Allegorie della lettura

Paul De Man

Traduttore: E. Saccone
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 322 p.
  • EAN: 9788806123208
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Descrizione

De Man, lettore di Heidegger e dell'ermeneutica contemporanea, si confronta con testi di Rousseau, Nietzsche, Rilke e Proust, per elaborare la sua teoria della lettura come intreccio di linguaggio cognitivo e performativo. Partendo da una definizione storica della problematica della lettura, con un'attenzione particolare al Romanticismo approda a una teoria della retorica che oltrepassa i principi canonici della storia letteraria. Gli esempi scelti sono significativi: da Proust a Rilke, si tratta di autori il cui pathos e la cui profondità di enunciato rendono particolarmente difficile una lettura non canonica; a maggior ragione, quindi, se il nuovo modello di lettura riesce ad essere applicato a loro, può aspirare a una validità universale.

€ 18,44

€ 21,69

Risparmi € 3,25 (15%)

Venduto e spedito da IBS

18 punti Premium

Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile
 
 
 


recensione di Rosso, S., L'Indice 1998, n. 5

A distanza di diciotto anni dalla prima edizione americana viene pubblicato anche in italiano (in tedesco è uscito nel 1988 e in francese nel 1989) "Allegorie della lettura", uno dei testi più citati dalla critica statunitense degli anni ottanta. Paul de Man, nato ad Anversa nel 1919 e nipote del teorico e politico socialista Hendrik de Man, fece studi di carattere scientifico pur manifestando interessi umanistici; subito dopo la seconda guerra mondiale emigrò negli Stati Uniti. Insegnò letteratura in varie università, tra cui Cornell, Zurigo, Johns Hopkins, e nel 1970 si trasferì a Yale, dove fu docente di letteratura francese e comparata fino alla morte, che lo colse nel 1983, nel pieno della sua produzione intellettuale, quando ormai era considerato il più autorevole teorico dei "critici di Yale" (gli altri erano Harold Bloom, Geoffrey Hartmann e J. Hillis Miller) e il principale esponente della "decostruzione", insieme al filosofo francese Jacques Derrida.
Capiterà di chiedersi perché questo suo saggio ritenuto così importante esca con tanto ritardo - in realtà l'ottima traduzione era già pronta nel 1991, come emerge dalla preziosa e articolata introduzione di Eduardo Saccone, il cui unico difetto è di non fornire le traduzioni dei passi citati in originale - e soprattutto perché l'opera di de Man abbia avuto così scarsa eco in Italia (e in Europa). Si potrebbe ricercarne il motivo nella scoperta, nel 1987, della giovanile attività giornalistica (1942-43) di de Man per il quotidiano collaborazionista "Le Soir" di Bruxelles e soprattutto per un articolo esplicitamente antisemita. Già allora mi ero unito a quanti avevano condannato quelle pagine infami, ma avevo rifiutato, insieme ad altri, di leggere la "teoria critica" del de Man maturo alla luce di una continuità con quell'infausta parentesi giovanile. Tuttavia quel dibattito ebbe in Italia una scarsa risonanza (ricordo solo alcuni interventi equilibrati di Remo Ceserani per "il manifesto").
Si potrebbe allora pensare che il motivo reale dello scarso interesse per gli scritti di de Man - in italiano l'unico volume disponibile è "Cecità e visione "(uscito in originale nel 1971 e curato da Saccone nel 1975), mentre ancora devono essere tradotti quelli postumi, "The Rhetoric of Romanticism" (1984), "The Resistance to Theory" (1986), "Critical Writings 1953-1978 "(1989), "Romanticism and Contemporary Criticism" (1993)" "e "Aesthetic Ideology" (1997) - sia da attribuire al suo legame con un dibattito solamente americano e che ha determinato un analogo disinteresse per altri studiosi (come Stanley Fish): se così stessero le cose, l'opera di de Man riguarderebbe soprattutto gli americanisti e non avrebbe bisogno di traduzione. Tuttavia, tale legame con il dibattito statunitense non è affatto una caratteristica della maggior parte del lavoro del critico belga, che dimostra semmai una formazione e una frequentazione eterogenee - Nietzsche, Heidegger, la fenomenologia, Blanchot, il New Criticism, la semiotica francese e americana, la teoria degli atti linguistici, l'estetica della ricezione, ecc.
