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Martin Gayford

Traduttore: C. Spinoglio
Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2012
Pagine: 248 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806213459
Da quando, alle soglie del XIX secolo, Pierre-Henri de Valenciennes dettò agli aspiranti artisti le norme da seguire durante il lavoro en plein air, la pittura di paesaggio ha rapidamente valicato i limiti che l'avevano relegata fino ad allora a genere secondario, di minor prestigio rispetto alla pittura di storia o religiosa. Constable, Corot, Turner, e dopo di loro gli impressionisti, attraverso un diretto e innovativo confronto con la natura impressero una svolta radicale alla ricerca artistica, preparando la strada alle rivoluzioni del Novecento. Nel far questo, seppero approfittare appieno di strumenti e materiali da poco introdotti sul mercato, primi fra tutti pigmenti e supporti di produzione industriale. Questa capacità di adattarsi alle novità del mercato e della tecnologia costituisce ancor oggi una prerogativa del pittore di paesaggio. È quanto emerge dalla raccolta di conversazioni con David Hockney che Martin Gayford, giornalista non nuovo a studi di carattere artistico, ha recentemente pubblicato. Così come all'inizio dell'Ottocento Turner aveva sperimentato il verde di Scheele o il giallo di cromo, pigmenti di recentissima introduzione che offrivano effetti cromatici più efficaci, l'inglese David Hockney, classe 1937, uno dei campioni della figurazione Pop, ha da qualche tempo adottato con entusiasmo iPhone e iPad per disegnare e dipingere, riconoscendo questi dispositivi come strumenti eccezionalmente versatili. La scelta di fissare per mezzo dell'iPad un'alba nello Yorkshire (dove l'artista da molti anni lavora, in pressoché totale isolamento), l'ampio distendersi di una vallata o la pioggia battente su un lungomare illuminato da lampioni non può tuttavia essere interpretata come brusca rottura di abitudini consolidate, quanto piuttosto come coerente esito di un lungo percorso di sperimentazione, di manipolazione del dato naturale, che in Hockney è in atto almeno dall'inizio degli anni ottanta. Come emerge dal fitto e avvincente succedersi di dichiarazioni, ricordi e confronti con Martin Gayford, la pittura touchscreen ha sciolto oggi un problema che da lungo tempo è al cuore del lavoro di David Hockney: la possibilità di registrare la trasparenza delle forme in natura, di tradurre in maniera eccezionalmente vivida e brillante il mondo che ci circonda. "Si tratta davvero di uno strumento nuovo, ‒ ammette l'artista inglese ‒ manca la resistenza della carta, ma si può ottenere un flusso magnifico. (…) Con l'iPad si può applicare un blu molto brillante sopra un giallo intenso. Ma bisogna ragionare in termini di strati, come si fa con le litografie, con gli acquerelli e le stampe". La decennale esperienza di pittura en plein air che ha spinto Hockney a realizzare paesaggi giganteschi come Bigger Trees Near Warter (esposto nel 2007 alla Royal Academy of Arts) finisce così per approdare, attraverso questa aggiornata versione del taccuino portatile, a una ricerca totalmente nuova, incentrata sulla sintesi del tratto e sulle possibilità di espandere linee e forme nello spazio, ben oltre l'iniziale registrazione dell'occhio: "L'iPad è come un foglio di carta infinito. È possibile cambiare le dimensioni in qualsiasi momento. (…) Ho guardato i miei lavori ingranditi su un grande schermo e mi hanno davvero sorpreso perché non ho riscontrato perdite di colore; invece che con il dito, sembrano disegnati con tutto il braccio. (…) Tutto ciò avrà un'influenza sul mio modo di dipingere, poiché cercherò di ottenere un risultato con il minor numero possibile di segni". Mattia Patti