Traduttore: R. Francavilla
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2017
Pagine: 95 p., Brossura
  • EAN: 9788845931482
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Descrizione
Attraverso uno sregolato, impetuoso flusso di coscienza la Lispector ci fa percepire, in modo quasi fisico, impressioni e visioni di travolgente intensità, usando una lingua che sembra inventare continuamente se stessa.

«Da un mistero è venuta, verso un altro è partita. / Restiamo ignari dell'essenza del mistero» scrive Drummond de Andrade di Clarice Lispector. Ed è proprio in un misterioso universo personale – un universo labirintico e lacerato – che il lettore viene come risucchiato dalla voce, visceralmente femminile, che in queste pagine tenta di dire l'indicibile, di entrare in contatto «con l'invisibile nucleo della realtà». Attraverso uno sregolato, impetuoso flusso di coscienza la Lispector ci fa percepire, in modo quasi fisico, impressioni e visioni di travolgente intensità, usando una lingua che sembra inventare continuamente se stessa, il cui fascino risiede nella sua stranezza e le cui ferite sono il suo punto di forza. Testo estremo di un'artista estrema, Acqua viva costituisce il raggiungimento della maturità della sua autrice: un assolo ammaliante, in cui tornano i temi ricorrenti in gran parte dell'opera della Lispector – la natura e i suoi sfaccettati simbolismi, lo specchio e la rifrazione obliqua, il male e la morte, l'incomunicabilità fra amanti – spinti all'incandescenza, senza che mai, ai suoi incantesimi, ci sia dato sottrarci.

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Recensioni dei clienti

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    MariaZambrana

    20/09/2018 17:16:24

    Un libro coraggioso. Un monologo in forma di lettera nel quale Lispector sceglie la strada rischiosa del flusso di coscienza camminando sul ciglio dell’illeggibilità: poca trama, pensieri espressi in frasi brevi e a volte disordinate, ad indicarne la frammentarietà. Il cogliere l’istante di cui parla l’autrice non è tanto rivolto al carpe diem, quanto ad indagare le potenzialità della parola, il suo potere evocativo. Non interessa il significato della frase ma il sommerso, quello che essa è in grado di suscitare. L’istante è irripetibile e può essere solo vissuto o mostrato, non spiegato. L’istante e soprattutto il suo fluire, quel momento magico che segna un passaggio tra un prima e un dopo, quell’attimo fantastico sospeso in volo tra due certezze, una vibrazione, un momento in cui si avverte come un brivido il pulsare della natura. Acqua viva è un esercizio di equilibrismo, un camminare in bilico sull’orlo del precipizio: da una parte c’è la realtà, con la sua logica rassicurante, dall’altra la fantasia con il fascino delle regole sovvertite. Indagare le potenzialità della parola, si è detto, rinunciare all’ordine, alla verità, per addentrarsi in un territorio sconosciuto, dove non esistono vincoli. Ogni parola diventa allora un passo nell’ignoto, padrona di se stessa, libera di creare, viaggio verso territori nuovi ma anche all’interno di se stessi.

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    Valentina Ruggiero

    18/09/2018 20:55:49

    Un immenso flusso di coscienza che spazia dal rapporto con l'arte al rapporto con sé stessi, con l'amore, con la rinascita, con l'autoguarigione. Una scrittura così lucida da sembrare prodotta in trance, in preda all'estasi mistica della più profonda ispirazione poetica. Il tono familiare con cui la scrittrice si rivolge a noi fa sentire vicina la sua umanità ricca di pathos, la leggerezza con cui ogni convenzionale argine semantico e grammaticale è oltrepassato trasmette fiducia e coraggio di essere autentici. È proprio come "acqua viva" che ho recepito il testo, al contempo come una doccia fredda ed un bicchiere di acqua fresca che ha vivificato la mia sensibilità assopita, e ha fatto ridere di gioia la me bambina che continua a cercarsi nei libri. "Eccoti, ti ho trovata!" mi sono detta, ed ho sottolineato quasi tutto il libro per quanto mi ha ispirata.

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    Cristiana

    04/08/2018 08:13:10

    E' la seconda volta che lo leggo e la seconda volta che, sia pure con maggiore consapevolezza, mi costringe ad allontanarmi momentaneamente dalla Lispector. Questo graziosissimo volume è un mattone: un flusso di coscienza indigeribile per me, forse troppo sperimentale, forse troppo farraginoso, non saprei dirvi: adoro la Lispector ma questo suo libretto di poche pagine lo trovo incomprensibile.

