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Friedrich Meinecke

Curatore: G. Di Costanzo
Editore: Liguori
Anno edizione: 2006
Pagine: 152 p. , Brossura
  • EAN: 9788820738150
Chiunque abbia letto quei capolavori della storiografia storicistica e più in generale tedesca che sono Cosmopolitismo e stato nazionale o Le origini dello storicismo, troverà in questa raccolta di saggi brevi, "aforismi" e "schizzi" (pubblicati in volume nel 1942), una via d'accesso al laboratorio ideale di Meinecke, quasi uno sguardo alla fucina interiore da cui sono scaturite le opere maggiori. E vi troverà anche un atteggiamento più distaccato rispetto alle grandi questioni politiche e alle tensioni epocali e "nazionali" di cui si era nutrita la storiografia meineckiana, sempre impegnata a misurarsi con le forze vive della nazione tedesca, come si poteva vedere anche nel susseguirsi delle prefazioni di Cosmopolitismo che preparavano, accompagnavano o commentavano l'immane disastro germanico della prima guerra mondiale, senza esitare a riconoscere, nel novembre 1918, che "i fatti spaventosi" di quegli anni "toccavano le radici dei due problemi" di cui trattava l'opera, mentre solo tre anni prima, lo stesso autore aveva visto nel conflitto l'occasione per fare della Germania "un popolo universale".
Come ricorda Fulvio Tessitore nell'introduzione a questo volume, sono altre e diverse dalla politica le dimensioni che emergono da questi saggi brevi, e in particolare l'attenzione alle componenti religiose che affiorano dalla riflessione sulla storia: dagli elementi pietistici, indispensabili, insieme alla ripresa neoplatonica, per comprendere quello che Meinecke considerava il suo maestro, cioè Ranke, al rapporto con la fede luterana, liberata dall'ortodossia e incentrata sul rispetto del libero arbitrio e della responsabilità individuale nella determinazione degli eventi. Ci sarebbero dunque in questi saggi gli elementi per avviare un approfondimento di quello che Tessitore chiama "il problema della religione dello storicismo", pur nella consapevolezza della novità rivoluzionaria che tale approccio comportò e che l'autore sintetizza in quattro punti fondamentali: una rifondazione della concezione del tempo sottratta ai cicli storici o naturali; la sostituzione del divenire storico agli ideali regolativi; una ricerca del senso e dell'unità della storia non dipendente da una filosofia precostituita; la fondazione di un'idea di soggettività prospettiva e finita.
Si deve dire che in queste pagine Meinecke affronta esplicitamente il tema che ne consegue: il significato del relativismo per una concezione integralmente storicistica che voglia essere "critica" e non "assoluta", dunque anti-metafisica e anti-teologica, anche se non direttamente ostile ai significati religiosi che possono aver animato alcune forze cruciali dello sviluppo storico.
Particolarmente illuminanti, sotto questo profilo, sono le considerazioni che Meinecke riserva al processo di secolarizzazione (nel saggio Sullo storicismo in generale e sulla storia illuministica): secondo lo storico tedesco, il grande processo secolaristico che caratterizza la storia europea a partire dal Rinascimento si è dimostrato fecondo in quanto, pur liberandosi dal dogmatismo cristiano, ne ha tuttavia assunto alcune istanze fondamentali. Su un altro punto cruciale queste pagine recano un contributo chiarificatore, e cioè la questione complessa dei rapporti tra storicismo e cultura illuministica. Al di là degli stilemi che li vedono polarmente contrapposti (rivolto l'uno all'individualità storica e l'altra alla normatività "astratta", esemplata nel paradigma giusnaturalistico), Meinecke riconosce che la storiografia del Settecento ha compiuto un lavoro preparatorio essenziale per la genesi dello storicismo: con la tesi dell'omogeneità della natura umana e della solidità della ragione, con la nuova concezione del progresso e del perfezionamento dell'umanità, l'Illuminismo contribuì in modo determinante alla "formazione di più grandi connessioni superindividuali", che furono a loro volta decisive per il costituirsi successivo dell'approccio storicistico. Colpisce semmai, in quest'ottica, il giudizio palesemente riduttivo che viene dato su Vico, di cui si dice che "tendeva alla prevedibilità della vita storica dell'umanità articolata in popoli": non che si tratti di un giudizio sbagliato, pur nella sua sommarietà, ma per la sua evidente parzialità che non reca giustizia alla complessità della riflessione vichiana. Eppure il motivo dell'eterogenesi dei fini, o quello del carattere non intenzionale né esplicito della costruzione della storia, avrebbe dovuto colpire molto più favorevolmente chi, proprio in quello stesso saggio, poneva l'accento sui fattori di imprevedibilità (al limite della casualità) e di libertà insiti nello sviluppo storico.
