L' analfabeta. Racconto autobiografico

Agota Kristof

Traduttore: L. Bolzani
Editore: Casagrande
Collana: Scrittori
Anno edizione: 2005
Pagine: 53 p., Brossura
  • EAN: 9788877134264

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Recensioni dei clienti

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    Argante72

    16/10/2007 10:06:04

    L'ho sentito leggere da Lella Costa al Circolo dei Lettori di Torino qualche giorno fa. Splendida lettura di un libro bellissimo e commovente, tutto autobiografico. Certo la perfetta lettura della Costa l'ha ulteriormente nobilitato :o)

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    Davide D.

    10/03/2007 11:03:39

    Una brevissima autobiografia interessante per conoscere l'autrice ma sicuramente non bellissima in quanto opera letteraria.

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    Rob

    21/01/2007 20:47:29

    Col suo consueto stile asciutto, essenziale, la Kristof srotola la vita e le sue sorprese amare, questa volta con l’inedita variante del racconto autobiografico. Al contrario degli altri suoi scritti, l’autrice è presente, si sente, e questo produce l’effetto strano e meraviglioso di sentire una favola raccontata da una persona abitualmente burbera. In questo racconto, emerge quanto della Kristof sia contenuto nelle altre sue opere. Gli esercizi di silenzio, di immobilità, di digiuno, non erano bizzarra invenzione di Klaus e Lucas ne Il Grande Quaderno. L’analfabeta riassume collocandoli nella propria vita, tutti i temi così cari alla Kristof, come la separazione dagli affetti, l’abbandono del paese, il doloroso perenne stato di profuga che così intensamente stillato dalla sua penna. Un ricordo scuro e insieme affettuoso, la salvezza trovata non senza difficoltà nella scrittura. Un racconto scarno, misurato, didascalico, ma non per questo scevro di poesia. Proprio per questo al contempo ironico e toccante, secco come cicatrici di ferite profonde e antiche. Una lettura veloce, dal punto di vista letterario non impegnativa, dal punto di vista emotivo, invece, il concentrato di universo che doveva precedere il big bang. Per la prima volta affiora la Kristof donna, la Kristof madre, con brevissimi discreti accenni che potrebbero essere fraintesi per mancanza di comodità in questi ruoli. In verità la Kristof nel proprio scrivere è donna libera dallo stato di donna. Scrive come un essere neutro, per questo sconvolgente e insieme magnifico. Questo racconto avvicina sul piano umano a questa scrittrice così spigolosa, così criptica a volte. Emergono intelligenza e sensibilità immense, smisurate quanto il dolore patito e le ferite subite. Insieme, una forza sorprendente, una cristallina narrazione della propria verità, come proclamazione di dignità ultima e suprema.

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    Antonio Gatti

    20/10/2006 10:16:41

    Per chi ha letto la Trilogia, questa autobiografia e' un passaggio immancabile per capire ancora piu' a fondo l'autrice, il contesto in cui si e' formata, la solitudine, le difficolta'... ed e' anche un bellissimo racconto!

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    Andrea

    12/07/2006 18:48:58

    "Mi alzo,leggo. Mi vergogno. E' corto. Molto corto,troppo corto. Quando finisco, il professore dice alla classe: "E' così che dovete imparare a scrivere. E' breve, coinciso, essenziale." Agota è rimasta così come quando scriveva a 10 anni e l'Analfabeta è una piccola gemma. Forse, questa volta, troppo corta davvero.

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    ilaria

    01/04/2006 18:30:56

    trovo che sia un libro molto interessante e scritto molto bene...lo consiglierei a persone di tutte le età...

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    Adam

    02/01/2006 14:38:31

    Uhi, no no! Che delusione! Ho letto la trilogia con vera passione, è stato un colpo al cuore, una vera forza letteraria e umana, terra desolata baciata dal dolore dei bambini, fino a diventare poetica. Questi "racconti autobiografici" sono quel che sono: accenni, ricordi, con lingua spoglia e tagliente, certo, ma con sforzo minimo. Secondo me l'hano pubblicaot perché non c'era nient'altro da pubblicare di quest'autrice. Forse come introduzione alla sua opera può andar bene, ma sennò, leggete il resto, non questo opuscoletto!

