L' amore ai tempi del colera

Gabriel García Márquez

Traduttore: C. M. Valentinetti
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Anno edizione: 1986
In commercio dal: 01/12/1992
Pagine: 372 p.
  • EAN: 9788804282235
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recensione di Puccini, D., L'Indice 1986, n. 5

Nel romanzo breve che precede questo romanzo fluviale (fluviale tanto in senso metaforico quanto referenziale), cioè la "Cronaca di una morte annunciata", che inaugurava la terza fase dell'opera complessiva di Garc¡a M rquez, tra il resoconto cronachistico appunto e la scrittura di memoria, si leggeva un episodio che va considerato il nucleo da cui si diparte "L'amore ai tempi del colera". Il quarto capitolo della "Cronaca", che pure inizia con l'autopsia del cadavere dell'uomo ucciso - ucciso nonostante l'intero paese già sapesse di quella morte imminente - contiene una storia d'amore assai singolare.
La storia si presenta con tutti i caratteri di quello che Tomasevskij ha chiamato "scioglimento regressivo": un correr dietro al personaggio di Angela Vicario molti anni dopo il delitto. Non solo la sposa respinta riacquista pian piano dignità di persona capace di un suo proprio riscatto (giudica la madre "una povera donna consacrata al culto dei propri difetti"), ma s'innamora veramente dell'uomo che non era riuscita a ingannare e anzi non aveva voluto ingannare, a proposito della sua verginità già perduta. Allontanata dal paese del suo 1/2scandaloÈ e di quel delitto, ella scrive all'ex-sposo Bayardo San Rom n un'infinità di lettere, via via più scoperte e incandescenti, a cui l'uomo non risponde mai. Ma un giorno, 23 anni dopo, mentre lei ricama con le amiche, Bayardo si ripresenta d'improvviso: entrambi provano un grande impaccio per i segni che il tempo ha lasciato sui loro corpi e sulle rispettive fattezze, ma non importa perché sentono che un amore nuovo è nato tra loro e in loro.
Anche nell'ultimo romanzo compaiono molte lettere d'amore, non nella loro trascrizione diretta ma, come nella "Cronaca", nella forma della narrazione indiretta. E sono quelle che Florentino Ariza scrive a Fermina Daza, cinquant'anni dopo il loro primo incontro: lei è rimasta vedova di un uomo, che ha finito per amare devotamente, anche se non in modo profondo, e con cui è vissuta felicemente per trent'anni; e lui, rimasto scapolo, ha continuato a coltivare quell'antica e impossibile passione come un rifugio e un ricordo incancellabile. E c'è anche una lettera che Fermina, da poco vedova scrive a Florentino, ma è una lettera indignata e cattiva in reazione furiosa alle poche parole di contenuto e rispettoso amore che lui ha pronunciato insieme alle condoglianze per la morte del marito di lei.
Ma l'episodio di "Cronaca di una morte annunciata" non è il solo lacerto di precedenti narrazioni che rivivono nel nuovo romanzo. L'inizio ricorda chiaramente la vicenda di "Foglie morte", sia pure, anche in questo caso, a parti lievemente invertite. Là si raccontava, attraverso i monologhi di tre personaggi, di un vecchio colonnello che visitava il cadavere di un dottore straniero suicida; qui troviamo il vecchio dottore, Juvenal Urbino, marito di Fermina Daza, che accorre invano al capezzale di un fotografo per bambini, anche lui suicida e anche lui straniero. È il giorno di Pentecoste e il dottore ottantenne si presenta con il suo solito portamento elegante: 1/2La barba alla Pasteur, color madreperla, e i capelli dello stesso colore, ben stirati e con la riga netta nel mezzoÈ. (Nella traduzione, assolutamente sciatta e scorretta, e in più punti segnata da brutti errori d'interpretazione, i capelli stirati sono diventati 1/2l'abito perfettamente stiratoÈ, un abito con una improbabile 1/2riga netta in mezzoÈ). E proprio al termine di quella giornata di festa, il dottore muore per un banale incidente. Sono le pagine più belle del romanzo e, come nella consuetudine ripetuta di Garc¡a M rquez (in "Cent'anni di solitudine" e ne "L'autunno del patriarca"), narrano un presente preciso per poi passare, nel prosieguo del libro, a tutta la ricostruzione 'à rebours' di un lungo passato, e alla sua rievocazione minuziosa e insistente.