In epoca di usi (e abusi) del termine "relativismo" può essere utile riportarsi, per fare un po' di chiarezza, al breve "schizzo" che contiene una discussione (svolta negli anni trenta), Sulla crisi dello storicismo. Colpiscono il lettore di oggi la tranquilla certezza con cui Meinecke ribadisce la vitalità dello storicismo, anche dopo il crollo della fede ottimistica nel progresso storico, e il modo in cui lo riposiziona nel clima di "rifondazione di tutta la nostra vita nazionale, intrapresa con enorme energia a partire dal 1933". Ma al di là della tragica contingenza di queste valutazioni, più politiche che storiche (del resto riscattate con l'allontanamento da tutte le responsabilità nel '35), colpisce la chiarezza con cui lo storico ormai vecchio distingue tra "relazionismo" e "relativismo", il primo incentrato su un giudizio di fatto, il secondo su un giudizio di valore. Soprattutto, Meinecke discerne assai bene le implicazioni etiche che dal vero relativismo possono derivare: non necessariamente un "indebolimento" della vita (con evidente riferimento alle critiche nietzschiane), ma anzi un "incremento" della medesima, "se [il soggetto] sente coscientemente e profondamente il diritto alla vita, tanto della propria interiorità quanto delle potenze vitali che lo circondano e lo nutrono". Certo, chiariva subito dopo, il diverso effetto è soprattutto da imputarsi a una "questione di carattere", giacché lo storicismo "da solo" non è capace di produrre tale risultato. Meinecke non vedeva comunque una frattura tra un'epoca di certezze non relative e il "nocciolo" dello storicismo, con il quale anzi "si lasciano combinare spontaneamente e organicamente".
Pur nel suo carattere frammentario e aforistico, quasi una serie di appunti a margine dell'opera maggiore, il presente volume costituisce un'utile accompagnamento alla lettura di quel grande classico novecentesco che è la Nascita dello storicismo. Come avverte l'autore nella premessa: "Non tutto ciò che viene in mente a qualcuno può tuttavia essere trasferito nella forma definitiva dell'opera intera. E anche dove ciò accadesse, la formulazione originaria di un pensiero, più ampiamente argomentato nel libro, conserva forse ancora un certo valore".
  Gianni Paganini

Aforismi e schizzi è una delle grandi raccolte di saggi del Meinecke. In questo caso l'importanza è data dall'articolata composizione del libro. La prima parte è, infatti, un ripensamento e, qua e là, una integrazione di una delle opere della cosiddetta trilogia meineckiana, Le origini dello storicismo, comparsa nel 1936. La seconda parte contiene lavori di fatto dedicati a problemi specifici dell'esame di sé dello storicismo, che l'ormai vecchio storico compie ancora una volta, senza esitare a mettere in discussione sue stesse precedenti convinzioni. Qui, di particolare rilievo è l'attenzione per il pessimismo burckhardtiano, che integra e corregge l'armonia rankiana. L'una e l'altra idea vengono adoperate per scoprire la sacertà della storia, affidata a quello che Meinecke chiama "cristianesimo secolarizzato", non senza attenzione per le idee weberiane sulla secolarizzazione.