione di quel masochismo ebraico che accetta la persecuzione come un destino naturale o addirittura voluto da Dio. All'orizzonte si profila la figura di Giobbe, sennonché Giobbe è un uomo singolo, non è una parte del genocidio. È questo che va rifiutato in blocco, così come lo rifiutava il sionista ateo Simhah Guterman o anche il terrorista religioso Zwi Kolitz. O come Primo Levi dichiarava che se fosse stato Dio avrebbe sputato a terra la preghiera di quell'ebreo che lo ringraziava perché non era stato selezionato per la morte. Ci vuole l'improntitudine di un filosofo come Lévinas o come Hans Jonas, autore della teoria per cui Dio sta evolvendo e presto sarà maturato abbastanza per essere buono, o ci vuole la parabola raccontata a Yossi Rakover dal suo "rebbe" dell'ebreo che fuggendo dalla Santa Inquisizione capita su un'isola deserta dove perde la moglie e il figlio e leva i pugni contro il Signore spiegandogli che può continuare a perseguitarlo finché vuole perché tanto lui non l'abbandonerà mai: ci vuole un atteggiamento di questo genere per confondere le piaghe di Giobbe con l'acido prussico e immaginare che Dio si diverta ogni tanto a far fuori il suo popolo con la tecnologia e la burocrazia. Eppure l'abitudine alla persecuzione è talmente inveterata che queste assurdità sono possibili e corrodono le migliori teste filosofiche. Se le cose stanno così, non si capisce perché i cristiani si diano tanto da fare per farsi perdonare i loro misfatti contro gli ebrei. Se la sono voluta loro, e non perché abbiano ammazzato Gesù, ma perché sono sempre pronti a espiare i delitti altrui.
Quanto a Zwi Kolitz, dopo aver lanciato nel mondo il messaggio del masochismo ebraico, sembra che stia benissimo a Long Island con la seconda moglie Mathilde. Ha vissuto molte vite "nei ruoli più diversi: come giornalista, scrittore, propagandista, oratore, regista cinematografico, uomo d'affari, agente segreto, produttore, insegnante, docente universitario e come geniale "fundraisender" per la causa d'Israele". Ha girato non so quanti film e scritto non so quanti libri, "tutti esauriti". A casa sua, su un cassettone c'è una foto "in una cornice d'argento che lo ritrae in Messico nei primi anni Cinquanta, vestito con un completo di lino bianco alla maniera di Carlos Gardel, il re del tango dalla leggendaria eleganza: un giovanotto sfacciatamente bello, l'aria da uomo di mondo, o da avventuriero". Così il Badde nella sua postfazione, lunga cinquanta pagine contro le neanche quindici del testo che introduce (e che stava tutto in una pagina di giornale), sia perché bisogna raggiungere un numero di pagine sufficienti per fare un libro, sia perché Kolitz è già tanto leggendario quanto il re del tango mentre Badde senza la lunga storia di come l'ha scoperto sarebbe un Carneade qualsiasi. Non a torto egli conclude, parlando di Kolitz e di sua moglie: "Considero la loro amicizia un dono del cielo". La casa editrice Adelphi è stata accusata di antisemitismo per aver pubblicato un famoso libretto di Léon Bloy. Come la mettiamo con questo che apparentemente non è antisemita, ma in realtà è peggio di Bloy? L'unico modo di redimersi è di pubblicare tutte le altre opere di Zwi Kolitz, sceneggiature comprese. Il "tutto esaurito" è assicurato.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Amarilli73

    13/09/2012 12.12.55

    Libriccino di portata devastante: l'ho tenuto per mesi sul comodino per poter affrontare gradualmente la durezza (e la sofferenza) intrisa in queste poche pagine. Varsavia, 28 aprile 1943: mentre i nazisti stanno per abbattere le ultime resistenze nel Ghetto, Yossl, ultimo sopravvissuto ad una moglie e sei bambini, attende la morte e richiama l'attenzione di Dio. Perché l'Unico, in quei giorni di tenebra, sembra davvero essersi allontanato, sembra davvero averlo abbandonato, e Yossl lo richiama all'ordine. Ma quando Yossl alza lo sguardo, tra la polvere e le macerie, non è più solo Yossl, siamo noi, messi di fronte alle Domande che abbiamo paura di porci. Prima o poi capita, quando si cresce: quando scompare il Dio dell'infanzia e della consolazione, arriva il momento dei dubbi e dell'angoscia, dell'essere in bilico sullo strapiombo. E tutto diventa ancora più difficile, se per qualche motivo durante la vita cala quel terribile silenzio, quando si ha la sensazione (come per Yossl) che Dio si ritiri dal mondo e nasconda il volto. E si può, come tenta Yossl, sotto un cielo vuoto, cercare ancora un mondo sensato e buono? Non c'è commiserazione in Yossl, non c'è rimpianto, non c'è delusione?ma piuttosto orgoglio, fierezza, fede per un Dio a cui si parla a tu per tu, un Dio che deve spiegazioni e forse (anche se sembra un'ignomia) rendere conto (Lui) di ciò che un tempo ha promesso. E' un discorso pacato ma rabbioso, che potrebbe essere il discorso di tutti. Perché per Yossl la paura dell'Abbandono e del Nulla è un percorso obbligato, da cui non si può sfuggire. Sulla strada che porta al Dio unico, c'è una stazione senza Dio. Una stazione in cui il viaggio rallenta e il viaggiatore deve decidere.

  • User Icon

    Riccardo

    14/10/2010 16.45.30

    “Il testo appartiene al fior fiore della letteratura mondiale” Queste le parole di commento di Yitzhak Katzenelson. Il libro di Yossl Rakover è, se vogliamo essere precisi, un falso. Fu infatti scritto da Zvi Kolitz e fatto passare per una sorta di testamento di un combattente del ghetto di Varsavia. Ma come disse Emmanuel Levinas: “Bello e vero. Vero come soltanto la finzione può esserlo”. D’altro canto, come sostenne lo stesso Levinas, che ne sappiamo del ‘Libro di Giobbe’? Quello che conta non è chi scrive, ma chi legge. Scrivere un libro non serve a niente se il libro scritto non rifà la gente, asseriva un vecchio adagio. Il libro in questione è stato scritto per suscitare in chi legge delle emozioni forti, ma soprattutto per fargli porre delle domande profonde. Insomma per rifare la gente. Alla fine potrebbe essere quasi un libro di teologia. Certo, non di quei trattati tediosi e filosoficamente profondissimi che abbondano nelle biblioteche cristiane, ma un libretto che ha in se tutti gli elementi per farci considerare o ri – considerare in una diversa prospettiva la presenza di D-o nella storia. L’autore si rivolge all’Altissimo, non come ad un essere talmente superiore verso cui non è possibile altra forma di pensiero se non la totale sottomissione, ma quasi ad un suo pari. Atteggiamento tipicamente ebraico d’altronde. Alla fine il lettore si pone una domanda banale, ma tremenda: “A che serve all’uomo un D-o onnipotente, se non si interessa di lui?”

Scrivi una recensione