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Claude Meillassoux

Traduttore: G. Riccardo
Anno edizione: 1992
Pagine: 352 p.
  • EAN: 9788842509479

recensione di Remotti, F., L'Indice 1992, n. 8

Si tratta di un libro importante, e impegnativo. Lo si scorge già dal titolo con quell'abbinamento di parole ("antropologia" e "schiavitù") che fa intravvedere possibilità di connessione, campi di ricerca e assunzione di consapevolezza finora alquanto trascurate. È importante, innanzi tutto, in quanto ricorda all'antropologia, in un momento in cui essa - schiacciandosi sull'etnografia del presente - sembra aver preso una piega quasi di tipo letterario, rifuggendo dalle grandi generalizzazioni sia di ordine scientifico sia di ordine storico, gli impegni e le responsabilità che il nome comporta. Di che cosa deve occuparsi l'antropologia? Dei minuscoli angoli di mondo che predilige e in cui ama rifugiarsi, accettando o accontentandosi di una prospettiva "minimalistica" (come di recente ebbe ad esprimersi un collega cattedratico)? Può davvero abbandonare - ed eventualmente, a quale prezzo - lo stile di certi grandi temi che l'antropologia aveva ereditato dalla cultura dell'Ottocento? In secondo luogo, l'importanza delle prolungate ricerche africanistiche di Meillassoux confluite in questo suo libro consiste nell'affiancare e per certi versi opporre (come vedremo meglio in seguito) all'insistito tema della parentela, tipico dell'etnologia africanistica e dell'antropologia in generale, una questione che ben di rado gli antropologi hanno affrontato.
Del resto, le due considerazioni sono consequenziali. Il presente etnografico (qui inteso non tanto come convenzionale espediente espositivo, ma come ancoraggio pressoché esclusivo all'esperienza vissuta dell'antropologo sul terreno) induce ad analizzare sistemi di parentela, organizzazioni politiche, istituzioni economiche, giuridiche o religiose come dimensioni del funzionamento attuale o in trasformazione delle società considerate. Nel presente degli etnografi la schiavitù risulta inesorabilmente lontana nel tempo. Se Meillassonx si fosse limitato ai dati del suo presente etnografico (in questi ultimi decenni), avrebbe potuto parlarci quasi soltanto di ricordi che ancora oggi la gente mantiene: la sua indagine avrebbe finito per riguardare probabilmente le immagini, più o meno sfocate, che i suoi interlocutori africani conservano o rielaborano di questa istituzione ormai tramontata. Meillassoux ha voluto invece ricostruire il "sistema" (non le "immagini") della schiavitù; e per fare questo ha dovuto addentrarsi nelle profondità della storia africana, e in particolare dell'Africa occidentale che egli soprattutto conosce.
Nella sua introduzione al volume Alessandro Triulzi definisce il lavoro, anzi l'"antropologia" di Meillassoux come "etnostoria al suo meglio". Si potrebbe forse riproporre questo nesso in senso inverso: la vasta ricostruzione etnostorica di Meillassoux è anche il modo mediante cui egli ha saputo riguadagnare all'antropologia una sua originaria ampiezza di orizzonti tematici. Forse Triulzi non sarebbe d'accordo sulla plausibilità di questa inversione di obiettivi terminali (dall'etnostoria all'antropologia). Egli infatti sottolinea che "gli esempi sono tratti senza eccezione dalla zona sahelo-sudanese" e che l'autore "rigetta esplicitamente ogni forma di comparativismo 'selvaggio'" (p. 8). E tuttavia, al di là delle cautele in termini comparativistici (p. 26) e oltre ai riferimenti programmatici alle tesi di Marx e di Engels troviamo nette dichiarazioni di Meillassoux circa l'opportunità di intendere la schiavitù come "un periodo della storia universale": "la sua'genesi' - egli sostiene - è la somma di tutto quanto è avvenuto durante un tempo indeterminato in luoghi diversi", praticamente in "tutti i continenti" (p. 25). Inoltre, proprio nelle conclusioni prospetta la possibilità di una "concettualizzazione teorica" più spinta (potremmo dire: più antropologica), per conseguire la quale "bisognerebbe affrontare lo studio degli esempi classici dell'Antichità dell'Oriente musulmano o delle Americhe, sulla base di una caratterizzazione che li renda paragonabili fra loro" (p. 305). Non è certo questo lo scopo del libro: l'"antropologia" che ci propone è - potremmo dire - a medio raggio, ancorata a quella parte dell'Africa rispetto a cui l'autore ha costruito con tenacia - e spesso andando coraggiosamente contro corrente (come ricorda Triulzi) - il suo sapere.
