A un cerbiatto somiglia il mio amore

David Grossman

Traduttore: A. Shomroni
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 7 ottobre 2008
Pagine: 781 p., Rilegato
  • EAN: 9788804582823
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Descrizione
Israele, guerra dei sei giorni. Avram, Orah e Ilan, sedicenni, sono ricoverati nel reparto di isolamento di un piccolo ospedale di Gerusalemme. Il conflitto infuria e nelle lunghe e buie ore del coprifuoco i tre ragazzi si uniscono in un'amicizia che si trasformerà, molto tempo dopo, nell'amore e nel matrimonio tra Orah e Ilan. Dopo trentasei anni da quel primo incontro, Orah è una donna separata, madre di due figli, Adam e Ofer. Quest'ultimo, che sta svolgendo il servizio di leva, accetta di partecipare a un'incursione in Cisgiordania nonostante siano ormai i suoi ultimi giorni di ferma. Orah, che aveva progettato una gita a piedi con il figlio per festeggiare la fine del servizio militare, decide di partire lo stesso. Non riesce infatti a vincere un oscuro presentimento che si agita dentro di lei, e d'altra parte non resiste all'idea di trascorrere altre notti con l'incubo di essere svegliata nel cuore della notte, come da protocollo dell'esercito israeliano, e ricevere la notizia di una disgrazia.

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Recensioni dei clienti

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    Marta Tempra

    05/09/2014 21:29:52

    E' primo libro di Grossman che leggo, e la sua maestria è innegabile: le 780 pagine (1145 nella versione "piccola" mondadori) le ho lette in 8 giorni di vacanza al mare, in cui sono stata praticamente assorbita. Il finale è spiazzate, anche se la pagina finale dell'autore ti porta a rivedere tutto sotto nuova luce e struggerti immensamente. Tuttavia, resta sottile la domanda: per ottenere questo effetto, non poteva interrompersi, che so, a 300 pagine? Non perché non siano godibili, ma perché aumentano l'aspettativa di un finale col botto che, lasciatemelo dire, non c'è. In ogni caso, mi sono innamorata del suo stile e cercherò altro di suo.

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    MariaC

    06/04/2014 11:45:24

    Un libro la cui lettura ho interrotto più volte perché indubbiamente difficile; sia sotto il profilo del tema trattato - la paura di una madre di perdere il figlio - sia per lo stile dell'autore, a dir poco impegnativo. Ma è una lettura che ti cattura perché in essa vi è tutto: la vita, la morte, l'amore, la guerra. Il viaggio compiuto dai protagonisti è la metafora della storia di un paese che l'autore invita a fermarsi e riflettere. Il messaggio di Grossman si può condensare nel pensiero di Orah che maledice "dal profondo del cuore quella guerra infinita che ancora una volta riesce a penetrarle nell'anima". Intenso

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    Gian Mario

    28/02/2013 23:18:31

    Un libro difficile, intenso, quintessenza della vita familiare; una storia cruda e reale, ma raccontata con poesia, a volte sublime.Ho impiegato due mesi per leggerlo, è stata dura, in qualche passaggio mi sono un pò perso, ma poi ho ritrovato il filo, e ho voluto terminarlo per il rispetto dovuto a David Grossman.

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    francesco rossi

    10/02/2013 15:57:22

    Dove colloco quest'emozione, questa nostalgia di te? Ricordi che mi franano addosso come terra di una collina privata di radici, fitta pioggia a devastare l'anima arsa dal sole. Ho perso l'orientamento, smarrito il sentiero segnato. Questo è l'effetto che produce Grossman. Ti rimette in contatto, ricollega, annoda, la vita e la morte, l'amore e il dolore. Smarrisce e conforta, consola e dispera.

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    Mario

    28/01/2013 12:48:18

    Il libro trasuda sofferenza, umanità e dolore ed è minuzioso nel raccontare anche le minime sensazioni provate dai protagonisti nella loro vita. Di sicuro non è una lettura semplice, anzi la definirei piuttosto impegnativa tanto che il volume va letto "a piccole dosi". Infatti, pur essendo davanti a un esempio pregiato di letteratura con la L maiuscola, un po' più di sintesi da parte dell'autore non avrebbe guastato.