Le letture testuali contenute in "Allegorie "non sono particolarmente legate a una problematica americana, anche per gli scopi a cui erano destinate: il capitolo su Rilke è ripreso dall'introduzione di de Man all'edizione francese delle poesie del poeta austriaco (Seuil, 1972), mentre la parte su Proust deriva da un contributo in onore di Georges Poulet; i tre capitoli su Nietzsche ("La nascita della tragedia", "Frammenti", ecc.) e i sei dedicati a Rousseau (il secondo "Discours", "Narcisse", "Pygmalion*, "Julie ou la Nouvelle Héloïse", "Professione di fede", "Contratto sociale", "Confessioni") prescindono da uno specifico orizzonte critico di ricezione, ma rappresentano gli interessi più vivi di de Man in quegli anni.
Un motivo della scarsa fortuna di de Man fuori dagli Stati Uniti è riconducibile anzitutto al fatto che la decostruzione in Italia e in Europa non è stata una "moda" in alcun modo paragonabile a quella che ha conquistato le università americane dall'inizio degli anni settanta alla metà degli anni ottanta. Certo, anche da noi se ne è parlato, ma la sua diffusione riguarda soprattutto gli ambienti filosofici, e si limita in genere al lavoro di Derrida. Il discorso di de Man è invece esplicitamente "letterario": anche quando legge pagine critico-filosofiche la sua prospettiva è sempre filologico-retorica e solo successivamente affronta questioni filosofiche e ideologiche. Ma forse sono proprio la sua terminologia e il rigore delle sue strategie di lettura - in alcuni casi quasi sofistico - ad averlo reso poco attraente per i nostri studiosi di letteratura. Inoltre Derrida ha sentito la necessità di esprimersi più chiaramente anche in campo culturale e "politico", seguendo un atteggiamento diffuso tra i pensatori europei e invece più raro tra quelli americani, che operano in università completamente separate dalla vita culturale e politica del loro paese.
E infatti la scrittura di de Man, e quella di "Allegorie" soprattutto, sembra particolarmente impermeabile, almeno a una prima lettura, alle sollecitazioni degli studi femministi e di "gender", o comunque a prospettive che prendono le mosse da questioni di carattere ideologico, come alcune delle sue migliori allieve non hanno mancato di osservare: questo può aver determinato un po' di diffidenza da parte della critica italiana ed europea "di sinistra". A ciò si deve aggiungere la costante decostruzione, da parte di de Man, di schemi storici organicisti (soprattutto per quel che riguarda il romanticismo) che spesso sono stati fraintesi per antistoricismo "tout court".
In "Allegorie della lettura" de Man si riallaccia al lavoro intrapreso in "Cecità e visione". In quel primo volume aveva affrontato, con il suo "close reading", le contraddizioni interne alla "scrittura critica" dei New Critics, di Binswanger, di Lukács, di Blanchot, di Poulet, di Derrida lettore di Rousseau in "Della grammatologia", ecc., mostrando come l'"insight", la prospettiva, la capacità di penetrazione di quegli studiosi dipendesse paradossalmente "da un momento negativo che anima il pensiero del critico, un principio sottaciuto che conduce il proprio linguaggio lontano dalla propria posizione assertiva". In "Allegorie" de Man si considera maturo per affrontare scritture più "letterarie" (anche se a questo punto la distinzione tra testo letterario e testo filosofico non è più proponibile) con strategie di lettura già in parte elaborate nel volume precedente, ma con un linguaggio più tecnico e un orizzonte teorico aggiornato alla semiotica di quegli anni nonché alla teoria degli atti linguistici rivisitata criticamente.