L'Africa dunque: ma che cosa ha da dirci l'Africa sul "sistema schiavitù"?. "In Africa - leggiamo a p. 26 - viene ricercata una spiegazione dell'origine della schiavitù". Agli occhi dell'antropologo facilmente l'Africa si configura come terra di "origini". E tuttavia, sarà bene subito avvertire che per Meillassoux si annida qui una sorta di "paradosso", o perlomeno di problema storico e antropologico. In particolare, l'area sahelo-sudanese (area di grandi stati, di guerre, di commerci), considerata in un arco di un millennio (IX-XIX secolo), appare come l'osservatorio, "il luogo privilegiato" della schiavitù africana. Nell'ambito di quest'area Meillassoux ritiene di poter cogliere il passaggio tra due "modi di riproduzione sociale" antitetici: la comunità domestica da un lato e la società schiavistica dall'altro. La prima forma di riproduzione sociale coincide con comunità fondamentalmente "chiuse", in quanto sono caratterizzate dal prevalere dei legami di parentela e dall'esclusività del senso di appartenenza "umana". "Ka wolo nyotonka, ka mo nyoronka", "nascere insieme, maturare insieme" - come dicono i Maminka - è un'espressione chiave nel discorso di Meillassoux, giacché essa non soltanto pone in luce la rivendicazione dell'autentica umanità, ma sottolinea pure l'importanza imprescindibile della "nascita" come fatto sociale. In effetti uno dei temi più significativi di questo libro - su cui del resto si gioca l'antitesi fondamentale parentela/ schiavitù - consiste proprio nelle modalità del "nascere" all'umanità in una forma definita, locale di umanità. Soprattutto con l'allestimento delle istituzioni parentali, le comunità domestiche provvedono a dare forme particolari ed esclusive di umanità, stabilendo anche i percorsi sociali che conducono l'individuo ad acquisire l'"umanità" e nel contempo i marchi culturali (scarificazioni patronimici o altro) che ne legittimano la rivendicazione.
Un tempo - si potrebbe far dire a Meillassoux - in Africa esistevano soltanto comunità domestiche. Ma l'analisi di questo modo di riproduzione sociale conduce ben presto alla considerazione della sua forma antitetica, la schiavitù. Il fatto stesso del "chiudersi della comunità intorno agli uomini che sono cresciuti insieme al suo interno... è la condizione lontana e immanente di un rapporto di tipo schiavistico" (p. 31). L'autocentralità antropologica della comunità domestica definisce infatti immediatamente il confine dell'umanità: al suo interno i veri "uomini", al suo esterno gli "stranieri", ovvero coloro che non dispongono della vera umanità, individui che proprio per questa carenza "possono" essere schiavizzati. Si tratta - è chiaro - di potenzialità: le comunità domestiche non sono immediatamente schiavistiche, anche se la loro chiusura non può mai essere totale e perfetta, essendo talvolta costrette ad "aprirsi", a "ricorrere a fin reclutamento esterno per ricostituire i loro effettivi" (pp. 34-35). La presenza saltuaria e sporadica di stranieri al loro interno, sottoposti inoltre a processi di integrazione e assimilazione, non è sufficiente per definire la schiavitù. Ma là dove aggressioni e guerre di vicinato introducono nelle comunità chiuse individui il cui destino è quello di rimanervi come "stranieri", affiora quello che per Meillassonx è l'essenza della schiavitù, il suo tratto universale, ovvero la negazione agli stranieri - insieme al loro sfruttamento - della capacità di "riproduzione fisica e sociale" (p. 41). Sembra che le comunità domestiche si siano trovate di fronte a un bivio, a una "scelta" a proposito degli "stranieri" al loro interno: integrarli, ovvero annullarli come "stranieri", cancellando la loro diversità, assimilandoli alla propria umanità, oppure mantenerli nella loro condizione di alterità radicale, e anzi di dis/umanità. La schiavitù si sviluppa, allorché si compie questa "scelta" (questa nozione, insieme a "campo di libertà", è evocata da Meillassoux verso la fine del suo libro p. 306).
È così che è nata la schiavitù in Africa? Se questi sono i passi che le comunità domestiche compiono (o possono compiere) in direzione della schiavitù, occorrono ben altre condizioni perché si imponga un "sistema schiavistico". La schiavitù - si sottolinea in questo libro - comporta la formazione di una classe distinta di individui, la quale deve essere constantemente riprodotta, e i mezzi che ne consentono la riproduzione - guerre periodiche e commerci - sono fuori della portata di un'economia di sussistenza, tipica delle comunità domestiche (p. 42). Perché ci sia schiavitù nel senso pieno del termine, è inevitabile uscire dalla logica delle comunità domestiche, dalle loro chiusure ancorché imperfette, dai loro orizzonti limitati. La schiavitù - sostiene l'autore - "non trova la propria genesi nella società domestica. E al di fuori di essa che bisogna cercarne le origini" (p. 46).