L'altro brano ripreso da un precedente racconto di Garc¡a M rquez è nel finale del romanzo. Quando il capitano del battello della compagnia fluviale, di cui Florentino Ariza è presidente, gli
chiede per quanto tempo ancora vorranno fare su e giù per il fiume, con la bandiera gialla del colera issata sul pennone, per godersi in pace l'amore ritrovato, Florentino, che 1/2aveva la risposta pronta da cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti compreseÈ, esclama: 1/2Tutta la vitaÈ. Ed è la battuta finale che conclude il romanzo di questo amore di due anziani, innamorati come due adolescenti. Con un'analoga battuta termina il racconto "Nessuno scrive al colonnello", dove un vecchio colonnello, in vana attesa della pensione di guerra, e senza più nulla, alla moglie che si dispera e chiede 1/2e nel frattempo che cosa mangiamoÈ, risponde con la parola 1/2merdaÈ, una risposta maturata 1/2settantacinque anni - i settantacinque anni della sua vita, vissuti minuto per minuto".
Questi sono i ricordi puntuali di se stesso che Garc¡a M rquez esibisce, con giusta fedeltà alla propria fantasia e al proprio estro o, al contrario, con facile ricorso ad abili strumenti narrativi, ne "L'amore ai tempi del colera". L'impressione d'insieme è che egli ricorda più spesso, e in maniera talora corriva, alle sue indubbie qualità di scrittore per darci, dopo il successo di "Cent'anni di solitudine", non l'impervia vicenda e scrittura de "L'autunno del patriarca" (dove era evidente lo sforzo di stare all'altezza del capolavoro), ma piuttosto un'opera godibile, rassicurante, in apparenza ottimista e qui e là persino dolciastra. che corrisponde all'epoca delle tranquille fortune di un anch'esso meritato, ma probabilmente insidioso, premio Nobel. Si direbbe che a forza di essere un best seller grazie alle tirature raggiunte da "Cent'anni di solitudine" e con altri suoi libri, Garc¡a M rquez abbia finito per scrivere un po' come un best seller: ovvero, in altri termini, raggiunto un grande pubblico con un libro straordinario e di ricca, anzi straripante immaginazione, si senta ormai costretto ad accontentarlo nei suoi gusti più leggeri e placati con un romanzo d'amore, sia pure un romanzo d'amore che contiene qualcosa di paradossale, perché è un patetico amore tra due vecchi. Ma - ciò accade spesso - la spiegazione più semplice rischia di apparire, in uno scrittore di alta anche se talora esorbitante consapevolezza creativa, come tante delle sue prove dimostrano, troppo piatta e sbrigativa, come certi suoi occasionali e recenti detrattori hanno dimostrato. Nella costruzione di una complessiva immagine mitica e leggendaria del mondo del Caribe, Garc¡a M rquez ha pensato di aggiungere un tassello di agrodolce e melanconico sapore popolare, e l'ha trovato, con grande finezza, nello spaccato di una società tanto pittoresca quanto fragile e precaria. La sua è ancora una mitografia, seppure una mitografia mitigata.
Una delle più palesi concessioni al pubblico mi sembra l'infinita e spesso divertente casistica di amori facili e non facili a cui si abbandona il protagonista nell'esteso percorso del libro: ma di questo ex-telegrafista (altro ricordo d'altre narrazioni di Garc¡a M rquez), a parte o comprese le sue avventure sessuali, non ci rimane alla fine un'immagine convincente, come è tanto convincente invece quella del suo rivale, il dottor Juvenal Urbino, o quella della stessa Fermina Daza, che all'inizio dell'ultimo capitolo (altro brano stupendo del romanzo) rivive a suo modo il lutto dolente per il marito morto e, insieme, l'insorgere dell'amica passione per il suo smunto e pallido corteggiatore di molti anni prima.