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    Irene

    22/04/2012 10:47:27

    Secondo me IL romanzo per eccellenza. Certo, per affrontarlo è necessaria una sensibilità che non tutti hanno...

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    Vani

    20/12/2011 13:13:07

    Ormai amo Grossman, sono innamorata di lui. Questo è il terzo suo libro che leggo, con un crescendo di ammirazione e stima. Mi riconfermo che in un libro cerco sopra ogni cosa l'Uomo e in Grossman lo trovo. Cerco anche raffinatezza, stile, ricerca formale, e in Grossman trovo anche queste peculiarità. Leggendo un libro, non indugio quasi mai sulla trama ma in questo caso una buona metà delle quasi 800 pagine del libro (per inciso, tutte necessarie!) mi ha tenuto con il fiato sospeso, fino al finale per me quasi roboante. E' stato così anche in Che tu sia per me il coltello e Qualcuno con cui correre: verso la fine, anche in quei romanzi, un crescendo di intensità, suspence e speranza che la tragedia sia solo sfiorata. Grossman pare abbia una forma di "rispetto" per la sensibilità del suo lettore, gli vuole risparmiare il dolore lancinante che lui stesso ha vissuto, quel dolore di cui il libro è intriso ma che verso la fine, almeno per noi, si trasforma in speranza. L'autore tiene per sè la sua disperazione, che lo ha portato a vivere dentro alla sua creatura-libro come nell'unico luogo per lui possibile. Cosa potrò mai leggere da questa sera di anche lontanamente paragonabile?

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    Fr

    05/04/2010 10:34:11

    dissento da molte recensioni che mi hanno preceduto. ogni pagina è un tassello indispensabile per la storia, che sembra narrare la fuga dalla morte, quando in realtà è il resoconto della nascita di una persona nel cuore di suo padre... un romanzo davvero e intenso, una lettura "tosta" che alla fine ti lascia col fiato sospeso e ti ritrovi a chiederti, dopo 780 pagine: ma come, è già finito?... Ofer non è morto..Ofer è nato nuovamente

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    Maura

    05/03/2010 15:23:22

    Sono assolutamente daccordo con Erika commento del 22.10.2009. Libro veramente tosto......salti volenteiri decine di pagine, in particolar modo alla fine perche' davvero ti senti soffocare non ne puoi piu'!!!! Peccato l'inizio presagiva un qualcosa di veramenre diverso da cio' che poi si e' rivelato. Ma lla fine OFER E' MORTO OPPURE NO???????!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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    giancarlo de santis

    23/11/2009 22:29:07

    Duro! Bello! Doloroso! Prolisso! Un viaggio attraverso la Galilea e nell'anima di una madre...una storia d' "AMORE"....da leggere senza fretta....

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    ERIKA

    22/10/2009 11:04:12

    Un libro impegnativo, lodevole nell'intento e scritto in un contesto sicuramente difficile da parte dell'autore...ma sinceramente che fatica a finirlo....ci sono dei tratti emozionanti e altri in cui viene voglia di saltare a piè pari una decina di pagine... e poi alla fine, quando ti aspetti di sapere come va a finire Ofer... non ci capisci proprio nulla, puoi solo intuirlo... in sostanza non credo lo rileggerei.