Dove sono, allora, le origini della schiavitù africana? La risposta a questa domanda è contenuta nei densi capitoli della seconda e terza parte del libro, dedicati rispettivamente ai due modi fondamentali di riproduzione della schiavitù, la guerra e il commercio. Per procurarsi schiavi, le società africane dell'area considerata danno luogo a una vistosa trasformazione sociale. Lo scenario della schiavitù è costituito non da una miriade di comunità domestiche chiuse in se stesse, bensi da un "complicatissimo insieme sociale esteso migliaia di chilometri, le cui componenti, clan, caste e classi si incontrano, entrano in conflitto e, progressivamente, si riuniscono su immense estensioni territoriali" (pp. 69-70). Guerreggiando o commerciando, depredando o subendo l'"estorsione" schiavistica, le società sono obbligate a uscire dal loro cerchio originario, affondano tentacoli predatori nelle società più lontane e introducono in sé, per una molteplicità di usi, genti diversissime. Ciò che viene abbandonato sono, per Meillassoux, i principi dell'eguaglianza e della solidarietà interne tipici della comunità domestica; e questa dissoluzione "può derivare solo da una contaminazione da parte dell'economia mercantile, se non già dalla stessa schiavitù" (p. 46). In effetti, per Meillassoux quella vasta "area di socializzazione", quel "tessuto sociale 'simplettico'" (fatto di parti strettamente intrecciate) (p. 70) è innervato e come attivato da "immense reti commerciali", che non si limitano all'area sahelo-sudanese e che anzi (come è dimostrato dalla diffusione dell'Islam e dalla tratta europea) "percorrono il mondo" (p. 218).
Come si è visto, la ricerca delle "origini" della schiavitù africana obbliga a uscire dalla logica (ristretta) della comunità domestica, giacché "lo sfruttamento schiavistico riposa organicamente su un modo di produzione estraneo" (p. 308): "la forza lavoro viene prodotta al di fuori dell'economia che l'impiega. Essa non viene acquistata dal produttore, ma sottratta grazie a un'operazione di spoliazione che fa dello straniero un bene il cui valore commerciale è separato dal suo costo di produzione" (p. 90). L'analisi della schiavitù rende obsoleto un modello funzionalistico (l'organizzazione sociale come equilibrio interno, p. 309) o comunque una visione caratterizzata da autocentralità (per esempio, in Engels, lo stato inteso come prodotto di rapporti tra classi all'interno di una singola società, p. 81). Studiando la schiavitù africana, l'antropologo francese è in grado di porre in luce, o quanto meno di far intuire, quanto profonda sia l'incidenza 'interna" di ciò che è "estraneo" alle diverse società. Sotto questo profilo significative sono le pagine dedicate agli schiavi di corte, e in generale a cio che Meillassoux chiama la "rivincita dell'anti-parente", cioè dello "straniero", dello "schiavo", ovvero al "suo avanzamento negli ambienti del potere" (p. 141). Rifiutati dalla "società civile", gli schiavi si avvicinano al sovrano, anche lui considerato molto spesso negli antichi regni africani come "diverso", "estraneo", "straniero". Se poi si tiene conto che "all'interno dei regni il commerciante è anch'esso il più delle volte uno straniero" (p. 233), vien fatto di chiedersi quanto elevato fosse il grado di dipendenza dall'esterno, quale apporto sostanziale (economico, politico, culturale) l'alterità recasse alla formazione dell'identità e anche quale brama di diversità si annidasse nel cuore di queste società. In una preghiera ad Allah nella città di Jenne (porto settentrionale del Sudan sul Niger) si implorava "che la città fosse popolata da un numero di stranieri superiore a quello dei nazionali" (p. 243).
Con questo tipo di citazioni e di argomentazioni si corre il rischio di stemperare la ricerca delle origini della schiavitù africana in una troppo ambigua e sfumata tematica di identità/alterità. Il che non rientrerebbe di certo nelle intenzioni del nostro autore. Ma sono molti gli spunti di riflessione problematica che questo libro suscita e che, per la sua stessa ricchezza e complessità, non sempre riesce a risolvere. Tra questi spunti vi è comunque il fatto che la ricerca delle "origini" finisce per evocare un "altrove" assai lontano dall'Africa. Gli eventi e i dati storici si annodano in fili o reti il cui capo d'inizio sfugge -per la stessa economia del discorso-alla prospettiva africanistica di Meillassoux. Egli intende rimanere ben attaccato alla sua area sahelo-sudanese; ma, come allerrna nella prefazione, per spiegare la schiavitù in Africa "bisognerebbe spiegarne l'apparizione sul continente euroasiatico" (p. 26). È l'ammissione di una sorta di opacità irrisolta e che richiede ulteriori prospettive di ricerca: dalla logica ristretta della comunità domestica si passa al "complicatissimo insieme sociale" dell'area prescelta; ma da questa si è rinviati all'"altrove" euro-asiatico. "Lungi dall'essere isolate, queste società sono state da secoli e quasi ovunque nel mondo, in qualche modo, e spesso loro malgrado, interessate da sconvolgimenti planetari, in particolare da rivoluzioni commerciali. Se esiste una genesi della schiavitù in Africa, è sulla scala di una storia planetaria che bisogna cercarla" (p. 46).