Derrida non compare qui come oggetto d'analisi, ma come un orizzonte con il quale confrontarsi su specifici esiti interpretativi (uno dei meriti di de Man è stato, nonostante il duraturo sodalizio con Derrida iniziato a fine anni sessanta grazie alla comunanza di interessi per Rousseau, quello di non determinare il proprio lavoro sulla base della somiglianza o della differenza da quello del pensatore francese tanto di moda negli Stati Uniti).
La pratica decostruttiva di de Man non può essere schematizzata, tanto meno in una recensione, poiché esplicitamente antimetodologica. Tuttavia in "Semiologia" "e retorica", il saggio-manifesto d'apertura di "Allegorie", egli tematizza alcuni suoi dubbi nei confronti del riduttivismo formalista (anche quello della semiotica francese, all'interno della quale dimostra un certo rispetto per Genette) e della rimozione del complesso rapporto tra grammatica e retorica che già Kenneth Burke aveva messo in questione. Sia che de Man si serva di un esempio tratto dalla cultura di massa (analizzando la conversazione assurda del personaggio televisivo Archie Bunker) sia che ricorra a passi di letteratura "alta" come il noto verso di Yeats "Come distinguere chi danza dalla danza?", oppure, come nel passo della "Recherche" (analizzato in un citatissimo brano), in cui la superiorità estetica della metafora "deve la sua forza di persuasione all'uso di strutture metonimiche", l'accento è sempre sulla tensione tra grammatica e retorica. Che si tratti di una retorizzazione della grammatica (come nel caso della domanda retorica) o della grammaticalizzazione della retorica (come nel caso del brano di Proust), ciò che sta a cuore a de Man è mostrare che la "decostruzione" non è un atto "aggiunto al testo", ma è già contenuta al suo interno: "Un testo letterario afferma e nega simultaneamente l'autorità del proprio modo retorico".
Se gli spunti di analisi contenuti in "Semiologia" "e retorica" sono scelti per il loro carattere di esemplarità, le ampie e complesse "letture" dei capitoli successivi sembrano lasciare intendere che potenzialmente ogni testo può celare analoghe caratteristiche autodecostruttive: è dovere del critico seguire il filo logico della lettura, anche a costo di determinare tensioni irriducibili (aporie) con il senso apparente, operando dunque con il carattere radicale dell'"allegoria", che in questo volume è affiancata all'"ironia", entrambe figure privilegiate della disgiunzione e della dissociazione. La lettura del critico sarà dunque "allegorica" in quanto fraintende il testo ed è, al tempo stesso, fonte inevitabile di fraintendimento ("misreading"), a conferma della sua radicale temporalità.
Per quanto alcune affermazioni risultino talvolta sostenute con insufficiente chiarificazione e con una assertività tale da lasciare perplessi (Frank Lentricchia ha parlato polemicamente di "retorica dell'autorità"), va riconosciuto che de Man non teme di rivolgere il rigore delle sue letture anche contro di sé, in un costante movimento di "autointerrogazione" di cui la critica letteraria, soprattutto quando rischia di diventare metodologia, ha sempre grande bisogno. E se è vero che il suo antiorganicismo è parso a qualcuno quasi ossessivo, va chiarito che esso non ha quale causa o corollario una semplice glorificazione dell'ambiguità (come in certo postmoderno), o un rifiuto a priori della ricerca di un referente, come alcuni commentatori ostili hanno sostenuto. Su questo punto de Man è stato categorico: "Sarebbe in effetti insensato credere che si possa sfuggire allegramente alla costrizione del senso referenziale".
È auspicabile che questo volume di Einaudi, e gli altri che mi auguro seguiranno, vengano considerati per le loro rigorose strategie di lettura e non sulla base di un frontismo pro o contro la decostruzione, come si è verificato nel decennio scorso. D'altra parte gli avversari della decostruzione dovrebbero gioire nel constatare quanto abbia più contribuito Woody Allen, con il titolo del suo ultimo film, a diffondere il verbo "to deconstruct", di quanto abbiano fatto de Man e Derrida.


