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Tommaso Di Ciaula

Collana: La memoria
Anno edizione: 1997
Pagine: 112 p.
  • EAN: 9788838913426

scheda di De Federicis, L., L'Indice 1997, n.10

Al pugliese Tommaso Di Ciaula, nato in provincia di Bari nel 1941, è toccata una parte (storicamente) interessante ma (per lui) difficile.Aveva meno di quarant'anni quando, con "Tuta blù", entrò da protagonista nella collana "I franchi narratori" di Feltrinelli, segnandone uno dei risultati più originali, per la scrittura autobiografica e diaristica - che Alfonso Di Nola definì benissimo "ansiosa" - e soprattutto per le prospettive offerte all'attenzione antropologica. Di Ciaula vi raccontava l'esperienza del Sud, là dove chi si lasciava alle spalle la disfatta cultura contadina doveva adattarsi ai ritmi stretti e alle misure concentrazionarie della fabbrica, e la raccontava mescolando il sogno con la rabbia (come da sottotitolo: "Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud"), ovvero il desiderio di una personale, corporea, libertà con il rancore della perdita.Ebbe la prefazione di Paolo Volponi, un uomo dell'industria, anzi lo scrittore che meglio aveva legato il suo nome al binomio "letteratura e industria". "Tuta blù", 1978, fu un bel punto d'arrivo, e di conclusione, nel progetto di una collana che si era proposta di bucare lo spessore opacizzante delle mediazioni letterarie per far emergere le testimonianze dirette, le vite difficili, le irregolari realtà narrabili.Altri tempi, passati nel repertorio della memoria storica.
Per suggestiva continuità oggi esce nella collana che s'intitola appunto "La memoria" quest'ultimo libriccino di Di Ciaula. Qui non si raccontano storie né d'industria né di operai, ma compaiono ancora le fabbriche. Le fabbriche, che ammazzarono gli orti, ora sono fabbriche morte, sono "fabbriche vuote che sembrano spettri! Gusci senza lumache!". Tommaso Di Ciaula esordiva come scrittore selvaggio e senza modelli. Ma, avendo provato a maneggiare la parola, uno strumento che sentiva suo più della zappa o della lima, nei trascorsi vent'anni, nonostante le vicissitudini e i contraccolpi dell'effimera fortuna, non ha mai smesso di voler diventare un vero scrittore. Ha lavorato sul linguaggio, perfezionandone l'espressività che era stata subito la sua cifra stilistica. E per sfuggire alla gabbia dell'obsoleto operaismo, si è spostato verso il recupero di un Sud arcaico, mitico, magico. Sempre però restando fedele al tema ribellistico, di ostinato sognatore che ancora registra il divario fra il mondo decomposto com'è e l'inevitabile ricerca di completezza dell'essere umano.
In "Acque sante" il filo è costituito dai vagabondaggi del protagonista, che è anche il narratore (e l'autore), in compagnia di un ranocchio e di un leone, in vari luoghi di Puglia e altrove, ovunque ci sia bisogno di acqua santa che prometta salvezza purificando l'acqua marcia del triste inquinamento. Cattedrali contro fabbriche? Natura contro industria? Al di là dell'esile pretesto narrativo, e dell'artificioso simbolismo acquatico, e della un po' confusa religiosità (in sintonia con i tempi nuovi), la pagina di Di Ciaula, spesso traforata da una punteggiatura fitta ed esclamativa, è stranamente bella grazie alla sua stessa ridondanza e all'accumulo di paesaggi e oggetti, nomi di piante, visioni di festa, e odori, colori. Divagando fra il presente e il remotissimo passato, Di Ciaula tocca a tratti l'essenziale e lo stringe in una domanda sul significato del percorso umano. "I mass-media, le tivù, possono menarla da mattina alla sera di comunicazioni intergalattiche, di internet, ma se vogliamo una risposta, dobbiamo ritornare sui nostri passi e rivedere dove fu fatto lo sbaglio, il tragico sbaglio!". Chi può dire che abbia torto? Chi potrà scagliare su di lui la prima pietra e rimproverargli l'ingenuità, l'infelicità?