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Jorge L. Borges, Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: XXX-538 p. , Brossura
  • EAN: 9788806186357

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    alida airaghi

    27/02/2017 13.54.15

    Prima edizione nel 1940, seconda nel 1965. Senza enunciare alcun canone del fantastico, nelle prefazioni gli autori parlano solo del criterio edonistico che ha guidato le loro scelte, secondo uno sguardo soggettivo deciso a rivendicare a se stesso la responsabilità di includere o scartare autori diversi per epoche e origini e fama, ma accomunati dalla volontà di “raccontare una storia fantastica sostenuta da una trama precisa”, in polemica con la letteratura psicologica o realistica imperante a livello mondiale tra 800 e 900. I tre antologisti scelsero di allineare i testi in ordine alfabetico, aldilà di qualsiasi classificazione cronologica o geografica o di valore, creando nel lettore effetti di straniante sospensione, attesa, curiosità. Così autori medievali seguono o precedono scrittori d’avanguardia, il nostro Papini succede a O’Neill, Kafka anticipa Kipling. «Antiche come la paura, le storie fantastiche precedono la scrittura», scriveva Bioy Casares nella prefazione del 1940, assicurando che spettri, incubi e fantasmi esistevano già nella Bibbia, in Omero, nelle Mille e una notte; da sempre ciò che caratterizza un racconto fantastico è l’ambiente in cui si svolge, l’atmosfera di mistero, la sorpresa, la dislocazione spaziale o temporale, l’esaudimento di desideri, la metamorfosi, l’orrore, il fatto soprannaturale o metafisico. Insomma, tutto ciò che non è facilmente e razionalmente spiegabile e motivato. In questo senso, aggiungeva Borges, «tutta la letteratura è fantastica»: proprio perché non si potrà mai ridurre a calcolo, profitto economico o interesse politico. E concludeva: «Le più belle antologie le fa il tempo», salvando nella memoria dei lettori anche pagine consunte dal trascorrere di decenni e secoli: infatti qui troviamo Petronio, Niu Sengru, Rabelais, Carlyle. Ma anche Poe, Wells, Joyce, Cortàzar e gli stessi tre autori. Perché, come scrive Ernesto Franco nella presentazione, questa più che un’antologia, «è l’autoritratto di un’amicizia».

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