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    claudia

    30/09/2009 11:24:28

    Un libro enciclopedico, dolente, che racconta la vita, l'amore, il dolore, la guerra, la violenza disumana, la speranza, la perdizione, la morte e la rinascita.Un libro che scandaglia tutte le più intime ra/egioni dell'anima e che senza pudori s’immerge nel profondo mistero che è l'essere umano per vivisezionarne ogni emozione, ogni palpito di vita.Ed è questa l'incommensurabile grandezza del libro:la scelta coraggiosa e ostinata di raccontare la vita,in ogni sua piega,in ogni sfumatura,senza remore, senza compromessi e reticenze.Il libro è una coraggiosa e piena immersione nei recessi della nostra anima, nelle pieghe più nascoste e talvolta dolorose del nostro essere. Si entra senza rete e protezione nell'animo dei protagonisti, nella ferita aperta del loro dolore e si partecipa ad ogni sussulto del loro cuore e ad ogni fremito di emozione.Anche a quelli impronunciabili e irriferibili, perché anche di questa materia è fatta la nostra vita. Ci si ritrova, così, sprofondati nelle pieghe della loro anima, invischiati nel magma della loro vita e del dolore che li ha segnati in modo indelebile. A libro chiuso ci assale, irrefrenabile, la nostalgia per una storia che non abbiamo vissuto ma che avrebbe potuto essere la nostra perché ormai ci appartiene. Mai, probabilmente, lo sguardo di un uomo si era spinto tanto in profondità a indagare la maternità, colta ben al di là degli stereotipi sociali e dei ruoli predefiniti, nel suo incessante farsi e nel carico di solitudine che spesso la donna si porta addosso.Un libro intriso di nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e invece non è stato, per le occasioni mancate, per gli amori perduti, per gli affetti negatiTutto nel libro, infatti, conduce a una riflessione amara, eppure necessaria:possono le parole reinventare un'esistenza,può il racconto sviare il destino, ingannare la morte?Dinanzi a questo interrogativo Grossman rimane muto rifuggendo da soluzioni consolatorie,lasciando al lettore,il bagaglio di un'esperienza che èun viaggio diretto al cuore dell'uomo.

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    Francesca Meneghetti

    13/09/2009 09:58:43

    Il libro, pur impegnativo nella lettura, rivela sorprese molte tematiche e stilistiche, mentre la conclusione aperta evita lo strazio di narrare, e leggere, un dolore come quello per la perdita di un figlio. Orah, separata, madre di Ofer, crede che un trekking a partire dalla Galilea, rendendola irreperibile, potrà evitare, magicamente, la morte del figlio al fronte. Sa che questo non potrà salvarlo davvero, ed intuisce di proteggere piuttosto se stessa, però non si sottrae a questo impulso alla fuga. Nel suo vagabondare, Ora non è sola: la accompagna Avram, un amico di infanzia, conosciuto in isolamento nel corso di una grave malattia. Così si viaggia anche nel tempo e si aprono scorci inediti (anche sulla relazione tra i due e il terzo amico, il marito separato, che ricorda a tratti il film “Jules e Jim” di F. Truffaut). Gli sviluppi sono a volte sorprendenti e così scrittore riesce a trattenere il lettore, a volte scoraggiato in certi passaggi prolissi e quasi indotto a mollare. La ricomposizione del passato non è lineare. Essa risulta dal mosaico di intarsi retrospettivi sparsi, dal sovrapporsi di diversi punti di vista narranti: quello dei protagonisti, e quello di un narratore che non rinuncia all’onniscienza della vecchia tradizione, ma la ridimensiona, e la rinnova, mettendola in relazione con altre prospettive. Colpisce ancora una volta la profondità con cui gli scrittori israeliani raccontano e vivono i sentimenti. L’amore in particolare – inteso nelle diverse accezioni– è il vero protagonista del libro. Sorge il sospetto che la tragica vicenda di Israele, che ha coinvolto anche i cittadini dissidenti, abbia creato un tale clima di insicurezza e di vertigine del vuoto da rendere le persone molto più consapevoli dell’importanza dei loro affetti privati, che in altre realtà sono i presi con maggior superficialità. Così come della labilità del confine tra vita e morte, come suggerisce la frase conclusiva del libro.

