Anche mio zio Gustave Flaubert era un letterato

Caroline Commanville

Traduttore: R. Tinti
Curatore: G. Scaraffia
Collana: La memoria
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 28 settembre 1992
Pagine: 88 p.
  • EAN: 9788838908415
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    Cristiano Cant

    06/08/2017 08:38:05

    Lui stesso amava definirsi "un orso delle caverne", tanto era schifato dal sociale più inetto, dalla tediosa sonnolenza del mondo borghese, ma soprattutto dannato dalla voce della sua opera, dalla sete di perfezione, da migliaia e migliaia di correzioni capaci di far diventare un blocco di fogli di cento pagine si e no nove passabili. E' famosa in tal senso una sua frase: "La correzione fa al pensiero quello che l'acqua dello Stige faceva al corpo d'Achille. Lo rende invulnerabile e indistruttibile". Questi ricordi della nipote spiazzano e inteneriscono se solo si riporta quello che lei stessa, ormai ottantunenne, disse a Willa Cather, incontrandola, nel 1931: "Anche mio zio Gustave Flaubert era un letterato, forse lo conoscete". Le abitudini, i fastidi, le dolcezze e i rifiuti, tutto viene narrato qui con delicatezza attentissima. Stupende si riaffacciano quelle passeggiate dopo pranzo in campagna quando, a un certo punto, una nuvola saliva in cielo. Era il fumo del battello a vapore, mezzo che Flaubert adorava. Scrive Caroline: "Niente è tanto maestoso e bello quanto quei convogli di case galleggianti che vi parlano di paesi lontani". E ancora le ore di lezione insieme, quando lui le parlava di Alcibiade, Alessandro, Cambise, pretendendo dall'allieva attenzione e disciplina per quel tempo offerto all'apprendimento, ma anche piccoli aneddoti curiosi, la storia ad esempio di Narcisse, il domestico di Flaubert, che una sera tornò ubriaco e chiese allo scrittore di aiutarlo a togliersi gli stivali. Gustave glieli tolse. I libri letti, le amicizie contate, un carattere difficile ed esigente, l'odio e il disprezzo per i critici, rei di giudicare tutto senza aver prodotto niente: "preferisco i mercanti di candele ai critici". Fino agli ultimi giorni, dove una fulminante apoplessia se lo prese con orrida avidità, alleggerendo così la terra di un cuore che non era semplice (come uno dei suoi capolavori), ma un meraviglioso diamante, intrattabile per unicità e meraviglia.

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Caroline, a lei erano dedicate forse le uniche sere che Flaubert sottraeva al lavoro instancabile e meticoloso di scrivere.