recensione di Cuniberto, F., L'Indice 1998, n. 5

Come apprendiamo dal saggio di Walter Benjamin sul dramma barocco, allegoria e simbolo sono figure opposte e incompatibili: mentre il simbolo - ma anche la metafora - procede per somiglianza, mantenendosi così all'interno del senso da cui si allontana, l'allegoria rompe ogni legame con il senso originario e procede per dissomiglianze radicali. È dunque la figura della perdita e dell'assenza, o anche della "caduta" (per usare un'immagine biblica che si ritrova al centro del linguaggio di Kleist).
Le "Allegorie della lettura" di Paul de Man, che Einaudi presenta nella versione italiana a quasi quindici anni dalla scomparsa dell'autore, ruotano intorno a questa figura-principe con una coerenza che deve molto alla lezione del grande critico tedesco. Qui però è la lettura stessa, e quindi l'esercizio critico, ad allegorizzare il testo a cui si applica, individuando al suo interno strutture figurali latenti estranee al "voler dire" dell'autore. Ciò significa, per usare le parole di de Man, "decostruire la cecità" del testo e "produrre" un livello di senso che ne costituisce in qualche modo l'allegoria interna e nascosta. Pensare che la decostruzione possa condurre a un senso plenario e in qualche modo definitivo sarebbe tuttavia una palese ingenuità: il livello figurale latente si sovrappone al senso esplicito generando vere e proprie "contraddizioni performative", come in quella pagina di Proust dove la priorità della metafora sulla metonimia viene argomentata, suo malgrado, con un ampio ricorso a strutture di tipo metonimico. Il testo entra in contraddizione con se stesso - il senso tropico contraddice il senso letterale - per una sorta di schizofrenia semantica di cui neppure il critico può venire a capo perché è proprio lui a "produrla". (Vengono in mente i paradossi logici più famosi - come quello del mentitore - o certe ambiguità determinate, in fisica, dalla scala di lettura: come il comportamento di una massa gassosa, che risulta ordinato e regolare a uno sguardo macroscopico, e caotico a uno sguardo microscopico). Ecco allora l'"impossibilità" della lettura, il vicolo cieco in cui la decostruzione viene a trovarsi nel momento stesso in cui allarga l'orizzonte del testo. Nei saggi su Proust e Rilke, su Nietzsche e Rousseau l'arte del critico dà prova di una bizantina sottigliezza, celebrando il proprio trionfo nel momento stesso in cui si riconosce come inconclusiva. Un esempio impressionante di questo virtuosismo è il capitolo sulla "Nascita della tragedia", dove la polarità Apollo-Dioniso diventa la maschera di un'altra antitesi, quella tra senso figurato e senso proprio, e dove, soprattutto, Nietzsche si trova a smentire nella forma (la struttura retorica del saggio) ciò che afferma nella sostanza: la condanna della rappresentazione.
L'ampio saggio introduttivo di Eduardo Saccone ha il merito di ricostruire puntualmente la genesi del metodo critico di de Man, mostrando come il tema allegorico venga da lontano, ossia non solo da Benjamin, ma innanzitutto dal grande bacino romantico. Se è vero che nelle "Allegorie", e con la parziale eccezione di Rousseau, il romanticismo rimane sullo sfondo, la teoria della lettura elaborata da de Man è di fatto una teoria della condizione postromantica (che sarebbe allora un sinonimo di "postmoderna"). Se il romantico è, si potrebbe dire, ciò che "sporge" riflessivamente dal classico, il postromantico è ciò che "sporge" dal romantico istituendo una riflessione di secondo grado. Mentre allora il romantico avverte la perdita (della forma, della totalità) come una ferita da sanare, e attribuisce questo compito alla poesia (è l'utopia estetica del romanticismo, che de Man chiama "ideologia estetica"), lo sguardo postromantico avverte in quella perdita una condizione insanabile, ma anche, al tempo stesso, positiva perché produttrice di senso. La teoria della letteratura diventa così una teoria della lettura come scrittura di secondo grado, che riscrive i testi della tradizione mostrandone la retoricità inconscia.
Su questo carattere postromantico si potrebbe tuttavia discutere a lungo. L'idea di una critica che "produca" il senso latente del testo è già del tutto esplicita nei teorici della "Romantik" (soprattutto Schlegel), e il metodo decostruttivo potrebbe apparire da questo punto di vista come uno sviluppo radicale di quelle premesse. D'altra parte, l'esito paradossale della decostruzione dà da pensare: non si vede, in altre parole, perché la tensione tra senso proprio e senso figurato debba sfociare, regolarmente, in un paradosso logico per cui il testo si "avvita" su se stesso. È questo il "punto cieco" di de Man, il cui metodo sembra invocare a questo punto una metacritica che possa renderne conto. Ed è al tempo stesso una sorta di nemesi: come se i testi si ribellassero all'arguzia luciferina del loro analista, costringendolo, come dicono i francesi, a "piétiner sur place".

De Man in italiano

Di de Man, oltre ad "Allegorie della lettura", è stato tradotto ed è tuttora in commercio "Cecità e visione "(ed. orig. 1971, Liguori, 1975, a cura di Eduardo Saccone), che contiene anche, in appendice, "La retorica della temporalità" (ed. orig. 1969, trad. di Giancarlo Mazzacurati; ritradotto da Paola Ludovici in "Calibano", 1979, n. 3).
Esistono poi alcuni saggi apparsi su riviste o su raccolte: "Sulla resistenza alla teoria" (ed. orig. 1982, "Nuova" "Corrente", 1984, n. 93-94, trad. di Stefano Rosso) - ripubblicato nell'ottima raccolta curata da Andrea Carosso, "Decostruzione e/è America", Tirrenia Stampatori, 1994, che contiene anche "Il ritorno alla filologia" (ed. orig. 1982, trad. di Stefano Rosso) -; "Il compito del traduttore: conclusioni" (ed. orig. 1986, "L'ombra d'argo", 1987, n. 10, trad. di Fabrizio Bagatti; poi in Rossella Bernascone, "ABC della traduzione letteraria", Tirrenia Stampatori, 1994); "Fenomenalità e materialità in Kant" (ed. orig. 1984, in Marshall Brown, Vita Fortunati e Giovanna Franci, "La via al sublime", Alinea, 1987, trad. di Elena Ferrari).
Nel volume "Allegorie della critica" (Liguori, 1987, a cura di Mario Ajazzi Mancini e Fabrizio Bagatti) erano apparsi due capitoli di "Allegorie della lettura" ("Semiologia e retorica" e "La lettura (Proust)", trad. di Mario Ajazzi Mancini) e il saggio "Epistemologia della metafora" (ed. orig. 1978, trad. di Fabrizio Bagatti). Una traduzione parziale di "Paul de Man: l'ultima intervista" è uscita su "Alfabeta", 1984, n. 58, a cura di Stefano Rosso. Il volume "Retorica del romanticismo" (ed. orig. 1984) è in preparazione presso Einaudi.