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    Stefi

    13/07/2009 16:17:18

    Personalmente avevo troppe aspettative, dati i precedenti dello scrittore, e sono andate deluse. La storia è quella di una vera e propria ossessione a tre. Sentimenti morbosi che ottundono la razionalità e che nemmeno la separazione spegne, ma fomenta. Le identità si perdono e si mescolano in un intreccio che definirei malato: non sembra esserci confine tra la vita psichica e fisica dei tre protagonisti, che si rivelano un'idra a tre teste. Il libro lascia una sensazione di claustrofobia.

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    Elisa

    10/07/2009 16:40:13

    Letto, ma... che mattone allucinante! Ho trovato la narrazione pesante e confusa, si passa dalla prima alla terza persona e dal botta - e - risposta a lunghi racconti. Non mi ha convinta del tutto. La storia è molto bella ma scritta in modo davvero pessimo. Dopo romanzi davvero splendidi, Grossman mi ha delusa.

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    Gabrio

    30/06/2009 09:10:39

    Ho letto dapprima le note finali dell'autore e sono la parte più emozionante di queste quasi 800 pagine. E' forse il libro più noioso che sia riuscito a leggere. Ho tenuto duro, mi ci sono voluti 3 mesi. Lacrime e sangue. Non tanto per la storia, che infine era giunta perfino ad irritarmi. Ho tenuto duro per vedere come andava a finire. E' finito come tutto il resto del libro. Un enorme, grandissimo, immenso PUNTO DI DOMANDA.

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    monica

    25/05/2009 11:04:43

    Non si puù negare un voto alto a questo romanzo. La prosa risulta infatti eccellente così come si avverte la passione ed il sentimento con il quale è stato scritto. C'è un però: più che impegnativo a livello concettuale lo è perchè le pagine sembrano essere molte di più delle 780 reali. E' un libro che ho rischiato di "abbandonare" , l'ho letto lentissimamente e certe volte le pagine sebravano fardelli. La storia, l'affezione ai personaggi e la voglia di scoprire ancora qualcosa sui persieri - a volte contorti - di Orah mi hanno spinto a finirlo. Quello che mi è piaciuto di più di questo libro è l'amore assoluto di Avram per Orah, è un amore che va oltre l'aspetto fisico ma non nel senso che non viene considerato, nel senso che viene esaltato dall'amore stesso; un amore che va oltre i difetti caratteriali nel senso che li accoglie; ecco la parola che mi sembra più adatta per questo sentimento è "accogliente".Non sono affatto pentita di aver proseguito la lettura nonostante qualche pausa di noia, ne è valsa la pena. Non è un romanzo avvincente ma uno al quale ti devi dedicare perciò ci vuole il momento giusto.

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    Valter

    17/05/2009 11:16:05

    Un libro non difficile, ma impegnativo. Le passioni, positive e negative, sono messe a nudo e raccontate efficacemente. Si ha l'impressione di provare le stesse sensazioni dei protagonisti e di rivivere con loro passioni e drammi.

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    Gaetano

    21/04/2009 16:39:50

    Il libro è enorme. Molto più delle 780 pagine stampate. All'inizio lentissimo, stancante. Ma poi comincia il sentiero e allora, iniziata la salita viene fuori la grandezza di Grossman.Straordinarie le figure di Sami e Akiva.

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    linda

    09/04/2009 09:12:09

    L’impressione che si ha leggendo questo libro è simile a quando ci si imbatte in certi film, continui flash back che stimolano la concentrazione in questo caso per la lettura, a mi o avviso non eccessivamente difficoltosa. Sono tuttavia del parere che in generale scrivere così tante pagine sia un’impresa ardua, la maggior parte dello svolgersi della vicenda è un continuo perdersi da parte della protagonista in frammenti di ricordi dell’infanzia dei due figli con lo scopo di far recuperare il passato perduto all’amico, che delude così l’aspettativa del lettore di imbattersi in un lungo romanzo ricco di intrecci. Punti interessanti sono stati per lo più vicende catastrofiche della guerra, il povero Avram vittima di un conflitto vissuto sul fronte in prima persona e di torture subite che gli porteranno per tutta la vita indelebili cicatrici fisiche e psicologiche, l’impotenza e il senso di colpa di Ilan di fronte alla cattura dell’amico. Il rimuginare sulle comprensibili paure di Orah per lo stesso destino del figlio Ofer con la scelta di arruolarsi e i suoi numerosi racconti su ritagli del passato ha reso a mio avviso la lettura poco scorrevole, pur apprezzando il complesso contesto storico-politico affrontato e vissuto anche nella realtà dall’ autore.