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    babipirate

    21/12/2005 15:08:00

    l'autrice in questo libro racconta la sua vita.. di come a quattro anni leggesse(in ungherese)"tutto cio che è a caratteri di stampa", del collegio, della morte di Stalin, delle lingue nemiche..e di come dopo la fuga da un paese pieno di odio si ritrovi analfabeta..di fronte a una nuova lingua di uso comune,in un nuovo paese. BELLO! Mi ha piacevolmente interessato..non l'ho trovato dilungato, ma di poche parole: le essenziali.. anke se, all'inizio, mi aspettavo un libro completamente diverso, poichè il titolo mi aveva fatto tornare in mente "LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE"(il quale mi aveva coinvolto molto)

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    Luigi Toni

    07/10/2005 23:13:02

    “Leggo. È come una malattia. Leggo tutto ciò che mi capita sottomano, sotto gli occhi: giornali, libri di testo, manifesti, pezzi di carta trovati per strada, ricette di cucina, libri per bambini. Tutto ciò che è a caratteri di stampa”. Agota ha quattro anni, la seconda guerra mondiale è appena cominciata, ma lei legge di tutto, non fa nient’altro che leggere. Suo padre è l’unico maestro del paese in cui vive. Non sa far altro che leggere e raccontare storie. A quattordici anni entra in collegio. 1953. Muore Stalin, il “faro luminoso” come viene definito dall’insegnante del collegio. Altra lotta per liberarsi dall’indottrinamento. Ma il terremoto arriverà 36 anni dopo, con molti morti sulla coscienza del dittatore-tiranno. Dopo l’arrivo dei carri-armati a Budapest, Agota, ormai ventunenne e con una bambina, fuggirà, oltre la frontiera, alla volta dell’Austria (dove conosce i libri del suo adorato Thomas Bernhard) e poi in Svizzera, trovando lavoro come operaia in fabbrica. Lì conoscerà quello che definisce un “deserto”, per raggiungere l’integrazione, l’assimilazione. Ma nonostante la perdita della lingua materna e l’incapacità di parlare quella nemica, l’unica ambizione di Agota sarà quella di scrivere, scrivere sempre (“non ho mai nutrito alcuna ambizione se non quella di diventare scrittrice”), oltre il disinteresse degli altri, i rifiuti degli editori (tra cui Gallimard e Grasset). I primi successi con due pièce teatrali scritte volutamente in francese nel 1972. E infine Gilles Carpentier delle edizioni Seuil che chiama Agota per dirle che erano anni che non leggeva nulla di così bello. Infine, la consapevolezza che la scelta della lingua francese le sia stata “imposta dal caso, dalle circostanze”, e che anche se non scriverà mai come gli scrittori francesi di nascita, scriverà come al suo meglio, accettando la sfida “la sfida di un’analfabeta”. La grande scrittrice ungherese, residente in Svizzera, compie il suo viaggio nella memoria con questo stupendo romanzo autobiografico, asciutto e limato fino all’osso

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    dimitri

    04/07/2005 18:47:41

    una delicata e palpabile descrizione della realtà dell'esilio traffitta da quelle attese di un prodigio che ci riporti alla terra d'origine. Bambini. Perchè le regressioni infantili sono comuni, si piange e si desidera la sicurezza del mondo materno. Non poteva essere altrimenti. Perché quella speranza di recuperare il territorio, le parole, i sentimenti, la speranza di recuperare il passato, diventa ossessiva nostalgia, diventa in molti casi malattia, separazione, estraneità, la doppia memoria. bello.

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    Aurelia

    26/02/2005 19:32:36

    Stupendo: una pugnalata di verità. Da leggere e rileggere.

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    Annamaria

    16/02/2005 17:55:47

    Un racconto essenziale, meraviglioso nella sua pungente semplicità. Una piccola perla che ti riconcilia con la lettura.

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    Alina

    08/02/2005 19:11:05

    Non so bene. Da un lato sono sconvolta dalla forza con cui, con così poche parole, con calcolati silenzi, la scrittrice arriva a dire tutto, senza retorica ma senza falso pudore. Però è anche vero che mi manca qualcosa, rispetto alla trilogia della città di K. Avrei voglia di un vero nuovo romanzo, di un colpo al cuore come gli altri. Però: molto rispetto, molta ammirazione.

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    SIMONA CORTESI

    29/01/2005 23:10:32

    L'analfabeta di cui parla questo libro è la stessa Agota Kristof , che ci racconta la sua fuga dall'Ungheria nel 1956 e la sua vita da profuga in Svizzera, il lavoro in fabbrica, la fatica di scrivere in una lingua straniera. Lo stile è quello delle sue opere maggiori, semplice, tagliente e ironico, con in più una sorprendente dose di tenerezza. Un libro toccante come solo ciò che è autentico e sincero fino in fondo riesce ad essere. Non sembra casuale che la stessa casa editrice abbia appena pubblicato "Luce rubata" di Hubert Mingarelli: un altro grande scrittore francese che ha saputo abbordare temi forti come quello della guerra con uno stile asciutto e quasi infantile.

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È da Ieri (diventato Brucio nel vento per la regia di Silvio Soldini) che Agota Kristof non scrive. Non per angoscia della pagina bianca o per deliberata scelta, ma perché ritiene di avere detto tutto nella famosa Trilogia della città di K. (Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna). L'analfabeta e La vendetta compaiono ora in libreria quasi per caso, grazie a un ritrovamento casuale nell'archivio dell'autrice, di recente trasferito alla biblioteca nazionale di Berna.