Del resto, nella copiosa e gustosa rievocazione del passato Garc¡a M rquez oscilla tra una proustiana delicatezza di memorie attive e di psicologie sottili, e un descrittivismo tanto minuto quanto a volte ozioso, oppure tra un umorismo di bella grazia ispanica e una ricerca di effetti a buon mercato. Gustosamente umoristico è quando inventa nomi papali (Leone XII, Pio Quinto, ecc.) per la numerosa figliolanza di una famiglia; oppure leggiadro e arguto, quando ripete una sua speciale attrazione per gli specchi e fa che il suo personaggio, Florentino Ariza, si porti via lo specchio di un ristorante dove ha potuto contemplare, indisturbato, la sua donna del cuore durante una intera serata.
Preciso nella rappresentazione di un'epoca tra fine Ottocento e i primi vent'anni del Novecento, presieduta dalla Dea coronata del Progresso (a questo allude il distico iniziale, che il traduttore ha reso incomprensibile perché non ha capito che di progresso si trattava e non di "anticipo"), Garc¡a M rquez sembra aver seguito, nella puntigliosa esattezza della sua ricostruzione, quelle cinematografiche operate da un Visconti e certamente si è ispirato alle storie dei suoi genitori e in parte dei suoi nonni. Egli ha così raggiunto una nuova qualità di narratore, tra oggettivo ed evocativo, quale, in America Latina, posseggono pochi scrittori, o forse solo Alejo Carpentier, ingiustamente quasi ignoto in Italia e richiamato a casaccio da qualche critico in vena di rapide improvvisazioni.
Anche se le soluzioni formali e i valori di contenuto sono assai distanti da quelli di "Cent'anni di solitudine", qualche dato sostanziale di questo "L'amore ai tempi del colera" dimostra che le due opere sono unite nel profondo, oltre che dall'ariosa scrittura di entrambe. Non è vero, come potrebbe apparire a prima vista, che Garc¡a M rquez abbia smarrito il suo complesso concetto di solitudine, elemento portante del libro maggiore: se in "Cronaca d'una morte annunciata" la solitudine era quella acefala e desolata di una 'lonely crowd' d'un paese del Caribe, qui la solitudine si tinge della medesima tinta che segnava la sorte dei Buendia: il disamore (al di là, forse, delle stesse intenzioni dell'autore). Se solo è possibile un amore tra ottantenni, ciò che domina relazioni matrimoniali o relazioni puramente sessuali è la solitudine del non amore o della consuetudine.
C'è però un altro modo ancora di sottolineare il passaggio dal romanzo del '67 al romanzo dell"85: Garc¡a M rquez sembra aver sostituito il tono paradossale e iperbolico, che rendeva meraviglioso il suo reale immaginario, con il tono superlativo. Mi spiego: l'iperbole permette il volo dal quotidiano al fantastico, dalla realtà al mito, dal descrittivo al visionario. Remedios, la bella di "Cent'anni di solitudine", sale in cielo mentre stende le lenzuola al sole e al vento: una sensazione di volo si trasforma così in volo effettivo. Potenza dell'iperbole. A parte due o tre punti in cui l'iperbole alita anche in questo romanzo, qui ciò che domina è il tono superlativo. Un compiacimento dello straordinario e del sorprendente, che permette una scrittura che solo innalza di una buona spanna il quotidiano, quello degli accadimenti normali o abitudinari, e delle tristi o allegre vicende dell'umano troppo umano. Lo si vede da come anche qui, e qui più che mai, Garcìa Màrquez insiste su una formula consueta e frequente nella sua scrittura: 1/2l'unica cosa che non gli venne in mente...È; "l'unica ragione per cui mi duole di morire è che non sia per amore"; 1/2l'unica cosa che rimase di quell'infortunio a Florentino Ariza..."; ecc. Uno stilema o una maniera dove si coglie in trasparenza la volontà di suscitare l'effetto di stupore e di sorpresa, che comunque egli trasmette costantemente a chi legge. Si tratta di un espediente speciale che, con altri consimili, produce un romanzo di amenissima e corposa lettura, estratto da una doviziosa e concreta esperienza vitale.