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"Migliaia di attimi, di ore, di giorni, milioni di azioni, un'infinità di gesti, di tentativi, di sbagli, di parole e di pensieri. E tutto per fare un unico uomo al mondo (…) Un unico uomo che è così facile distruggere. 'Scrivilo'. E lui scrisse".
Le molteplici trame di questo romanzo sono intrecciate a partire dall'idea antica che l'esercizio della narrazione possa tenere in vita un uomo in pericolo di vita. Nel contesto israeliano si tratta di Ofer, un soldato che partecipa a un'operazione militare proprio sul filo del congedo definitivo dall'esercito. La madre di Ofer, Orah, è la Sherazade di questo lungo racconto che ha trovato una tragica eco nel post scriptum di Grossman. Qui l'autore spiega come era stato suo desiderio che questo libro proteggesse il figlio minore Uri, allora soldato di leva, poi invece ucciso nelle ultime ore della seconda guerra del Libano. Per quanto la maggior parte del testo fosse già stata scritta prima di questo tragico evento, non si riesce a sfuggire all'impressione di partecipare – anche se attraverso la mediazione della pagina scritta – a un dramma che è doppiamente crudele: da un lato, una minuziosa narrazione letteraria è tragicamente straripata nella realtà; dall'altro, le poche, sobrie parole con cui la realtà viene descritta la sospingono indietro verso la narrazione. Se Uri è infatti scomparso, di Ofer rimane un ritratto ricco e dettagliato che lo terrà eternamente in vita: non sapremo mai se il nostro protagonista tornerà dalla sua missione. La vicenda di Ofer occupa un posto centrale nell'economia del libro; essa rappresenta tuttavia un modo per avvicinarsi alle questioni che più premono al suo autore, in che modo la famiglia sia una cassa di risonanza della storia di Israele e come l'intimità di una famiglia venga violata dalla violenza e dalla brutalità che la guerra irradia.
Orah, Ilan e Avram – i tre adulti di questa storia – si sono incontrati da adolescenti nel corso di una guerra, la guerra dei Sei Giorni (1967). Ricoverati in ospedale in isolamento nella più assoluta oscurità, in quel contesto crepuscolare i tre si innamorano rimanendo legati per tutta la vita in un triangolo di amore e di amicizia. Durante quell'incontro giovanile sarà Avram a dare luce al loro rapporto e a tenerli uniti. Ma quando lo ritroveremo da adulto, la scintilla creatrice di Avram è ormai spenta, soffocata da un'altra guerra, la guerra del Kippur (1973), in cui Avram viene preso prigioniero e torturato a lungo, e a seguito della quale vorrà cessare di vivere. Simbolo (quasi) vivente di quello che potrebbe accadere alla società israeliana, Avram sembra impersonare l'invito urgente che Grossman ha già rivolto al proprio paese: "Fermatevi un momento, guardate l'orlo del baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato" (Con gli occhi del nemico, Mondadori, 2007). Anche i due figli di Orah – Adam e Ofer – sono avvolti dalla guerra: cinque soli giorni hanno separato la fine della leva di uno dall'arruolamento dell'altro ed entrambi hanno prestato servizio nei Territori occupati, "sorbendosi tutte le porcherie dell'occupazione".
Chi ha tenuto unita per lungo tempo questa famiglia allargata e ormai disfatta è Orah, madre dei due ragazzi e moglie due volte abbandonata di Ilan. Orah è una donna che fugge (così come recita il titolo del romanzo in ebraico) con un Avram sconfitto nel corpo e nell'anima, sopraffatto dal trauma della propria prigionia. Insieme percorrono a piedi una parte di un sentiero che si snoda per tutto il paese, a partire dal nord "dove finisce Israele", da quella Galilea dove ebbe invece inizio la storia del sionismo ai primi del Novecento e che, per loro, sarebbe stato "l'inizio di una vera e completa guarigione". È un sentiero immerso in una natura bella e generosa che solo apparentemente è apolitica. Da un lato l'eternità di fiumi e monti rivela quanto sia vacua l'illusione di potersene appropriare da parte di chi si contende quella terra. Dall'altro, tuttavia, questi stessi fiumi e montagne incorniciano un paesaggio che porta i segni della guerra, che è costellato di piccole lapidi, di tombe e monumenti funerari ai caduti, e di rovine di vecchi villaggi arabi.
