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Traduttore: A. Cristofori
Editore: Bompiani
Collana: Overlook
Anno edizione: 2015
Pagine: 190 p., Brossura
  • EAN: 9788845279997
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  Quando parliamo del Wole Soyinka saggista (piuttosto che del drammaturgo, poeta e narratore, primo autore in Africa a venire insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1986) dovremmo considerarne almeno due: lo Soyinka nigeriano, e quello internazionale. Al primo appartengono i volumetti della serie Interventions (2005-2007) o la raccolta Harmattan Haze on an African Spring (2012),pubblicati da Bookcraft, Ibadan, e mai tradotti in italiano; al secondo, gli eleganti volumi usciti per Oxford University Press, The Open Sore of a Continent (1996) e The Burden of Memory, the Muse of Forgiveness (1999; Il peso della memoria, la tentazione del perdono, Medusa, 2007), o il più rinomato Myth, Literature, and the African World (Cambridge University Press, 1978; Mito e letteratura, Jaca Book, 1995). Non sono solo l'editore, e di conseguenza il pubblico, a fare la differenza, ma anche i contenuti (ricca di riferimenti locali la saggistica nigeriana, giocoforza maggiormente divulgativa e/o accademica quella internazionale) ed infine il registro, più formale, elaborato (ma non meno impegnato) quello della prosa diretta a un pubblico globale. A questo secondo Soyinka appartiene pure Of Africa (Yale University Press), tradotto ora per Bompiani col titolo Africa, a cura di Alberto Cristofori, la cui non impeccabile traduzione si aggiunge alle sparse edizioni dell'opera soyinkiana apparse nell'ultimo ventennio. È un peccato che, forse per via della natura eminentemente politica di molti suoi scritti, nonché degli svariati generi da lui frequentati, un autore del livello e della risonanza di Soyinka non sia riuscito a trovare una più stabile collocazione editoriale in Italia. Se a Jaca Book dobbiamo la traduzione di gran parte del suo teatro, dei romanzi The Interpreters (1965; Gli interpreti, 1979) e Season of Anomy (1972; Stagione di anomia, 1981), e delle memorie – The Man Died: Prison Notes (1971; L'uomo è morto, 1986), Aké: The Years of Childhood (1981; Aké: Gli anni dell'infanzia, 1984), e ¦sarà: A Voyage around Essay (1990; ¦sarà: Intorno a mio padre, 1996) – altri editori si contendono traduzioni più recenti. L'ultimo volume di memorie You Must Set Forth at Dawn (2006) è uscito per Frassinelli (Sul far del giorno, 2007), l'opera teatrale Travel Club and the Boy Soldier (1997) per Adn Kronos Libri (Turisti e soldatini, 2000), mentre le raccolte poetiche Ogun Abibiman (1980) e Man and Nature sono apparse rispettivamente per Supernova (1992) ed Edizioni del Bradipo (2005). Molti sono i titoli che mancano all'appello: il teatro più recente; gran parte dell'opera poetica, raccolte come Idanre and Other Poems (1967), A Shuttle in the Crypt (1971), Mandela's Earth and Other Poems (1988) e Samarkand and Other Markets I Have Known (2002), che sono valse quest'anno a Soyinka la candidatura alla prestigiosissima cattedra di Professor of Poetry a Oxford (andata poi all'inglese Simon Armitage); e il volume di memorie Ibadan: The Penkelemes Years: A Memoir 1946-65 (1989), che non è evidentemente stato ritenuto di sufficiente interesse da giustificarne una traduzione italiana, e che pure è complementare ad Aké ed ¦sarà. Africa è dunque solo l'ultimo tassello di questo mosaico che si vorrebbe maggiormente ricco e ragionato, ma non contribuisce, purtroppo, a risollevarne le sorti. Colpisce per prima cosa in questa edizione la copertina, una foto di Steve McCurry (The Sahel, 1986) che rappresenta per molti versi quell'idea esotizzante di Africa che Soyinka per primo lamenta nel suo libro. Nei risvolti di copertina troviamo poi, incomprensibilmente, estratti da recensioni da "New York Times Book Review", "Kirkus Review" e "Booklist",laddove inviare il testo in anteprima alle diverse testate italiane che di Soyinka si sono variamente occupate ("Il manifesto", "Il Sole 24 Ore", "La Stampa", ecc.) per poi raccoglierne le impressioni sarebbe forse stato più opportuno. Soprattutto, mentre traduzioni come quelle di Alessandra di Maio o Armando Pajalich fanno ampio onore alla lingua colta e alla raffinatezza intellettuale di Soyinka, perché, sostanzialmente, curate da esperti della materia, non altrettanto può essere detto di questa edizione Bompiani, la cui traduzione tradisce invece una scarsa conoscenza del contesto biografico e letterario da cui l'autore muove. Diviso in due sezioni, Il passato nel presente e Il corpo e l'anima, Africa è un'incursione nella storia e nelle dinamiche politico-culturali del continente, un appello a non considerarlo un "concetto" o un "oggetto del desiderio", ma una realtà da riscoprire, giacché per Soyinka "un'indagine davvero illuminante sull'Africa deve ancora avere luogo". È una "nuova stirpe di esploratori" quella che il premio Nobel auspica, esploratori che siano in grado di cogliere le potenzialità di un continente non "mera espressione geografica" o "patria di una razza genericamente