Gli anelli di Saturno

Winfried G. Sebald

Traduttore: A. Vigliani
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2010
In commercio dal: 10 novembre 2010
Pagine: 307 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845925092
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Descrizione
"Pellegrinaggio in Inghilterra" recita il sottotitolo. E di un viaggio solitario si tratta, d'estate e per lo più a piedi, nel Suffolk, dove Sebald visse sino all'ultimo: in uno spazio delimitato da mare, colline e qualche città costiera, attraverso grandi proprietà terriere in decadenza, ai margini dei campi di volo dai quali si alzavano i caccia britannici per bombardare la Germania. Viandante saturnino ("Nato sotto il segno del freddo pianeta Saturno" dice di sé nel poemetto Secondo natura), Sebald ci racconta - lungo dieci stazioni di un itinerario che è anche una via di fuga - gli incontri con interlocutori bizzarri, amici, oggetti che evocano le fasi di quella "storia naturale della distruzione" che scandisce il cammino umano e il susseguirsi degli eventi naturali. E ci racconta storie di altri vagabondaggi ed emigrazioni, di cui la sua vicenda personale è estrema eco: quelli di Michael Hamburger, poeta e traduttore di Hòlderlin, profugo anche lui dalla Germania; di Joseph Conrad, che nel Congo conosce la malinconia dell'emigrato e l'orrore per le tragedie del paese di tenebra; di Chateaubriand, esule in Inghilterra; di Edward Fitz-Gerald, eccentrico interprete della lirica persiana, che a bordo della sua piccola imbarcazione trascorre ore in coperta, con in dosso marsina e cilindro e un lungo, svolazzante boa di piume bianche intorno al collo. Pellegrinaggio e insieme labirinto, nella miglior tradizione sebaldiana.

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    MD

    23/06/2017 12:44:32

    Radicatosi nel Suffolk inglese (East Anglia), pur non avendo smesso di scrivere in tedesco, W.G. Sebald vedeva la madrepatria dalla prospettiva dell’esule: – un romantico walseriano Wanderer alle prese con le ‘sortes germanicae’, ma armato solo del desiderio di camminare e camminare e ancora camminare, lungo un angolo di terra da scoprire in un tempo malinconico, se non perpetuamente tragico; in una “notte del tempo” per la quale l’unico senso della vita era «vivere», e «camminare» il più sublime modo di essere vivi. Mentre insensata, al di sopra del viandante e del suo paesaggio, era la forestiera morte. Siamo in un periodo successivo alla grande guerra, ma sempre avviluppato nell’ombra triste del torpore bellico. E Sebald con il piacere di «guardare» si muove per strade e crocicchi, per la campagna rigogliosa. Ha il puro sguardo che rinviene indizi, ponti sottili verso il passato, amplificazioni di piccole tracce scoperte attraverso il paesaggio, isolate in una rete di impressioni: lo spesso e prolungato tempo dietro alle immagini dei luoghi, sublimato oltre la soglia della riflessione. Ogni suo passo si compie nel modo dell’inquietudine e della pazienza. La sebaldiana ‘metafora del trauma’, paragonabile alla ‘metafora della malattia’ in Petrarca (e in Kafka!), viene a costituire il nòcciolo, cioè l’elemento centrale e più profondo della scrittura. E dalla stessa arriva quel tono etico di malinconica pazienza, di attesa di giungere ad un traguardo, proprio del pellegrino, ma anche e di nuovo del Petrarca, se pensiamo alla sua lenta ascesa al Monte Ventoso. O, in seconda battuta, al viaggio in Terra Santa dal poeta immaginato, ripercorrendo le orme di Omero, Virgilio, Orazio, Lucano…, nell’erudito “Itinerarium”. Un dialogo serrato tra la personalità dello scrittore e i luoghi, la loro progressiva distruzione, ultimo riverbero di una guerra che prosegue con altre forme: meno evidenti, non meno atroci.

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    AdrianaT.

    06/04/2017 08:16:55

    Ho stentato ad entrare in orbita e a restarci. Dall'introduzione mi aspettavo un diario di viaggio con una certa progressione, snellezza e regolarità; alla Fermor o alla Bryson o Terzani, per dire, con tanto di adorata cartina e veloci aneddoti vari ed interessanti. E invece foto sgranate, tante digressioni su personaggi, avvenimenti, storie nelle storie e lunghe descrizioni che mi hanno un po' spiazzata. Ho resettato il sistema e, anche se frammentato, il viaggio riprende e prosegue e, alla fine, anche se pesantuccio e ci vuole pazienza, qualche piccola soddisfazione la dà nonostante la scrittura coltivata e fredda, non molto attraente né particolarmente coinvolgente.

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    Loris

    07/04/2016 13:48:39

    La prima ed evidente peculiarità di Sebald è la presenza nel testo di immagini (fotografie scattate in prima persona o recuperate da archivio) che vanno oltre la semplice illustrazione. È una modalità narrativa che conduce il lettore in un territorio tra il saggio e il romanzo, dove la memoria storica e la digressione erudita offrono spunti in abbondanza. Ci si può esercitare a trovare motivi ricorrenti o abbandonarsi alla prosa densa ed elegante. L'autore condivide lo status di emigrante e di viaggiatore con una serie di figure in cui si specchia: gli amici e i conoscenti occasionali si mescolano ai personaggi storici, Conrad in primis. Su tutto sembra aleggiare un senso di consunzione e distruzione che si applica sia alla natura che all'opera dell'uomo. Alcune tra le pagine più suggestive riguardano la descrizione di una città costiera progressivamente cancellata dall'avanzare del mare e il senso di straniamento indotto dagli effetti devastanti di una tempesta notturna su un folto bosco, completamente divelto. L'ultimo capitolo dedicato alla sericoltura però suggerisce la possibilità della metamorfosi, della bellezza (transitoria) che può nascere anche dalla distruzione. In sintesi, questo di Sebald è un libro denso ed affascinante, un pellegrinaggio in east-anglia che conduce ad altezze metafisiche.

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    flavio alberto

    15/03/2011 17:58:14

    Poesia vissuto storia e destino; questi gli ingredienti che Sebald riesce magnificamente a connettere in questo e nei suoi altri romanzi.Con la sua voce originale e indimenticabile, riesce a cogliere il senso(?) della vecchia-nuova Europa di fine '900, a trasmetterne al lettore testimonianza.

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