Ed è in questo contesto che il personaggio di Orah si apre attraverso il suo racconto della vita di Ofer, dal momento in cui è stato concepito fino al giorno in cui è partito per la missione, in un difficile equilibrio tra il terrore di ricevere la notizia della sua morte e la speranza di poter fermare il corso degli eventi non facendosi trovare per riceverla. Ma Orah non è solo una donna in fuga; è soprattutto la celebrazione della forza di una maternità che sfida la morte, quella temuta del figlio e quella psichica di Avram; è la personificazione della sovversione, quando si ribella all'intrusione della guerra nella sua famiglia e alla "nazionalizzazione" del figlio; è il dubbio che si insinua, quando si interroga su come abbia potuto ubbidire alla coreografia con cui ha consegnato suo figlio ai reggimenti dell'esercito con una misurata compostezza anticipatrice di lutti; è una contestatrice che considera "tutta quella situazione (…) un errore madornale, irrimediabile". Orah è più leale al figlio che allo stato, ma non ha posizioni politiche stabilite, non è di destra né di sinistra. È tuttavia guidata da una salda e profonda moralità che le impedisce di ignorare che anche Ofer gioca un ruolo nell'occupazione. E se il conflitto le ha "nazionalizzato" il figlio, Orah lo trasforma in una nuova sfida privata con la morte, percorrendo Gerusalemme più volte al giorno sull'autobus n. 18, il più vulnerabile della Seconda Intifada.
Questo libro lascia poco spazio a due categorie di personaggi: ai palestinesi e ad altri personaggi femminili. Tuttavia, se la scrittura è l'opposto della guerra, così come Grossman ha più volte ripetuto in numerose interviste (poiché combatte quella generalizzazione dell'altro che invece la guerra impone), i palestinesi che compaiono in questo romanzo sono tutti ben definiti, con una loro storia, con dei sentimenti: Sami il tassista, il gruppetto familiare in cui Orah e Avram si imbattono nel corso del loro cammino e con cui condividono il pasto, il vecchio palestinese letteralmente dimenticato per due giorni in una cella frigorifero durante un'operazione militare. Con le loro sfumature e contraddizioni, i dialoghi e gli incontri tra israeliani e palestinesi sottolineano l'importanza del rapporto umano che la guerra invece cancella, con il suo mantenere l'altro in una necessaria condizione di anonimità.
Nella sua complessità, Orah non concede alcuno spazio ad altri personaggi femminili: Talia, la fidanzata di Ofer, viene appena menzionata nel contesto della separazione dei due giovani; anche la compagna di Avram, Neta – che ricorda alla lontana Tamar, la protagonista di Qualcuno con cui correre (Mondadori, 2002) – dopo poco scompare. Orah riassume infatti in sé diverse figure di donna: per Adam e Ofer è la madre; per Ilan è la moglie; per Sami è la moglie del Signor Ilan. Solo per Avram Orah è tutto: è la ragazza di cui si è innamorato quando aveva sedici anni, è la musa dei drammi radiofonici che scriveva con Ilan dopo che i tre erano stati dimessi dall'ospedale, è colei che lo ha curato quando è tornato dall'Egitto. Assieme, Orah e Avram sono rinchiusi in una bolla che rappresenta il mondo reale e quello fantastico che essi stessi hanno creato, e che provano a proteggere nel corso del loro lungo cammino reale e metaforico; un percorso svolto in voluto isolamento.
In un paese che si sta spegnendo per il protrarsi di "una disputa infinita", di cui nessuno può più "dire qualcosa di originale" o "proporre una soluzione nuova (…) non già sentita", la famiglia non è quindi solo la cassa di risonanza del conflitto; essa sembra essere anche l'unico e l'ultimo rifugio per arrestare la "maledizione" di una guerra che si trasmette "di generazione in generazione". In questo contesto, la narrazione della storia della famiglia estesa di Orah, Ilan e Avram, che era cominciata per salvare Ofer, si trasforma in "un discorso funebre" per la famiglia che Orah "aveva avuto e che non sarebbe stata mai più"; quasi una punizione degli antichi dei per chi era riuscito a tenersi "fuori il più possibile da questa maledetta mischia", a "vivere felice per vent'anni" compresi "i sei in cui i ragazzi sono stati nell'esercito", per chi era stato "una cellula clandestina in mezzo a questo pandemonio". Fino al momento in cui anche chi aveva pensato di essere riuscito a rimanere vivo, è stato invece catturato.
Marcella Simoni  

