Categorie

Erika Diemoz

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2011
Pagine: 377 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806206918

  Il tirannicidio è fascinosamente presente, nel nostro immaginario, almeno da Armodio e Aristogitone; e Bruto ‒ l'assassino di Giulio Cesare, ma anche il primo di quel nome, Lucio Giunio Bruto, che non uccise ma si limitò a detronizzare Tarquinio il Superbo ‒ se non altro dal Rinascimento è un'icona ricca di significati. Il neoclassicismo la fa riemergere e Alfieri costruisce due personaggi teatrali speculari al suo prometeico narcisismo. Felice Orsini, l'attentatore di Napoleone III, è circonfuso di quell'aura. L'assassinio politico diventa però prassi, anche teorizzata, con l'anarchia ottocentesca. Nel 1878, Umberto I re d'Italia, Alfonso II re di Spagna e Guglielmo I imperatore di Germania subirono attentati anarchici che fortunosamente fallirono, ma ebbero pesanti ripercussioni nell'opinione pubblica. L'anarchismo è un momento specifico della storia moderna. Sue ramificazioni spurie si insinuano però fino all'oggi, con quei "black bloc" e "indignados" sulle cui bandiere campeggia lo stesso motto degli anarchici: "distruggere" lo stato; anzi, con i nichilisti, l'esistente. Gli episodi di oggi attraggono simpatie non immotivate così come l'anarchismo riscosse l'infatuazione di intellettuali (quei simbolisti decadenti…): in generale, però, con i sanguinosi attentati che gli vennero a torto o a ragione attribuiti, il movimento fu visto dall'opinione pubblica borghese come un'emergenza contro la quale i governi dovevano reagire energicamente. Il più spietato nel combatterlo, tutt'assieme con le rivolte contadine e operaie che insanguinavano il paese, fu Francesco Crispi, servendosi di metodi che rasentarono la deriva antidemocratica e dittatoriale. Peraltro, l'anarchismo non allontanò mai da sé le accuse che gli venivano mosse. La sua teoria della "propaganda per il fatto" elaborò a tratti l'ipotesi dell'omicidio politico. Erika Diemoz ricostruisce il lato italiano del fenomeno. L'anarchismo allignò anche in altri paesi, ma a lungo l'opinione pubblica mondiale nutrì la convinzione che si trattasse di un prodotto tipico della immaturità dell'Italia arretrata. Mentre annoverava figure di assoluto spicco intellettuale come Bakunin, italiano di elezione, Malatesta, che Salvemini definì "uomo di onore e uomo di coraggio", o Cafiero, l'anarchismo italiano si vide accollare la responsabilità non solo degli attentati fatti da suoi adepti, ma anche di iniziative solitarie e a carattere assolutamente impolitico, come l'assassinio di Elisabetta d'Austria, l'affascinante Sissi, a opera di Luigi Lucheni, un muratore miserabile e disperato. Anarchici consapevoli furono invece Sante Caserio, assassino del presidente della Repubblica francese Sadi Carnot, Oreste Lucchesi, che uccise il giornalista livornese Giuseppe Bandi, Gaetano Bresci, che il 29 luglio 1900 fulminò con tre revolverate re Umberto I. Bresci non era un folle catalogabile nelle schede di Lombroso, per il quale il terrorismo anarchico era manifestazione di patologia mentale. Aveva anzi maturato le sue idee in quella serra dell'anarchismo italiano che fu il New Jersey, la stessa che nutrì Sacco e Vanzetti. E anarchici furono gli sfortunati Lucetti, Schirru e Sbardellotto, che invano attentarono al "secondo Crispi", Benito Mussolini. Lui li ripagò con una spietata repressione del movimento. Angiolo Bandinelli