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    Fabio G

    06/09/2017 10:18:13

    Deludente. Noioso. Illegibile. Non basta saper scrivere bene per pubblicare un libro. Occorre una trama, seppur intimistica, che sia interessantre e stimolante per il lettore; occorrono perso-naggi di adeguato spessore. Qui niente, non c'è trama, non ci sono personaggi, non c'è inizio, né fine. Solo un delirio estenuante fatto di iperboli retoriche senza né capo né coda. Si può saltare pagine o tornare indietro senza che il racconto ne risenta e il lettore se ne accorga. Se non si segna adeguatamente il punto in cui si è arrivati è impossibile riprendere dallo stesso punto. Autrice sopravvalutata, presentuosa a pensare che i suoi vaneggiamenti possano interessare a qualcuno

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    enza

    02/03/2017 16:50:42

    Davvero un piccolo capolavoro. Peccato sia così breve... terminare la lettura è quasi un dolore.

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    giulia

    24/02/2017 10:03:33

    "La notte fonda è grande e mi mangia. Il vento impetuoso mi chiama. Lo seguo e mi strappo." Come non amare chi scrive in questo modo? Come non amare Clarice Lispector? Autrice viscerale, intensa, personalissima. Adelphi ci regala questo nuovo titolo (gli editori sono così avari di libri di questa autrice...). Fatevi catturare da lei!

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«Era solo. Era abbandonato, felice, vicino al cuore selvaggio della vita». Con questa citazione in esergo di James Joyce cominciava Vicino al cuore selvaggio, il primo romanzo di Clarice Lispector, che, pur nell’eco di una scrittura così carica di dissolvenze da far pensare a certe pagine di Virginia Wolf, aveva già una sua dolorosa e lucida autonomia.

La storia della giovane Joana, che coniugava una primitiva sensualità al senso sfinente dell’ineluttabilità della morte (e non a caso lì la storia ruotava intorno all’inutilità del gioco di ruolo della maternità), racchiudeva in sé l’intera parabola letteraria della Lispector, un luogo dove la parola è, prima di ogni cosa, lo strumento per l’impressione, in un disegno meno incerto, delle epifanie della vita, nel tentativo, cosciente e vano, di riscattare il vuoto, nella straziante certezza che il segreto del nostro cuore è solo la bozza di un progetto del caos.

È per resistere all’ineluttabilità del destino che la lingua della Lispector ha costruito, pagina dopo pagina, una letteratura fluttuante come aria e acqua, non finita, aperta, circolare, in cui il senso della fine, intrinseco nella tirannia dello storytelling, viene sfidato dalla forma astratta del racconto. Ed è precisamente questo dell’astrazione il tema dominante di Acqua viva (Água viva, 1973, da poco nella nuova traduzione di Roberto Francavilla per Adelphi), ultimo romanzo e summa dell’esperienza artistica della scrittrice brasiliana, che se volessimo provare insensatamente a riassumere ruota intorno a una sorta di monologo-confessione di una voce, quella di una pittrice, che si rivolge a un amore finito (e per questo assoluto ed eterno), nel tentativo di restituire con la parola (unica vera maternità) le emozioni della pittura.

Lo spunto, fuori dell’esercizio di una retorica sinestesia, determina il tentativo di raccontare il caos e la vita nel caos, con lo sguardo di un dio vinto e, stanco, che, pur nell’ingenuo ricorso di un ente principiale – l’it – scopre in ogni cosmogonia solo l’agonia del dolore del suo limite. Come nel Terrence Malick genesico di Tree Of Life, o nello strazio dell’increato dell’enorme Antonio Moresco, Acqua viva è il canto dell’impossibile voce che erge afona il suo stupore «di fronte allo scandalo della morte», cui Lispector, nella gelida bellezza della sua parola scavata nel liquido amniotico della disperazione, contrappone l’azzardo del mistero dell’invenzione della verità e la bellezza dell’amore.

“Água viva” in portoghese significa anche medusa, l’organismo trasparente che vive nella mimesi della trasparenza suprema del mare, ma, lontano dal cuore selvaggio dei nostri desideri, nulla c’è di più illusorio che la falsa trasparenza medusea dell’urticante disperazione della gioia più grande e dolorosa, che pur sembra limpida ed esperibile, quella dell’amore, che per non morire, muore.

Recensione di Corrado Morra