L'analfabeta è un racconto autobiografico creato in origine per una rivista zurighese: Kristof, nata in Ungheria nel 1935 e da lì fuggita nel 1956, parla di sé, della sua vita sradicata e del difficile rapporto con la scrittura, fin da quando, a quattro anni, leggeva tutto ciò che le capitava tra le mani. All'inizio scriveva testi che venivano recitati con successo dai compagni di scuola. Una pratica ripresa in Svizzera, e la sua prosa ha infatti mantenuto quel ritmo particolare della scrittura nata per l'oralità, che riduce al minimo l'intervento del narratore, riportando fatti e pensieri con rarissimi commenti. In una sorta di registrazione sospesa, Kristof crea un ponte tra lei giovane lettrice e noi lettori, costruendo un racconto che sfiora soltanto l'autobiografia per diventare una riflessione sull'arte di scrivere, un omaggio alla letteratura. Ripercorre le tappe che l'hanno condotta alla scrittura attraverso un apprendimento linguistico che coincide con l'accettazione della nuova vita di profuga. La storia si segmenta in capitoli, ciascuno dedicato a una fase del cammino verso l'integrazione forzata, e apre una prospettiva diversa su temi duri, multiformi e cari alla letteratura: l'infanzia, la frontiera, l'appartenenza, la memoria.

Sin dal primo evento traumatico, il trasloco a nove anni in una città di frontiera, il ricordo si focalizza sull'elemento linguistico, veicolo di comunicazione e di emozioni. Un quarto della popolazione parla tedesco, lingua della dominazione austriaca e dei soldati che in quel periodo occupano il paese. La seconda lingua straniera, all'improvviso obbligatoria nelle scuole, è il russo. Ma nessuno lo conosce. Ai professori sono imposti corsi intensivi, con scarsi risultati: "Un sabotaggio intellettuale nazionale, una resistenza passiva naturale, non concordata, che si mette in moto da sé" e che le generazioni successive, finché il russo non scompare, continueranno ad alimentare. Ancora alla fine degli anni ottanta, quando l'inglese, il francese e l'italiano (oggi diffusissimo) erano scarsamente praticati in Ungheria, il viaggiatore poteva ricorrere al tedesco, parlato senza entusiasmo, ma soprattutto non doveva menzionare il russo. Nel suo francese leggero, stringato, elementare, reso crudele dalla totale assenza di concessioni poetiche, Kristof stilizza le coordinate di una violenza culturale assoluta contro "i piccoli paesi senza importanza".

La battaglia con un alfabeto oscuro è però solo l'inizio, perché dopo la fuga in Austria, e da lì in Svizzera, sceglie di scrivere in francese. Solo – lei dice – per poter essere letta. Ed è un'altra lingua nemica, del tutto sconosciuta, contro la quale inizia "una lotta accanita e lunga, che di certo durerà per tutta la mia vita. Parlo il francese da più di trent'anni, lo scrivo da vent'anni, ma ancora non lo conosco". Non sono rari gli scrittori che scelgono di articolare pensieri e affetti in un diverso idioma, per recuperare parti di sé o invece sfuggire al dolore imponendo un filtro emotivo ai ricordi. Nel caso dell'emigrazione forzata, l'esiliato è costretto ad appropriarsi di un altro mondo linguistico, e la nostalgia finisce per coagularsi intorno alla lingua perduta dell'infanzia, lingua dimenticata, proibita, salvata. Pensiamo al russo di Nabokov, le cui vocali a forma di arancia niente hanno a che vedere con quelle inglesi simili a limoni, come diceva ai suoi studenti; al tedesco "incantato" nei sussurri dei genitori che Canetti scelse quale lingua di scrittura; all'inglese del rifugiato ebreo Fred Uhlman, che affida al suo personaggio più noto, protagonista di L'amico ritrovato, il bisogno di tagliare via un passato drammatico, fino a rinnegare la lingua madre; al francese atipico dell'argentino Bianciotti, veicolo di recupero di antichi familiari suoni piemontesi.