definita nera", ma la cui eredità storica e culturale si estende piuttosto "in occidente, verso l'Europa e le Americhe, in oriente verso il continente indiano, i deserti d'Arabia e le storiche acque dell'Eufrate". E alcuni dei passaggi più originali di questo libro riguardano proprio le comunità di origine africana nel medio Oriente, un aspetto, segnala Soyinka a ragione, fra i più negletti nello studio della diaspora. Nella prima sezione del volume è dunque la storia dell'intero continente a essere esaminata, con riferimenti a svariati eventi recenti (la tragedia del Darfur o la seconda guerra civile ivoriana), nonché alla schiavitù e ai suoi luoghi simbolo nell'Africa occidentale. Costanti sono qui i riferimenti, anche non espliciti, alla Nigeria: l'Africa delle dittature che stipulano contratti con potenze straniere mentre "le fiamme eterne dei gas dei pozzi di petrolio distruggono fauna e ambiente" rispecchia certo molto da vicino le condizioni del Delta del Niger (e a Ken Saro-Wiwa, di cui ricorre quest'anno il ventennale dell'impiccagione, Soyinka ha dedicato d'altra parte più che una riflessione estemporanea nel corso della sua carriera). Ma nella seconda parte del volume, dedicata alla spiritualità del continente, è in particolare la cultura yoruba a divenire pietra di paragone, simbolo della complessità delle tradizioni del continente, nonché, nella natura pacifica della sua visione filosofico-religiosa, possibile alternativa alla visione manichea e conflittuale delle due maggiori religioni monoteiste. È questo un tema particolarmente caro a Soyinka, la cui preoccupazione per l'escalation di Boko Haram in Nigeria, e in generale dei fanatismi in Africa, è divenuta forse la nota dominante della sua analisi politica recente. Se l'Africa è al centro degli equilibri globali (qualora l'Africa cedesse "alla volontà dei fanatici, allora l'insicurezza del mondo dovrà essere accettata come la sua condizione futura e permanente"), sono le sue religioni a poter offrire la risposta più efficace e innovativa al cosidetto scontro di civiltà. Queste religioni, come si osserva nella prima parte del volume, "non hanno aspirato a conquistare il mondo", e la religione degli orisha nello specifico è basata su una visione dialettica ed inclusiva, non violenta, in cui "gli scettici non sono penalizzati né tormentati da forze soprannaturali". Nella sua vocazione a servire gli interessi della comunità prima dei propri, il babalawo (il sacerdote della divinazione) diviene dunque nella visione di Soyinka "l'incarnazione ideale di tutto ciò che manca nella vita politica di un continente", e a questa incarnazione, coniugando divulgazione e originalità, Soyinka dedica alcune delle pagine più interessanti di questo libro. È tuttavia proprio in questa seconda parte che la traduzione presenta maggiori problemi. Già caratterizzata da qualche stranezza ("regione subafricana" per African sub-region), incongruenza ("americani" in minuscolo, ma Yoruba in maiuscolo), e frasi sgrammaticate o ineleganti ("Questa essenza garantirebbe che... l'Africa è molto importante per se stessa"), la versione italiana incorre infatti qui in diversi sorprendenti errori, come quando, nel tradurre "Mia madre era quello che si dice una bella bottegaia", Cristofori deve aver scambiato petty trader (venditore al dettaglio, con particolare riferimento alle merci di scarso valore) per pretty trader. Non solo trascuratezza, ma mancata conoscenza del contesto culturale, come accennato, sono pure alla base del grossolano abbaglio che troviamo a p. 154. Scrive dunque Soyinka che, per gli yoruba, gli dèi rivestono un ruolo di supervisione sui fenomeni naturali, identificandosi con essi: "Thus Oya, Osun with rivers; Esu with the crossroads, chance, the random factor; Sopona, diseases..." (ovvero, "così, Oya e Osun si identificano coi fiumi; Esu con gli incroci, la possibilità, il caso; Sopona con le malattie", ecc.). Nella traduzione di Cristofori leggiamo invece: "Thus Oya e Osun con i fiumi; Esu con gli incroci, Chance con il caso; Sopona con le malattie...". Fra gli orisha non vi è alcun dio chiamato Thus o Chance; e la congiunzione "thus" ("dunque", "perciò"), sebbene senza dubbio formale, non è comunque di tale rarità che un traduttore professionista possa non riconoscerla. Ciò detto, il volume risulta di gradevole lettura, e utili al lettore non specialista sono anche le note del traduttore (sebbene anch'esse non coerentemente apposte al testo: si spiega ad esempio chi sia W.E.B. Du Bois, ma non Ulli Beier). Africa costituisce dunque, per coloro che non abbiano mai letto Soyinka, una buona introduzione al suo pensiero, e per gli specialisti una lettura che ha ancora da offrire prospettive originali e spunti di ricerca. Alla domanda "che cos'è l'Africa?", Soyinka propone la risposta: "nonè una costruzione egemonica". E come tale (ricca, complessa, genuinamente alternativa alle dicotomie che dominano il quadro geo-politico contemporaneo) occorre conferirle, come si legge in chiusura, "uno status cui non è abituata: il ruolo vitale di Risorsa Culturale Globale e di Arbitro".  

Tiziana Morosetti