L'amore che riemerge dalle macerie di un Paese perennemente in conflitto, in cui non esiste la pace, ma solo una temporanea parentesi tra una guerra e l'altra. Come un'eco lontana, una voce chiara e distinta attraversa il flusso della memoria. è la voce di una madre, Orah, che ripercorre gli anni intensi della sua vita, dall'adolescenza al tragico giorno in cui deve accompagnare suo figlio Ofer al fronte. Come ferma su una soglia, Orah giunge al confine con la Cisgiordania, dove il ragazzo è stato inviato per una missione, e in quel momento decide di rompere tutti i contatti con il mondo, di spegnere il telefono cellulare e di intraprendere un lungo pellegrinaggio a piedi in Galilea. Tutto con l'unico intento di rendersi irreperibile nel caso in cui le autorità israeliane avessero dovuto comunicarle la morte di suo figlio.
Il titolo originale di questo struggente ed epico romanzo di David Grossman suona più o meno come "Una donna in fuga dalla notizia", o meglio "dall'annuncio", visto che il termine utilizzato si riferisce a qualcosa di ufficiale e definitivo. Nella traduzione italiana il titolo è tratto da un verso de Il Cantico dei Cantici (2,9), che gioca sul significato del nome di Ofer, che in ebraico significa "cerbiatto", ma che effettivamente non dà abbastanza risalto alla prospettiva che Grossman ha voluto offrirci mettendo in primo piano il flusso dei pensieri di una madre atterrita dall'idea di poter perdere suo figlio.
La vita di Orah, dall'incontro con i suoi due amici Ilan e Avram in un ospedale all'età di sedici anni, al matrimonio con il primo, alla perdita del secondo dopo la cattura sul fronte egiziano, fino al divorzio e al pellegrinaggio in Galilea, rappresenta tutta la diaspora del popolo di Israele, il suo rientro in patria, l'eterno conflitto. Rappresenta la memoria di una terra sprofondata nell'angoscia di una fine imminente. Ma è anche la voce interiore dello stesso Grossman che, durante la stesura del romanzo nel 2006, ha perso suo figlio Uri in una battaglia in Libano. è un libro che conserva tra le sue righe tutta la paura dell'uomo di fronte allo spettacolo della morte, ma anche l'estrema speranza di una vita che eternamente ritorna e si rigenera. Un romanzo in grado di dilatarsi all'infinito, come il tempo che descrive, ma anche di concentrarsi sul singolo istante, su ogni emozione, su un'esistenza che si rannicchia su se stessa. Pagine cariche di un'intimità intensa e profonda, un libro impegnativo, da leggersi con la consapevolezza di chi, alla fine della lettura, sarà una persona diversa.