L'apprendistato linguistico di Kristof risulta lento e faticoso, frastagliato, passa per un lavoro in fabbrica che offre conforto materiale e non facilita il contatto umano; soprattutto, distrugge la speranza di aver partecipato a qualcosa di importante, di aver ripreso in mano la propria vita. Dopo cinque anni parla francese, e ancora non lo sa leggere: "non so come ho potuto vivere senza la lettura per cinque anni". Imparerà con la figlia che intanto va a scuola, e seguendo corsi per stranieri. Ma il paese ospitale che ha offerto rifugio e protezione, accolto i profughi con cioccolato e frutta coccolandoli come in un "giardino zoologico", diventa un deserto sociale e culturale da attraversare per giungere a quella "che chiamano l'integrazione, l'assimilazione". Molti soccombono. Lei, tornata "analfabeta" come recita il titolo, riapprende la vita in una lingua "nemica", diversa, pesante, povera di ritmo e di vocabolario, imposta dal caso e dalla necessità, ricusata senza appello perché "sta uccidendo la mia lingua materna". Nel suo lavoro di tessitura associativa, Kristof sostiene che il francese distrugge anche la memoria, i suoni dell'infanzia e gli eventi precedenti la fuga dall'Ungheria. Diventa lo spartiacque fra il prima e il dopo, fra la realtà e il sogno, "come se la mia memoria rifiutasse di ricordare il momento in cui ho perso una parte importante della mia vita".

La trasmigrazione linguistica sembra la radice remota del senso di estraneità che pervade una scrittura precoce, conseguenza del talento affabulatorio infantile, e fin da subito cifra della rottura, compagna dei "giorni cattivi" e degli anni "non amati". Quando, separata dai genitori, entra in collegio in una città sconosciuta, scrivere sarà l'unica soluzione per sopportare il dolore del distacco, il senso di abbandono e la perdita della libertà, resi più acuti dalla noia delle ore di silenzio obbligato. Finiti rapidamente i compiti, Agota scrive un diario, inventando un codice privato in cui ricostruisce il suo mondo. "Ho lasciato in Ungheria il mio diario della scrittura segreta, e anche le mie prime poesie. Ho lasciato là i miei fratelli, i miei genitori, senza avvisarli, senza dir loro addio, o arrivederci. Ma soprattutto, quel giorno di fine novembre 1956, ho perso definitivamente la mia appartenenza a un popolo".

Sul filo degli anni, Kristof ha registrato questa mancanza e l'impotenza che ne deriva nei testi brevi, fulminei e fulminanti appena pubblicati in Francia da Seuil (C'est égal, 2005) e già tradotti in italiano con il titolo della storia che l'autrice dice di sentire più vicina, La vendetta (Einaudi, 2005). È di nuovo un recupero di scritti del passato, slegati tra loro e non autobiografici, se non per la consapevolezza, amarissima, che "forse fuori c'è una vita, ma in questa vita non succede niente. Almeno per me. Per gli altri può darsi che qualcosa succeda, possibile, ma non m'interessa più" (Penso). Ma tutti sono clandestini della vita, l'estraneità al mondo è quasi un mestiere: il venditore non vende, il ladro non ruba, lo scrittore non scrive. L'uomo che trascorre il tempo in attesa di una lettera che gli riveli le sue origini non riesce ad affrontare la realtà quando la riceve; l'altro, che passa le giornate vicino al telefono sperando di essere chiamato anche solo per errore, finisce per sottrarsi al desiderato incontro con una donna sconosciuta.

In quelle pagine degli anni settanta la piccola Agota che abbandona la città natale rivive nel bambino in lacrime di fronte al trasloco dei vicini, perché "lasciare una casa per un'altra è triste come se avessero ucciso qualcuno" (La casa). E infatti la vecchia casa diventa il suo interlocutore quando a sua volta gli tocca partire. Torna spesso a trovarla per chiederle se soffre quanto lui e, diventato ricco, ne fa costruire una esattamente uguale, con la veranda e la vigna che si arrampica sui muri. Ma la nuova casa del bambino cresciuto, così come la nuova lingua della scrittrice ritrovata, non rimargina la ferita, e l'uomo se ne va senza dire nulla a nessuno, altrove, in un'esistenza di aerei, navi, treni e alberghi. "Sarà in questa o in un'altra vita? Tornerò a casa, una casa che non ho mai avuto, o troppo lontana perché me ne ricordi, perché non era, non è amai stata veramente casa mia" (Casa mia).

Se in L'analfabeta il tormento che anima il processo creativo si stempera un poco attraverso la scrittura, risorsa ultima cui attingere per ricostruire, qui non rimane che l'osservazione impotente: "qualcuno canta qualche cosa. Fa lo stesso, non è nemmeno bello, è una canzone triste, antica" (Fa lo stesso). La canzone triste e antica che rende alla fine tutto uguale è il fil rouge che lega L'analfabeta all'ultimo racconto (Mio padre), il più autobiografico nel senso letterale del termine. Kristof vi narra il ritorno nella nazione d'origine per il funerale del padre. Trentasei ore di treno e ventiquattro di sosta nel passato di un luogo praticamente sconosciuto, col pensiero remoto di rubare l'urna per interrarla nel paese natale, sulla riva del fiume, nella terra nera. E la subitanea tragica presa di coscienza che quel posto non lo conosce, perché da nessuna parte suo padre ha passeggiato con lei tenendola per mano.